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*Il “Paese delle foibe” nel “triangolo della morte”

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampa«La Penna», una rivista della resistenza cattolico liberale
di Luca Pignataro

Tratto da Nuova Storia Contemporanea n.5 settembre-ottobre 2006

L'attenzione che la storiografia italiana mostra da una dozzina d'anni per le drammatiche vicende avvenute in Venezia Giulia nel XX secolo, in particolare dal 1943 al 1954, quando fu messa in discussione l'appartenenza all'Italia (intesa sia come Stato italiano sia come area nazionale e culturale) di quella regione (da molti confusa col Friuli, peraltro anch'esso coinvolto nei suoi territori pi orientali), deriva sia dalla riscoperta del tema dell'identit nazionale e patriottica del nostro Paese, assai carente dal punto di vista di valori civici condivisi e del rispetto per il passato comune, sia dai radicali mutamenti politici e sociali avvenuti in Europa centro-orientale, col crollo dei regimi comunisti e della Iugoslavia, colei che aveva in quell'epoca ricoperto il ruolo dell'antagonista dal punto di vista "italiano". A ci si accompagnavano la fine del sistema partitico in Italia quale si era delineato dopo il 1945 e la nascita di nuove forze politiche, alcune delle quali bisognose di "legittimazione" in quanto eredi di partiti e movimenti "antisistema" ispiratisi al comunismo e al fascismo. Un terreno di tale "legittimazione" stato proprio la "questione delle foibe" [1], termine in cui si tende a riassumere icasticamente la violenza delle passioni scatenatesi in Venezia Giulia. Un certo paradigma corrente, vorremmo dire volgarmente corrente, pretendeva (e pretende tuttora, per chi vi presta fede) di descrivere quanto allora accaduto come la lotta fra i "partigiani comunisti", braccio armato della popolazione "slava" nella regione giulia, e i "fascisti", sorta di naturali difensori della sua italianit, con i primi o i secondi, a seconda delle simpatie, nel ruolo delle vittime o dei carnefici. Questo schema non difficile capirlo anche a prima vista non regge a una semplice disamina delle reali vicende storiche, se svolta con animo aperto all'indagine della verit e scevro da preconcetti. Non reggeva, peraltro, nemmeno in quel periodo, per i contemporanei. Come dunque potuto avvenire che tenesse campo per tanto tempo?

Alcune risposte convincenti le fornisce Raoul Pupo nel suo recente saggio Il lungo esodo [2], in riferimento all'uso politico della storia generatrice di "miti", e non ci soffermeremo su questo punto, se non limitandoci a precisare che le responsabilit della storiografia, a nostro parere, sono pi gravi di quelle della politica. Proprio perch l'Italia non ha vissuto un regime totalitario negli ultimi sessant'anni a differenza, appunto, della Iugoslavia [3] scandalizza il silenzio mantenuto dagli storici su quegli accadimenti, cos come, va detto, diversi storici locali, che per tutto questo tempo sono stati ritenuti i soli interessati a occuparsene (altro grave errore, su cui torneremo) o in grado di farlo, hanno sovente dato l'impressione di essere "intellettuali militanti" o "organici", salvo poi riciclarsi come o essere sostituiti da "quegli storici che, per poter salire essi stessi sul palcoscenico mediatico, strizzano l'occhio a chi anima il dibattito storico-politico (ma sarebbe meglio dire semplicemente politico)" [4].

L'insistenza sul "fascismo" quale motore di ci che ha a che fare con la rappresentanza e la tutela pubblica dell'italianit giuliana (quella, beninteso, che non si riconosceva nel comunismo, filotitino dopo il 1944 [5]o cominformista dopo il 1948, a Trieste intrecciato con l'indipendentismo) per un verso un chiaro frutto minore della propaganda sovietica, laddove etichettava come "fascista" chiunque non si riconoscesse dapprima nel movimento comunista internazionale e poi nei "fronti popolari", propaganda incanalata dal movimento partigiano iugoslavo diretto da Tito. La rottura fra Mosca e Belgrado, avvenuta nel 1948, allontan la maggioranza dei comunisti italiani dal dittatore iugoslavo (e quelli rimasti in Iugoslavia subirono durissime persecuzioni), ma non mut il giudizio di costoro sul passato. A tutto questo va aggiunto il clima culturale complessivo degli anni Sessanta-Settanta, con la sua insistenza sulla asserita "repressione" operata dalla societ "borghese" per mezzo delle istituzioni politiche, religiose e militari e dei valori tradizionali, fra i quali il patriottismo, le une e gli altri definiti ridicolmente e stupidamente come "fascismo". Queste convinzioni pi recenti esercitano ancora oggi un forte influsso sugli intellettuali, ad esempio fra gli insegnanti, se non altro per motivi anagrafici. Non difficile capire che, se la storiografia avesse affrontato seriamente il problema giuliano gi da tempo, si sarebbe evitato che, per troppi anni, di esso si occupasse soltanto o soprattutto l'ambiente pi legato a nostalgie fasciste.

Per l'altro verso, la pretesa del fascismo reale di godere del monopolio politico dell'italianit si fonda sul fatto che effettivamente esso ne assunse il monopolio [6] cos come su un piano pi ampio esso amb a presentare a tutto il mondo l'equazione Italia=fascismo e anche qui si valse di una larga "area grigia" tra la popolazione. Tale pretesa, per, si scontra con l'esistenza di un antifascismo italiano giuliano non esclusivamente comunista, nelle sue componenti cattoliche, socialiste e repubblicane, che giunse alla partecipazione patriottica alla Resistenza [7]e fu ostacolato con l'inganno e la violenza dai comunisti iugoslavi, che etichettarono anch'esso come "fascismo". La pretesa fascista si scontra altres con la critica inevitabile verso la dottrina e le opere di questa concezione totalitaria, peraltro influenzata dal comunismo [8], e con la presa d'atto degli effetti disastrosi che la politica del regime ebbe per l'italianit della Venezia Giulia.

Dunque: n tutti gli italiani giuliani erano fascisti n tutti gli slavi (ma occorrerebbe precisare: sloveni e croati) erano comunisti. Le rivalit etniche si intersecarono con le appartenenze ideologiche, sicch ad esempio nell'entroterra triestino (a differenza che nella Carniola, occupata dall'Italia nell'aprile 1941 come "provincia di Lubiana" e dalle truppe tedesche dopo l'8 settembre 1943) pot capitare che cattolici sloveni, persino sacerdoti [9], sostennero nel 1943-1945 i connazionali partigiani comunisti, i quali si presentavano come liberatori dal dominio straniero (ricordiamo che il fascismo aveva ostacolato con metodi brutali l'uso delle lingue slave anche in ambito religioso), ma ci non imped lo scatenarsi nella Iugoslavia comunista di violentissime persecuzioni contro la Chiesa [10]. Nelle foibe finirono anche molti sloveni, appartenenti alle formazioni armate anticomuniste [11]e civili [12], e croati.

Un'altra errata convinzione diffusa che la questione giuliana riguardi esclusivamente o la storia locale o quella delle relazioni internazionali, mentre l'opinione pubblica del resto d'Italia non avrebbe compreso quanto stava accadendo ai confini orientali oppure se ne sarebbe disinteressata. Convinzione erronea, perch le vicende delle foibe, dell'esodo istriano e della questione di Trieste ebbero larga eco nella Penisola e suscitarono viva partecipazione in larghe fasce della popolazione, senza distinzione di appartenenza ideologica (che semmai si riverber sulla valutazione che di quelle vicende veniva data, ma non sempre), di ceto o di regione. Basterebbe rievocare un episodio avvenuto nel paese ionico di Bovalino nel marzo 1952, quando gli abitanti si riversarono nella strada principale per fermare Alcide De Gasperi, in visita nella Calabria colpita da gravi alluvioni, mostrandogli una frana che incombeva sulle case e allo stesso tempo invitandolo a gran voce a rivendicare Trieste all'Italia. Questo episodio fu giustamente inteso dal presidente del Consiglio come una toccante testimonianza di patriottismo e di solidariet in persone che pur avevano ben altri problemi di sopravvivenza immediata da affrontare (non dimentichiamo inoltre le condizioni di povert in cui si trovava la Calabria di allora) ed erano ben lontani dalle terre direttamente coinvolte [13]. Vero , semmai, che la memoria di quegli eventi non fu trasmessa alle generazioni successive in maniera consistente, ma sui motivi di ci abbiamo gi detto.

La Penna e La Nuova Penna
L'analogia fra i drammatici eventi riassunti nella parola "foibe" e i delitti avvenuti in Emilia-Romagna subito dopo la Liberazione [14]non cos arbitraria come potrebbe sembrare (e infatti oggi sostenuta anche negli ambienti sloveni democratici anticomunisti): in ambedue i contesti, oltre ai casi di vendetta privata, si tratt di una presa del potere violenta a opera di partigiani comunisti, i quali eliminarono o cercarono di eliminare tutti coloro che a essa e alla loro ideologia potevano opporsi, inclusi gli antifascisti o i membri della Resistenza non comunisti. Sostenere, come stato fatto, che "nell'Italia settentrionale [...] assistiamo a un erompere di azioni di sangue [...] al di fuori delle strutture di uno Stato che sarebbe stato ricostruito secondo principi liberal-democratici e che non si collegava ad alcun disegno politico complessivo, posto che l'opzione rivoluzionaria era stata scartata dal Pci", mentre in Venezia Giulia la rivoluzione vittoriosa si trasforma in regime stalinista esercitante una "violenza di Stato" [15], significa cogliere o affermare solo una verit parziale. vero che in Italia il movimento di liberazione non era diretto esclusivamente dal Pci, il quale dal canto suo non s'impadron dello Stato per un insieme di motivi su cui non possiamo indugiare in questa sede ci limitiamo a ricordare che la cosiddetta spartizione di Jalta un altro mito fantasioso , ma non va dimenticato che il Partito comunista si presentava come una forza rivoluzionaria [16]strettamente legata a Stalin e tale legame poteva preludere in qualsiasi momento, agli occhi del semplice militante come di buona parte dei dirigenti, alla presa del potere a qualsiasi costo, fosse anche quello di una guerra civile [17]. La differenza pi pregnante, semmai, consiste nell'intreccio di motivi ideologici con odii etnici, tipico di una regione di frontiera cos travagliata [18].

L'analogia, che giunse fino al punto di definire "paese delle foibe" una localit emiliana presso cui si erano rinvenuti i cadaveri di alcune vittime della violenza comunista [19], fu riconosciuta gi dai contemporanei, in questo caso da un gruppo di giovani di Reggio nell'Emilia, partigiani della 284a Brigata "Fiamme Verdi", che avevano sempre denunciato i crimini perpetrati da comunisti sia a voce sia dalle colonne del loro periodico, inizialmente (aprile 1945), quando era ancora l'organo clandestino della loro brigata alla macchia, denominato La Penna, poi La Nuova Penna nella nuova versione nata nel settembre 1945 e durata, dopo aver riassunto la vecchia testata, sino all'agosto 1947. I due ideatori e redattori principali furono Eugenio Corezzola [20](pseudonimo "Luciano Bellis"), di tendenze liberali, e Giorgio Morelli (pseudonimo "Il Solitario"), cattolico [21]. Contrariamente all'opinione degli avversari e di molti simpatizzanti, ambedue erano privi di un'organizzazione alle spalle che li aiutasse nella difficile impresa di pubblicare una rivista cattolico-liberale (anche gli altri collaboratori erano ascrivibili a queste due correnti), oltretutto finanziata esclusivamente con la vendita e piccole offerte e collette studentesche, in "una delle province pi rosse, pi ortodossamente comuniste d'Italia" (ma frequente fu l'accusa de La Penna a diversi esponenti locali del Pci di essere stati in passato sostenitori del regime fascista). Inoltre erano senza appartenenze o legami con partiti politici, tanto che "si potr caso mai parlare d'un autonomo e interessante fenomeno cattolico-liberale di cui La Penna fu solo una delle pi vivaci manifestazioni che, seppure ignorato, confutato, avversato dalle organizzazioni partitiche ufficiali, fu l'unica forza effettivamente in grado di contrastare l'ipoteca comunista sulla Resistenza armata" [22]. I dirigenti della Democrazia Cristiana reggiana, anzi, mostrarono nei confronti della rivista un atteggiamento ambiguo, predendo le distanze da questa iniziativa eterodossa e tentando di rivendicare al loro partito il merito della nascita delle "Fiamme Verdi", che invece erano sorte per impulso di partigiani apolitici insofferenti del controllo comunista e poi comandati da un prete. I comunisti tentarono in ogni modo di ostacolare la diffusione di questa pubblicazione nient'affatto amica, giungendo sino a bruciare una tipografia (la rivista dovette cambiare ripetutamente luogo di stampa, cercando anche nelle province limitrofe) e a distruggerne diversi numeri in corso di distribuzione. Non mancarono di gratificare i redattori con epiteti come "fascisti" e "repubblichini", ovviamente del tutto infondati, e si verificarono anche aggressioni fisiche; non a caso molti articoli erano firmati con pseudonimi.

Giorgio Morelli da subito aveva denunciato l'uccisione per opera di partigiani comunisti di un suo amico, anch'egli cattolico e partigiano, Mario Simonazzi "Azor" [23], tolto di mezzo a guerra non ancora finita perch contrario alle violenze inutili e per le sue convinzioni religiose e democratiche. Si scontr, per, con una cappa di omert e di terrore destinata a divenire sempre pi pesante, con il progredire degli omicidi di persone, fra cui alcuni sacerdoti, ritenute di intralcio all'egemonia comunista. Egli per questo attacc apertamente alcuni importanti esponenti del Pci della provincia e nel gennaio 1946 sub un attentato, da cui usc ferito. Aveva spiccati interessi culturali, per esempio verso il teatro: sua la recensione [24]di uno dei primissimi spettacoli del giovane concittadino Romolo Valli, nella quale ammonisce dal rischio che il mondo della cultura finisca col passare in ambito comunista, se non trova altri sostegni (e di fatto cos sarebbe accaduto nei decenni seguenti).

Nella sua opera fu attento ai valori patriottici (infatti osserv che ai funerali di Azor si videro solo bandiere tricolori): ricordiamo che Reggio Emilia la citt ove nacque il tricolore italiano [25]. Fu dunque vigile anche su quanto accadeva al confine orientale, memore dell'insegnamento materno (la madre era stata irredentista agli inizi del secolo). Dopo la Liberazione, per organizzare i giovani della provincia reggiana di orientamento cattolico ma al di fuori dei partiti politici, mentre la Federazione giovanile comunista inglobava anche molti di estrazione cattolica, Morelli, insieme con Giuseppe Dossetti, aveva fondato un'Organizzazione giovanile italiana [26], che giunse ad avere sedi in diversi centri. Nella primavera del 1946 la Ogi aveva organizzato a Reggio Emilia una dimostrazione per Trieste italiana, ma i convenuti si trovarono alle prese con un gruppo di giovani comunisti, i quali ben presto passarono dagli insulti alle percosse [27]. Anche Morelli venne picchiato; era gi debilitato dall'attentato, per cui le sue condizioni di salute peggiorarono [28]. Fu poi colpito da tubercolosi, che lo avrebbe stroncato nel 1947 all'et di ventun anni.

La Penna, pur con mezzi limitati, comment ampiamente la questione del confine orientale, al punto che le uniche fotografie apparse sulla rivista riguardano localit giuliane. L'impostazione patriottica, talvolta con i toni enfatici caratteristici dell'epoca e della gravita delle circostanze [29]. Spesso si coglie l'occasione per polemizzare con i comunisti [3]e presentare Tito come un dittatore non diverso da Mussolini [31]o Franco [32]. L'analogia fra terrore nazifascista e terrore titino presente:
Tutti sanno che i giovani istriani vivono come noi [la redazione della Penna] vivevamo ai tempo delle rappresaglie nazi-fasciste: dormono nelle stalle e nelle campagne per non venire arrestati e deportati o uccisi come i giovani di Rovigno [...]. Non pensano gli Alleati che il processo di Norimberga, che deve colpire i criminali nazisti responsabili di tante stragi e che deve segnare il trionfo della civilt sulla barbarie, pu risolversi in una tragica buffonata se nell'Europa, anzi al banco stesso degli accusatori si trovano anche degli altri criminali? [33]
Non mancano altri spunti originali, in sintonia con le sicure convinzioni democratiche [34]che animavano i redattori i quali, per quanto possa sembrare paradossale, a volte riprendono aspetti che la storiografia ha fatto fatica a recepire sino a tempi recenti. Al patriottismo italiano si accompagna la denuncia dell'oppressione della dittatura titina sugli iugoslavi stessi. Gi nell'agosto 1945 le idee erano chiare e precise:
L'insurrezione di Trieste [del 30 aprile contro i tedeschi] stata una delle pagine pi significative della storia della nostra Lotta di Liberazione [...]. Eppure la cosa stata passata sotto discreto silenzio della nostra propaganda: infatti l'entrata in scena di Tito col suo esercito comunista e con la sua politica anti-italiana, ha fatto divenire la cosa troppo... scottante [...]. La propaganda comunista ha tentato di ignorare, di nascondere, di giustificare. Agli attacchi, molto blandi per, della Democrazia cristiana e del Partito liberale, essa ha risposto accusandoli con tutta semplicit di "nazionalismo". Crediamo per che i propagandisti del comunismo italiano ignorino quale differenza passa tra "nazionalismo" e "patriottismo" [...]. Quando si tratta di Tito, comunista, essi dicono [...] cosa importano i diecimila deportati, il pozzo di Basovizza [35]e altre simili bazzecole? [...] Essi sono degli illusi, perch non si accorgono che, sotto i fazzoletti rossi, sotto la falce e martello dei soldati di Tito, lo spirito rinato dell'imperialismo slavo (e non dell'internazionalismo) che si manifesta e che non sappiamo perch debba essere preferibile all'imperialismo tedesco. [...] Il signor D., di Reggio Emilia, ci ha riferito: "Potei entrare a Trieste verso la met di maggio, quando gi il Cln italiano era stato fatto scomparire. Nella citt, liberata dal terrore delle brigate nere, regnava ora il senso della nuova oppressione. Buona parte della popolazione preferiva restare in casa, colle finestre chiuse. Ma i partigiani di Tito entravano spesso nelle case e nelle botteghe, asportando ci che potevano. Nei servizi pubblici e negli uffici regnava il caos. Molte insegne italiane erano state sostituite con insegne iugoslave. Il personale degli uffici statali era stato completamente sostituito con partigiani. A nord-est di Trieste vi erano campi di concentramento verso i quali venivano inviati tutti i cittadini che non sottostavano alle imposizioni e sospetti di essere contrari all'occupazione iugoslava. A stento potei uscire dopo qualche giorno dalla citt, perch era severamente proibito". Non ce ne facciamo meraviglia; infatti anche in terra iugoslava sono accaduti fatti consimili [segue la testimonianza di un giovane di Cavriago gi prigioniero dei tedeschi e poi dei partigiani titini, i quali avevano maltrattato e ucciso internati italiani e civili di diverse nazionalit]. Gli stessi iugoslavi, che non andavano a genio agli uomini di Tito, perch non comunisti, erano perseguitati. Ne avemmo poco tempo fa 1500, fuggiti dalle loro case, ospiti qui a Reggio. Uno di essi, un sacerdote, al quale ci eravamo rivolti ci narr di avere lasciato la sua casa, sulla riva dell'Adriatico, mentre i partigiani vi facevano irruzione, salvandosi dalla finestra. Ci disse come nella sua regione ben 300 sacerdoti fra i pi giovani fossero stati fucilati. Mentre parlava, ci sembr che tremasse ancora. Altro non ci volle dire. Gli chiedemmo di scrivere lui qualcosa (che noi avremmo fatto tradurre e riportare) ma ci disse che, come straniero, non aveva piacere di scrivere articoli politici. Ci scrisse invece poche righe nostalgiche, piene di sentimento e di dolore, sulla sua casa [36][...]. Questi episodi si vestono di grande importanza se si pensa che sono stati compiuti da gente che, come noi, si gloria del nome di patriota [...]. Ed giusto pensare che non si potr giungere ad alcuna pace effettiva fino a quando continueranno a manifestarsi queste mire imperialistiche. Di despoti i popoli ne hanno abbastanza [...]. Questo abbiamo voluto dire per non essere confusi con altri [37].
Ci si preoccupa di non lasciare soli gli italiani della Venezia Giulia [38]e si ricorre a eloquenti testimonianze [39]. Segnaliamo Lettere triestine, contenente una lettera datata "Trieste 18-2-46" e firmata "Un giovane triestino" nella quale, fra l'altro, si legge: "Dichiararsi italiani significa essere tacciati e trattati da fascisti. E pensare che, se v' una citt portuale che ha perduto tutto durante il governo fascista, questa proprio Trieste" [4]. Si fa anche riferimento ad altri popoli balcanici, segnatamente agli albanesi, soggetti a dittatura comunista e alle mire di Tito nel Kossovo [41]. Ritorna pi volte il ricordo dei caduti della prima guerra mondiale [42], quando appunto si voleva liberare la Venezia Giulia dal dominio straniero, e si invitano le potenze vincitrici del secondo conflitto a ricordare l'apporto italiano nella lotta contro i nazi-fascisti dopo l'8 settembre 1943 [43]. Non poteva mancare, infine, l'accenno ai responsabili dei delitti in Emilia fuggiti in Iugoslavia [44].

Non ci pare che la storiografia abbia dedicato sinora una grande attenzione allo studio della questione giuliana nell'opinione pubblica nazionale, se non altro finch mancava la libera consultazione di fonti archivistiche, tramite lo spoglio dei giornali [45]. L'esperienza di questo periodico fu davvero anomala, se guardiamo al contesto in cui si verific, e breve, ma non manc di dare frutti interessanti. Ci accontentiamo di evidenziare come essa confermi l'esistenza di una Resistenza patriottica e apartitica, innervata da istanze di libert e di fede cattolica, nonch di un'opinione pubblica italiana che in essa si riconosceva o almeno trovava sostegno, la quale, pur minoritaria in Emilia, era consistente in altre regioni. Il clima sarebbe mutato negli anni Sessanta, con l'insistenza sull'"antifascismo" quale fattore legittimante del Pci nella vita politica democratica nazionale a discapito dell'"antitotalitarismo", cui si tornati a fare riferimento solo dopo gli eventi del 1989. Anche in questo senso possiamo dire che i giovani de La Penna sono stati anticipatori.


NOTE:
[1] Cfr. R. PUPO, Le foibe come strumento di legittimazione politica, in R. PUPO-R. SPAZZALI, Foibe, Mi lano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 200-204.
[2] Cfr. R. PUPO, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Milano, Rizzoli, 2005, pp. 17-24.
[3] La storiografia slovena post 1945 era vincolata dalle direttive politiche comuniste, per cui, ad esempio, sino all'indipendenza della Slovenia non ha parlato del movimento nazionalista slavo Tigr e del suo ruolo nella lotta contro il dominio italiano e il fascismo nella Venezia Giulia, considerato appannaggio del movimento partigiano comunista. Nelle rievocazioni dei condannati a morte dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato a Trieste nel periodo fascista, si omettevano i riferimenti alla religiosit dei personaggi in questione. I militanti del Tigr sopravvissuti dopo il 1945 dovettero emigrare all'estero o rinchiudersi nel silenzio. Cfr. anche M. ROSSI, E gli inglesi tramavano contro Tito, in Il Piccolo, 5 aprile 2005, e il sito www.carantha.net, di impostazione nazionalistica slovena, per profili biografici di diversi "tigristi".
[4] Cfr. G. VALDEVIT, Trieste. Storia di una periferia insicura, Milano, Bruno Mondadori, 2004, pp. X e XIV. Aggiungiamo che l'ambiente culturale triestino d spesso l'impressione di essere diviso in circuiti non comunicanti, dove ognuno si disinteressa di quanto svolto da altri al di fuori della propria cerchia: era questa l'impressione anche dello storico Elio Apih, recentemente scomparso.
[5] Il gruppo dirigente del Pci triestino fu eliminato nel 1944 dai nazifascisti ma, per una curiosa coincidenza, dopo che aveva rifiutato di sottostare alle direttive del movimento partigiano titino. I membri del Pci rimasti in Istria dovettero soccombere, dopo la fine della guerra, all'occupazione iugoslava: cfr. P SEMA, Siamo rimasti soli. I comunisti del Pci nell'Istria Occidentale dal 1943 al 1946, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2004.
[6] Interessante il fatto che nel 1924 Piero Gobetti notasse come il fascismo a Gorizia si servisse di sloveni della campagna per eliminare dall'amministrazione comunale gli ex irredentisti di orientamento "salveminiano": cfr. P[IERO] G[OBETTl], Fisiologia del fascismo sloveno, in "La Rivoluzione Liberale", 19 febbraio 1924, p. 32.
[7] Cfr. R. SPAZZALI, ...L'Italia chiam. Resistenza politica e militare italiana a Trieste 1943-1947, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2003. La Resistenza italiana al confine orientale non fu formata solo da mili tanti politici, ma anche da militari di carriera, come ad esempio il capitano Francesco De Gregori "Bolla", ucciso alle malghe di Porzs insieme con altri uomini della Divisione Osoppo da partigiani comunisti fi loiugoslavi: cfr. G. ANGELI, a cura di, Il diario di Bolla (Francesco De Gregori), Udine, Associazione Partigiani "Osoppo Friuli", 2001.
[8] I nessi fra i totalitarismi sono scarsamente esaminati dalla storiografia italiana, che preferisce, per intuibili motivi, soffermarsi sul fascismo e fatica ad accettare il concetto stesso di "totalitarismo". Non sembri dunque peregrino invitare alla lettura di R. PIPES, Comunismo, fascismo e nazionalsocialismo, in ID., Il regime bolscevico. Dal Terrore rosso alla morte di Lenin, Milano, Mondadori, 1999, pp. 279-329. Cfr. anche S. FONTANA, a cura di, Il comunismo nella storia del Novecento, Il caso sovietico e quello italiano, Venezia, Marsilio - Fondazione Luigi Micheletti, 2005.
[9] Un esempio tragico fu dato da quei sacerdoti che nel 1945 rifiutarono i sacramenti agli infoibati ita liani nei pressi di Trieste: cfr. R. PUPO-R. SPAZZALI, Foibe, cit., pp. 71-77. Nei due anni precedenti, peral tro, si erano gi verificate uccisioni di sacerdoti cattolici sloveni nel Goriziano per opera di comunisti. Sull'atteggiamento dei cattolici sloveni nell'arcidiocesi di Gorizia, cfr. F. M. DOLINAR-L. TAVANO, a cura di, Chiesa e societ nel Goriziano fra guerra e movimenti di liberazione, Gorizia, Istituto di storia sociale e religiosa - Istituto per gli incontri culturali mitteleuropei, 1997 e L. TAVANO, La diocesi di Gorizia 1750- 1947, Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, 2004.
[10] Cfr. R. GERICHIEVICH, Don Romano racconta. Memorie di un ex galeotto, Trieste, Bruno Fachin, 2000; R. PONIS, In odium fidei. Sacerdoti in Istria: passione e calvario, Trieste, Zenit, 2000; G. RUMICI, Infoibati (1943-1945). I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Milano, Mursia, 2002, pp. 298-315; R. Beretta, Storia dei preti uccisi dai partigiani, Casale Monferrato, Piemme, 2005, pp. 275-292. In sloveno, cfr. T. GriesSER-PeCAR, Cerkev na zatozni klopi, Ljubljana, Druzina, 2005.
[11] Su cui cfr. B. MLAKAR, Slovensko Domobranstvo 1943-1945, Ljubljana, Slovenska Matica, 2003. Le potenze dell'Asse avevano invaso il regno di Iugoslavia nell'aprile 1941, quando il patto Molotov-Ribben trop era ancora valido, per cui i comunisti locali non opposero resistenza. Sulla deliberata volont da parte dei comunisti iugoslavi di scatenare nel luglio 1941 (dopo l'attacco germanico all'Urss) una guerra civile contro tutti coloro che non riconoscessero la loro preminenza nel Fronte di Liberazione, avente un'im pronta non solo antifascista ma principalmente "antimperialista", vale a dire contro le democrazie occi dentali: cfr. B. NOVAK, Trieste 1941-1954. La lotta politica, etnica e ideologica, Milano, Mursia, 1973 e A. Bajt, Dossier Berman, Ljubljana, Zalozba Mladinska Knjiga, 1999. Per un quadro complessivo cfr. T. GRIESSER-PECAR, Das zerrissene Volk. Slowenien 1941-1946. Okkupation, Kollaboration, Burgerkneg, Re volution, Wien, Bhlau Verlag, 2004.
[12] Cfr. G. Rumici, Infoibati, cit., pp. 349-352. Queste vittime sono ricordate liberamente dopo la fine del regime comunista e l'indipendenza della Slovenia, ma non ancora pienamente riabilitate dalla taccia di "collaborazionismo", per cui la storiografia ufficiale non se ne occupa ancora come dovrebbe: cfr. F. Per ME, Slovenia 1941-1948-1952. "Anche noi siamo morti per la Patria". I sepolcri tenuti nascosti e le loro vit time, Lubiana - Grosuplje, Associazione per la sistemazione dei sepolcri tenuti nascosti, 2000, disponibile in un'edizione italiana (Milano, s.d. ma 2005) non curata scientificamente; cfr. anche il sito internet www.zaveza.org. Per una riflessione teorica, cfr. J. STANOVNIK, The terrorist nature of Bolshevik interven tion in history, in http://www.drustvo-ski.si/en/stanovnik01.pdf, con un raffronto con la violenza fascista e nazista. Un preannuncio si era avuto gi dal 1941 con gli attacchi terroristici da parte dei partigiani comunisti verso quell'ampia parte della popolazione che non ne riconosceva l'autorit e con l'eliminazio ne di esponenti qualificati del movimento cattolico: cfr. M. Gariup, Lambert Ehrlich. Camporosso 1878- Ljubljiana 1942, Cividale del Friuli, Societ Cooperativa Editrice Dom, 1999.
[13] "Non ho bisogno di riferirmi a un episodio che credo i giornali abbiano toccato durante la mia visita in Calabria. Persino in coloro i quali sono sotto la minaccia di rovine, che toccano la loro esistenza, ho trovato questo senso di solidariet per la questione di Trieste in una misura che mi ha altamente commos so: quel piccolo paese montano, in pericolo di essere sommerso, aveva una raccomandazione sopra ogni altra da fare al Presidente del Consiglio, dopo quella pi urgente e naturale dei soccorsi necessari: ricor datevi di Trieste!": cfr. A. De GASPERI, Discorso pronunciato al Senato della Repubblica il 25 marzo 1952, in Id., Discorsi parlamentari, vol. II, Roma, Camera dei Deputati, 1985, pp. 1079-1081. Del resto, la stessa lotta irredentista di Trieste - ricordava recentemente il famoso scrittore Giorgio Pressburger - va vista come "un atto d'amore per la cultura mediterranea. Io non la vedo come un muro alzato per chiudere fuori dalla citt quella capacit di convivenza tra etnie, culture, lingue e religioni diverse che l'Impero austro-ungarico era riuscito a creare. Ritornare all'Italia, per Trieste, significava soprattutto libert, auto determinazione. Era un grande atto d'amore": cfr. l'intervista a G. PRESSBURGER di A. MEZZENA LONA, "Trieste ridiventi la porta dell'Est", in Il Piccolo, 1 luglio 2005.
[14] Su alcuni cfr. G. FANTOZZI, "Vittime dell'odio". L'ordine pubblico a Modena dopo la Liberazione (1945- 1946), Bologna, Europrom, 1990; G. STELLA, L'eccidio dei conti Manzoni di Lugo di Romagna, Rimini, Officine Grafiche Nanni, 1991; R. BereTTA, Storia dei preti uccisi dai partigiani, cit.
[15] Cfr. R. Pupo, Matrici della violenza tra foibe e deportazioni, in F.M. DOLINAR-L. TAVANO, a cura di, Chiesa e societ, cit., pp. 242-243, ora in R. PUPO-R. SPAZZALI, Foibe, cit., pp. 171-173.
[16] "Il Pci ha combattuto il sovversivismo politicamente, ma non culturalmente, perch doveva comun que mantenere aperto, sia pure senza crederci davvero, un orizzonte messianico di trasformazione radica le della societ. Quindi la rivoluzione era accantonata non perch fosse sbagliata per principio, ma perche la situazione storica concreta portava a escluderne l'opportunit. Insomma, il Pci non ha svolto un ruolo di vera educazione ideologica alla democrazia, ma ne ha promosso l'accettazione di fatto sul piano poli tico.": cfr. E. GALLI DELLA LOGGIA, Il vero nodo il giudizio sull'Ottobre rosso, in Ventunesimo secolo, 3, 2003, pp. 240-246.
[17] Sull'apparato paramilitare del Pci e i suoi uomini e le sue basi in Cecoslovacchia, con riferimenti anche alla Iugoslavia, cfr. R. TURI, Gladio Rossa, Venezia, Marsilio, 2004. Sul rapporto fra comunismo italiano e Urss, anche qui con riferimenti alla Iugoslavia, cfr. V. ZASLAVSKY, Lo stalinismo e la sinistra italiana. Dal mito dell'Urss alla fine del comunismo 1945-1991, Milano, Mondadori, 2004.
[18] Cfr. G. CRAINZ, Il dolore e l'esilio. L'Istria e le memorie divise d'Europa, Roma, Donzelli, 2005, pp. 53-56, dove peraltro si insiste sul peso assunto "in maniera determinante dalla politica del partito comu nista iugoslavo".
[19] Cfr. Paese delle "foibe", in La Penna, 19 luglio 1947.
[20] Su di lui cfr. G. PANSA, Sconosciuto 1945, Milano, Sperling & Kupfer, 2005, pp. 430-443.
[21] Per un profilo di Morelli e della sua attivit, cfr. G. Pansa, Il sangue dei vinti, Milano, Sperling & Kupfer, 2003, pp. 330-334. Sul cattolicesimo reggiano dell'epoca, cfr. S. SPREAFICO, I cattolici reggiani dallo Stato totalitario alla democrazia: la Resistenza come problema,, vol. V, Il difficile esordio: "uomini nuovi" e "uomini vecchi", tomo I, Reggio Emilia, Tecnograf, 1993.
[22] Cfr. Introduzione, pp. VIII-IX, in E. CAMURANI-E. COREZZOLA, a cura di, Atti e documenti del Partito Liberale Italiano, XIII, La Penna, Roma, PLI, s.d. Si tratta di una ristampa anastatica dei numeri de La Penna nel suo ventennale, quando ormai Corezzola era divenuto un esponente del Partito liberale, ma ci non vale per gli anni in questione. Si ringrazia vivamente la signora Daniela Anna Simonazzi Zuliani per averci fornito una copia fotostatica del volume ormai introvabile, cos come difficilmente reperibile, anche nelle biblioteche reggiane, una raccolta completa dei numeri de La Penna. Senz'altro questo "fenomeno cattolico-liberale" era un "elemento di rilevante importanza non solo nella lotta antifascista, ma anche negli indirizzi post-bellici della ricostruzione" (ibidem, p. XXVI), tuttavia non pot affermarsi. Ancora oggi, peraltro, a Reggio Emilia le vicende del dopoguerra sono oggetto di reticenze e strumentalizzazioni, come si nota anche sfogliando la stampa locale o assistendo a dibattiti pubblici.
[23] Cfr. D.A. Simonazzi, Azor. La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano, Reggio Emilia, AGE, 2004. L'uscita di questo libro stata seguita da quella del saggio di M. STORCHI, Sangue al Bosco del Lupo. Partigiani che uccidono partigiani. La storina di Azor, Reggio Emilia, Aliberti, 2005, che per, oltre a iniziare la narrazione dal 1944 (mentre il libro precedente una biografia completa, sin dalla nascita nel 1920), si basa anche su documenti forniti all'autore dalla Simonazzi e tende a fraintendere e ridimensionare la figura di Azor, presentandolo come un idealista inesperto di politica che non aveva compreso il contesto in cui operava e che cos'era veramente la Resistenza.
[24] Cfr. G. MORELLI, Finalmente un'evasione del teatro dal nostro maturo "provincialismo", in La Penna, 26 gennaio 1947.
[25] Nel 1954, quando Trieste fu restituita all'Italia, un'autocolonna diretta dal democristiano reggiano Corrado Corghi giunse nella citt giuliana recando il primo tricolore della Repubblica cispadana.
[26] "A Trieste sorta una organizzazione giovanile apolitica che si chiama "Intesa Giovanile Nazionale Italiana". Questa intesa ha per scopo di mantenere vivo lo spirito patriottico dei giovani e si propone anche di creare un piano di contatto fra le organizzazioni affini sorte in quasi tutte le citt d'Italia" (cfr. Microscopio, in La Nuova Penna, 14 dicembre 1945).
[27] Analoghe dimostrazioni in altre citt si erano concluse in maniera simile: "Un amico di Roma mi diceva [...] di una manifestazione studentesca per Trieste. I loro cartelli dicevano solo: 'Trieste italiana", 'Trieste all'Italia' [...]. Sopraggiunsero i soliti energumeni, con stanghe di piombo avvolte in fogli di giornale (L'Unit, credo) e fermarono la manifestazione. Ci fu un diverbio, volarono anche dei pugni e qual che colpo di stanga. 'Per bacco - dicevano gli ultimi arrivati - e non vi vergognate? Questo fascismo, nazionalismo spinto, sciovinismo. Roba da pazzi! Trieste all'Italia! E il comunista Tito?'. L'Unit il giorno seguente pubblicava un trafiletto la cui rivoltante spudoratezza ha convinto il mio amico a conservarlo. Trascrivo solo il titolo: 'Studenti e operai fraternizzano nelle vie di Roma'" (cfr. Un GIOVANE, Maturiamo ragazzi, in La Nuova Penna, 21 febbraio 1946. "Sappiamo che gli studenti di alcune citt dell'Italia sono stati bastonati dai comunisti perch, dicono essi, gridavano 'Vogliamo la guerra con Tito'. Sappiamo che non vero, ma se lo fosse avrebbero sbagliato. Bisognava gridare 'Tito vuol la guerra con noi'": cfr. Un GIOVANE TRIESTINO, Lettere triestine, in La Nuova Penna, 21 febbraio 1946. "Ancora una volta a Mode na, come gi in altre citt, studenti universitari, fra i quali molti triestini, hanno manifestato per l'italianit di Trieste. Ancora una volta dalle officine, chiamati telefonicamente (quale servizio!), gli operai sono accorsi a disperdere i dimostranti col classico metodo del manganello": cfr. L. BELLIS [E. COREZZOLA], Basta, signori comunisti!, in La Nuova Penna, 14 marzo 1946.
[28] Ringraziamo per queste informazioni la signora Maria Teresa Morelli, sorella di Giorgio, e il dottor Corrado Corghi.
[29] Cfr. gli articoli di un corrispondente goriziano: CASSANDRA, Arde a Gorizia la fiaccola, La Nuova Penna, 28 giugno 1946 (sulla manifestazione italiana svoltasi il 27 marzo davanti alla commissione alleata; in prima pagina, con una fotografia raffigurante manifestanti col tricolore italiano davanti alla chiesa di S. Ignazio in Piazza della Vittoria e la didascalia: "...e noi rispondemmo gridando: Italia!"); ID., L'eroina dell'homo. Mentre siamo dimenticati dai vivi, sentiamo con noi lo spirito eroico di tutti i morti per la liber t, Gorizia, luglio 1946, in La Nuova Penna, 2 agosto 1946; ID., Santa Gorizia. Il 9 agosto i comunisti iugoslavi hanno sparso ancora sangue italiano, in La Nuova Penna, 15 ottobre 1946 (con fotografie).
[30] Si ricorre anche ad esempi della politica del primo dopoguerra: cfr. Fascismo rosso, in La Nuova Penna, 21 febbraio 1946, ove si riporta un articolo di un giornale socialista reggiano del 1921 contro le prepotenze comuniste a danno dei socialisti ("A Torino, a Trieste la Federazione giovanile comunista ha diramato ai suoi adepti di 'prendere a bastonate" i giovani socialisti'").
[31] Per un esempio di satira cfr. La Nuova Penna del 15 ottobre 1946, con in prima pagina la fotografia della met inferiore di un volto e la didascalia: "Non riconoscete l'effigie del dittatore? Il mento largo dell'autocrate, la bocca decisa del criminale, gli occhi socchiusi, posa cara al megalomane. Leggete in terza pagina", dove compare la foto di Tito col commento: "Non lui. Voi vi sareste aspettati di vedere la zucca pelata di Mussolini, e invece no. Si tratta di un nemico tuttora vivente: Josip Broz [...]. Strano, vero, come assomiglia anche nei lineamenti a Mussolini?"
[32] "Con quale coraggio si pu prendere posizione contro il governo fascista di Franco, mentre in Iugo slavia esiste ancora un governo schiavista?": cfr. Aspettano la Commissione, in La Nuova Penna, 14 marzo 1946. Quando il congresso del Fronte della Giovent (organizzazione filocomunista di partigiani: cfr. P. De LAZZARI, Storia del Fronte della Giovent nella Resistenza, Milano, Mursia, 1996) chiede al Governo di rompere le relazioni diplomatiche con Franco, La Nuova Penna si chiede che cosa accadrebbe se si proponesse di fare altrettanto con Tito: "Reazionari, fascisti, guerraioli da strapazzo (unico rimedio i bastoni degli operai) [...] Pretendere la logica da certa gente come spremere un sasso per cavarne ac qua": cfr. Lasciateli giocare, in La Nuova Penna, 20 aprile 1946.
[33] Cfr. Aspettano la Commissione, cit.: "Forse agli Italiani che non vivono nella Venezia Giulia, questo linguaggio pu sembrare troppo retorico ed esageratamente nazionalistico, ma per comprenderlo bisogna aver vissuto il doloroso maggio dello scorso anno, quando al terrore nazi-fascista, contro il quale [noi patrioti goriziani] abbiamo lottato disperatamente per 20 mesi, subentrato quello sciovinista-slavo": cfr. Cassandra, L eroina dell'Isonzo, cit.
[34] Frequente un tono brillante: cfr. Maturiamo ragazzi, cit., in cui si ironizza sulla pretesa del Fronte della Giovent di rappresentare le giovani generazioni e si rimprovera il vigente sistema politico di essere imperniato su lotte di interesse fra i partiti anzich sulla collaborazione per ricostruire il Paese; inoltre si cita Croce a proposito dell'esistenza o meno di un "problema dei giovani" ("Forse ha ragione Benedetto Croce quando dice [...] 'la giovinezza un fatto e non un problema. Parlare del problema della giovinezza - continua il Maestro - sarebbe come parlare del problema della fioritura'").
[35] Si noti l'esattezza, che sorprende in persone mai state in quel luogo e che vivevano tanto lontano: a Basovizza le vittime furono gettate in un pozzo minerario in disuso, non in una foiba, come avvenne in molti altri luoghi, tuttavia ancor oggi nel linguaggio corrente di parla di "foiba di Basovizza" (cfr. R. PUPO- R. Spazzali, Foibe, cit., p. 225).
[36] Cfr. DON G. LONGARIC, Nostalgie di un emigrante, in La Penna, 18 maggio 1947.
[37] Cfr. L. B. [L. BELLIS, in realt E. COREZZOLA], Fascisti o patrioti? La verit su Trieste e su Tito, in La Penna, 24 agosto 1945.
[38] Cfr. Non dimenticateci! l'appello angoscioso dei giuliani, in La Nuova Penna, 14 dicembre 1945.
[39] Cfr. Aspettano la Commissione, cit., con una lettera di "una signorina di Pola attualmente a Trieste" e un commento della redazione; Da Trieste e da Fiume, in La Nuova Penna, 27 marzo 1946, dove si parla dell'incertezza (dovuta anche a "interessi commerciali e finanziari") dell'opinione pubblica triestina, pur unita nell'avversione a Tito, e si calca la mano su minacce a mano armata fatte agli elettori a Fiume (l'epi sodio dovrebbe essere inesatto, pur essendoci effettivamente stato nella citt un clima di intimidazione: ringrazio per la precisazione lo storico fiumano Mario Dassovich); "Fraterna solidariet". L'Istria invoca giustizia!, in ibidem ; Una lettera eloquente di una fiumana, in La Nuova Penna, 24 maggio 1946 ("Se Fiume non viene liberata, noi tutta famiglia ce ne andiamo via [...]. Noi Fiumani paghiamo per tutta l'Ita lia [...]. Amici miei intimi sono stati arrestati e condannati ad anni di lavori forzati [...]. Ci hanno pagato a usura per tutto quello che i fascisti avevano fatto a loro [...]. I nostri connazionali delle vecchie province [ l'Italia prima del 1915 ] ci ignorano e ci dimenticano"); Due lettere da Pola. Non si pu tacciare di estre mismo lo sfogo spontaneo d un'anima, in La Nuova Penna, 12 luglio 1946 ("Il nostro fiero popolo la voratore, quello che pure aveva creduto nella democrazia e s'era ribellato a ogni forma di schiavit, abbandonerebbe in massa la citt, se essa dovesse sicuramente passare alla Jugoslavia"); Dal "Grido dell'Istria" [pubblicazione clandestina del Cln istriano]: giustizia di Tito, in La Penna, 22 dicembre 1946; La Can zone di Rovigno, in La Penna, 26 gennaio 1947 (il testo di un canto patriottico; il termine "druse" ivi riportato l'appellativo con cui gli italiani istriani si riferivano ai partigiani titini, dal croato druze, vocativo di "compagno", mentre l'"imperatore degli impiccati" era, secondo la spregiativa definizione di Carducci, Francesco Giuseppe d'Austria, sotto il quale fu impiccato l'irredentista triestino Guglielmo Ober dan); Democrazia in Istria, in La Penna, 18 maggio 1947 (dal Bollettino del Cln dell'Istria).
[40] Il testo collocato come articolo di fondo nella prima pagina, vicino a una foto del celebre monumento triestino "Porta Romana detta Arco di Riccardo": cfr. La Nuova Penna, 21 febbraio 1946. Va detto per obiettivit che le difficolt del porto di Trieste fra le due guerre dipesero in larga misura dai mutamenti politici avvenuti dopo il 1918 nel suo hinterland centroeuropeo, spezzettato in staterelli con una politica economica protezionista. Anche sotto l'Austria, peraltro, la concorrenza dei porti del Nord Europa, in primis Amburgo, fu sempre formidabile.
[41] Cfr. Cosa ne pensano i Comunisti?, in La Nuova Penna, 21 febbraio 1946; ECO [E. COREZZOLA], Albania: un tragico esperimento, in La Penna, 22 dicembre 1946; Agli Albanesi i comunisti avevano promesso..., in La Penna, 26 gennaio 1947.
[42] Cfr. inoltre la foto con didascalia: "Tombe di soldati italiani caduti sul Podgora. Attendono anch'essi la Commissione Alleata", in La Nuova Penna, 14 marzo 1946.
[43] Cfr. ITALICUS, Esasperato nazionalismo, in La Nuova Penna, 2 agosto 1946.
[44] Cfr. VASIRI [G. MORELLI], Tito cerca banditi rossi. Quelli di Castelfranco dopo 40 delitti sono stati promossi ed hanno passato il confine, in La Penna, 24 agosto 1946. Su quest'argomento, cfr. R. Turi, Gladio Rossa, cit.
[45] Del tutto insufficiente G.C. NISI, Gli Italiani, il dopoguerra e la popolazione di confine. Il conflitto di Trieste e la stampa nazionale, in Trieste anni Cinquanta. La citt reale: economia, societ e vita quotidiana 1945-1954, Trieste, Comune di Trieste, 2004, pp. 204-207.
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