Il treno parte, ma non è la solita tradotta fatta di carri merci adibiti al bestiame; due vetture, due vagoni per il trasporto delle persone sono riservati a noi. Forse stiamo sognando ma finché il sogno dura viviamolo perché è tanto bello! Si corre veloci, si attraversano paesaggi e luoghi verdi, puliti, bellissimi e in lontananza si vedono svettare nell’alto di un cielo azzurro e limpido alte montagne con le cime imbiancate.
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Un mattino di un solito giorno qualunque agli occhi attenti e vigili di alcuni celoviek di vedetta al chiusino apparve in lontananza una macchina strana, familiare, che si fermò davanti al Comando delle guardie russe. Anche da distante quell’automobile non assomigliava proprio ad uno di quei noti carcassoni neri che circolavano in Urss portando a spasso la onnipotente nomenklatura o i funzionari dell’Nkvd; né la sagoma pareva uno di quei macchinoni americani tipo transatlantici e tanto meno la linea severa di una BMW o Volkswagen tedesca. No, no, era sobria, filante, aerodinamica, non pacchiana, bellissima; insomma aveva il tocco elegante del design marca italiana.
Sighet Maramaros e l'ultima vigliaccata dei comunisti russi e nostrani Ogni 1° venerdì del mese ci sarà on-line un nuovo capitolo
Poi un bel giorno, così, all’improvviso e senza avvertimenti alcuni, la notizia tanto attesa passa di bocca in bocca simile al fragore di una vecchia quercia abbattuta e corre per ogni dove nel Campo:
“Davai bistrà, tra un’ora si parte, davai, davai”.
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Da Suzdal’, duecento chilometri a nord est di Mosca, a Odessa, sul mar Nero, la prima tappa del nostro lungo viaggio di ritorno in Patria; chilometri a migliaia. Sdraiati sui pianali dei carri merci, al buio, con le porte sprangate dal di fuori, con una grande stanchezza in corpo ma tanta gioia in cuore, i celoviek sopportarono tutti i disagi del viaggio pur di andare ogni giorno di più verso il traguardo finale: la nostra terra, l’Italia.
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E quella speranza che per oltre quattro anni ci aveva sorretto e guidati avanti si avverò il 25 aprile dell’anno 1946. Di buon mattino, in un giorno qualunque, il miracolo tanto atteso e desiderato, invocato di giorno e di notte, nella vita e vicino alla morte, si avverò; d’improvviso il desiderio da tutti sognato, dai vivi e dai morti, diventò realtà. E tutto avvenne senza segni premonitori, così, all’istante e come un fulmine a ciel sereno o una tempesta tropicale, come un uragano sulle alte cime dei monti o un violento temporale estivo.
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Un fulmine ha squarciato il cupo cielo che di solito grava sul Campo 160; oggi tutti i prigionieri, nessuno escluso, sono stati colpiti da un’epidemia di euforia acuta che lascerà il segno nel restante periodo dell’anno in corso, il 1945. I pori della pelle anziché umori sprizzano a getti gioia e letizia; le banche dati situate nelle zone corticali profonde delle ridotte masse cerebrali cancellano con un colpo di spugna e soda caustica i tristi ricordi degli orrori passati, dei sovrumani sacrifici sopportati, degli infiniti soprusi subiti, la fame, la sete, la morte, tutta la vita vissuta negli anni trascorsi in prigionia.
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E la vita (ma che vita, ’sta vita!) riprese a trascorrere; lenta come al solito nel famigerato lager staliniano di Suzdal’, veloce nel mondo.
Il c.b., durante il limitato peregrinare rigenerativo giornaliero del Campo, incontra quotidianamente, fra le tante, la solita faccia amica di un caro amico più caro degli altri cari: Pontieri, il collega bersagliere del Terzo.
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Una sera qualunque il c.b. sente dire da radio-gavetta clandestina che un fortunato gruppetto di compagni è andato a lavorare in un magazzino di un kolkos di Suzdal’ poco distante dal lager. Sembra, pare, comunque si sussurra che qualcuno dei celoviek lavoratori sia riuscito a riportare dentro alle mura del lager qualche ortaggio, carote in particolare e pomodori anche, purtroppo sottratti al popolo russo. Carote rosse come le mura e i torrioni, sussurra qualcuno; carote lunghe come le ciminiere, mormorano altri; che carote, gente!, sospirano tutti. E i pomodori? Grossi e rossi come certi testoni che si vedono in giro, afferma un ignoto; tondi e teneri come le tette della kolkosiana Katiuscia, giura un anonimo.
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La vita nel lager continua nell’inedia e con la solita, incrollabile speranza, soprattutto con la stessa fame di sempre, che è sempre più fame. Che fame è la fame, gente! Tornano intanto la primavera e l’estate insieme; l’aria si fa tiepida e poi calda; la natura tutta si desta dal letargo e con forza risveglia l’intero creato. Il sole solletica e stuzzica le assopite e ammuffite vigorie (scarse per la verità) dei voienni, dei prigionieri.
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Nel lager solito vivere, stessa fame, inedia e rabbia a non finire. L’Alba, da foglio notizie a giornale, è sempre più chiara e più lunga; i tramonti sempre più brevi e più scuri; rare e intime le lodi al Signore.
Un dì, non di festa ma qualunque, anche il c.b. venne convocato alla Kommandantura. Ad attenderlo c’erano tre illustri personaggi: un russo noto non per le mongole sembianze ma per le mostrine azzurre;
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I giorni intanto passano lenti come son lente le ore; il tempo tuttavia scorre ugualmente coi ritmi che la natura gli ha fissato. Il c.b. vive la solita vita di ieri, di oggi e forse di domani; la stessa vita di sempre. Le carte intanto, ultimate, sono state battezzate col rito ortodosso e benedette col ciai, sbrodaglia tipo tè-celoviek. Belle, bellissime!
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I prigionieri, in questo periodo di fervore educativo collettivo, vengono sollecitati a ravvivare con opere, azioni, scritti e intenti il movimento di rinnovamento culturale che è sbocciato nel Campo, purtroppo non più tanto affollato. Più che sollecitati, per dire il vero, assillati. La Scuola 27 di Mosca, i campi di rieducazione, i colloqui democratici e interrelazionari divengono per molti un incubo pari alla fame. Più dei russi dalle mostrine azzurre e dalla visiera tipo pensilina (Nkvd), sono insopportabili i fuoriusciti nostrani e i ravveduti improvvisati. Quei famosi nomi degli astri nascenti, in questa fase storica di rinnovamento, sono più noti di Attila, Alboino, Erode, Nerone e Genghiz khan compreso.
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La vista, in un pomeriggio inoltrato, di un grosso paese che si stagliava in lontananza tra il nevischio e la densa nebbia ci rincuorò un poco e ci infuse nuova lena per proseguire. Una grande cerchia di mura con svettanti torrioni a cipolla e uno spesso, alto portone d'ingresso - tipo castello medioevale - ci accolsero.
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La notte che ancora rimane è breve e con le prime luci dell’alba che accompagna il giorno che nasce, il 21 dicembre del 1942, dalle balke attorno al paese sciamano verso di noi le fanterie russe, accompagnate dai pesanti T-34 che fanno tremare attorno la terra ancora addormentata ma pur sempre viva.
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Sono le due di notte del 20 dicembre; domani, nel mondo cristiano la chiesa canta lodi a san Tommaso in attesa di festeggiare il giorno 25, la Pasqua santa. Un detto montanaro mi viene alla mente: per san Tomè (san Tommaso) il giorno cresce quanto il gallo alza il piè, considerato che per santa Lucia, il 13, si vive il giorno più corto che ci sia. Scienza e astronomia paesana, con necessità di rima, si avvicinano ma poi proprio così non è, ma fa lo stesso.
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Spunta tra l’incerto chiarore il giorno 17 dicembre 1942. Sono le otto del mattino e l’alba comincia appena a distendere sul paesaggio, sugli uomini, su tutto le prime, incerte e timorose luci. È un’alba grigia come gli eventi che gravano su di noi e stanno scivolando verso un tragico epilogo. Essa stessa, l’alba, pare sorpresa di vederci ancora attestati sulle trincee di Migulinskaja, per questo stenta a spuntare.
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Per sfuggire al presente, la mente ed il cuore del vecchio celoviek bersagliere si tuffano nel passato e si ritrovano nel bel mezzo dell’anno 1941, dopo Cristo. In quel tempo, il bersagliere non ancora celoviek, tolto dall’università di Venezia fu spedito a Bolzano presso il 7° Reggimento Bersaglieri, poi inviato alla Scuola Allievi Ufficiali di Pola e, terminato il corso, spedito a Lodi, poi a Milano e assegnato al più bel reggimento d’Italia, il 3° Reggimento Bersaglieri, appunto.
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Non sono, in verità, né un valente scrittore (mediocre è dire molto, anzi troppo) né uno storico eccellente; no, no, molto di molto meno, onestamente. Non credo pure d’essere un santo timorato, certamente che no; o un triste peccatore condannato, chissà. Forse ci sono: può darsi ch’io sia un vile od un eroe? Mah! In fin dei conti, oggi, che differenza fa?
Il libro contiene il memoriale che Bruno Cecchini (1921-1999), sottotenente nel 3° Reggimento Bersaglieri durante la campagna di Russia, scrisse vent’anni fa per ricordare i giorni del ripiegamento dalla linea del Don e gli anni della prigionia nel Campo sovietico n. 160 di Suzdal’.
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di Alfredo Terrone
Tratto da Fiamma Cremisi, periodico nazionale della Ass. Naz. Bersaglieri, n.2/3-2008
Carneade, chi era costui? Questo il personaggio della nota frase che arrovella Don Abbondio nei Promessi Sposi e celoviek è il sostantivo che incuriosisce il lettore leggendo il titolo di questo volume sulla prigionia in Russia sofferta dal Sottotenente dei Bersaglieri Bruno Cecchini - celoviek = un uomo.