Versione adatta alla stampaRIVELAZIONI/2
Don Corsi e la perpetua uccisi a Grassano, don Galletti assassinato nel bolognese, don Bortolini trucidato a Dosso e don Reggiani ad Amola, don Venturelli a Fossoli...Novità sulle stragi partigiane di sacerdoti avvenute tra 1944 e ’46
di
Paolo Simoncelli
Tratto da

del 9 novembre 2006
Un durissimo tributo di sangue fu pagato alla resistenza non solo da fascisti o presunti tali, o anche da chi «collaborazionista» non avrebbe potuto esserlo (come l'invalido Wainer Marchi, privo di entrambe le gambe, prelevato, assassinato e gettato in una porcilaia il 2 aprile 1945: gesto assai poco eroico, fatto comunque passare «per un atto di guerra», con indagini abbandonate sul momento, ma che riprese nel '52 ne svelarono gli autori e le motivazioni in «rancori personali»). Fu pagato anche da partigiani non comunisti, e tra questi dai cattolici (da quelli della «Osoppo»; da Mario Simonazzi detto «Azor», comandante partigiano del Reggiano, il cui assassinio è stato analizzato di recente in due libri dalla sorella Daniela e dallo storico Massimo Storchi, eccetera); e da molti ecclesiastici.
È merito di Roberto Beretta aver composto il martirologio dei sacerdoti assassinati da comunisti durante e dopo la guerra civile (
Storia dei preti uccisi dai partigiani, Piemme). Nuova documentazione del ministero degli Interni consente ora di poter dire qualcosa in più in merito: per esempio l'individuazione nel marzo 1950 degli assassini di don Aldemaro Corsi e della perpetua Zefferina Corbelli, uccisi a Grassano (Re) nel settembre 1944; l'attribuzione del movente politico (come attestato dal rapporto del prefetto) all'omicidio di don Tiso Galletti a Spazzate Sassatelli nel bolognese, maggio '45; la sentenza della Corte d'Assise che condannò (in contumacia) l'assassino di don Raffaele Bortolini ucciso a Dosso (Fe) nel giugno 1945; e poi più ampie notizie sugli omicidi di don Reggiani e don Venturelli, occorsi a breve distanza l'uno dall'altro, rispettivamente il 5 dicembre 1945 e il 15 gennaio 1946 ad Amola (Bo) e Fossoli (Mo). Località che evocano precedenti tragedie: quella del 5 dicembre 1944, allorché un reparto tedesco rastrellò la zona del bolognese fucilando e deportando; e quella legata al campo di concentramento di Fossoli che vide prigionieri - in successione - soldati inglesi, ebrei e poi fascisti repubblicani. Don Reggiani le pistolettate se le aspettava; ne aveva avuto più d'una avvisaglia: ripetute accuse a muso duro da parte di un partigiano comunista «ritenuto capace di commettere crimini» ed «affetto da lieve forma di squilibrio mentale»: «Badate - gli avrebbe detto -, io ne ho uccisi parecchi ed uccido anche voi». Ma, per quanto continuasse a ritenere il sacerdote «il responsabile delle vittime di Amola», non sarebbe stato lui l'assassino. Il comando tedesco aveva diretto l'efferata operazione dalla canonica di don Reggiani, che anzi ne aveva subito le prepotenze, ma questa circostanza l'aveva implicitamente condannato: quando «diverse vittime del rastrellamento furono ricondotte al cimitero di Amola gli fu inibito (…) di impartire la benedizione alle salme». Non sfuggì a nessuno, del resto, che era stato assassinato in occasione dell'anniversario della strage di Amola. Per non dar seguito a malevole interpretazioni del suo operato, don Reggiani aveva più volte rifiutato gli inviti delle autorità ecclesiastiche a cambiar sede. Le indagini, ripetutamente sollecitate da Roma, non dettero esito immediato; solo nel settembre 1950 fu possibile denunciare alla giustizia gli autori dell'omicidio, uno dei quali detenuto per «altri delitti». Arciprete di Fossoli, don Venturelli era anche cappellano del locale campo di prigionia; assistendovi prima gli antifascisti e poi i fascisti, aveva sollevato le proteste prima dei fascisti e poi degli antifascisti. Chiamato con un pretesto di assistenza spirituale fuori dalla canonica, fu assassinato con tre pistolettate alle spalle. Il ministro degli Interni Romita inviò un telegramma di condoglianze al vescovo Dalla Zuanna, e spronò alle indagini. Invano; 7 anni dopo, il 15 gennaio 1953 il prefetto inviava al Ministero una relazione epigrafica: «L'opera intelligente, appassionata e tenace svolta dagli inquirenti si è infranta contro il muro del silenzio imposto da quella ristrettissima cerchia di pericolosi e temuti attivisti e partigiani comunisti che sono a conoscenza dei fatti». Faceva il nome che «la voce pubblica indica quale mandante»: un noto partigiano comunista già arrestato nel '49 su mandato del giudice istruttore «quale mandante dell'eccidio di 14 detenuti nelle carceri di Carpi, reato per il quale venne poi assolto per insufficienza di prove, in quanto nessuno ebbe il coraggio di testimoniare a suo carico, e quelli che lo avevano fatto, ritrattarono immediatamente le dichiarazioni (…). Nella zona - concludeva sconfortato il prefetto - regna ancora, nonostante tutto, l'omertà più impenetrabile che è dovuta al timore di eventuali rappresaglie». E non si trattava solo di paura. A seguito di arresto o denuncia di mandanti ed esecutori di tali misfatti vibravano violente le proteste di associazioni partigiane, dei partiti comunisti e socialisti, e di importanti uomini di cultura (Davide Lajolo ad esempio scrisse sull'
Unità del 28 febbraio 1953 un rimarchevole articolo in favore degli assassini di 11 prigionieri nel carcere di Comacchio prelevati a forza e trucidati alla fine di maggio del '45). Si parlò di «processo alla resistenza», e per contro, già allora, di «triangoli della morte». E certo i rinvenimenti continui di fosse comuni, la pressione delle famiglie degli scomparsi, il clima continuo di guerra politica e di nervi post-1948, e la guerra fredda e l'anticomunismo… potevano dar adito a ogni sospetto. Ma la magistratura spesso intervenne a riconoscere movente politico (e dunque a dichiarare l'intervenuta amnistia) anche nella soppressione di colonne di prigionieri da parte di partigiani che un organo locale del Cln aveva invece comandato come semplice scorta per traduzione in carcere: occorse ad Albano Vercellese, dove alcuni partigiani il 3 maggio 1945 fucilarono per la via 12 prigionieri prelevati dal campo di concentramento di Novara, gettandone poi i corpi nel canale Cavour: la corte d'assise stabilì «non doversi procedere per intervenuta amnistia» nei confronti del maggior responsabile dell'eccidio; né rimase un caso isolato. Le prefetture non cedettero all'isteria collettiva (il prefetto di Firenze, ad esempio, negò nel '49 che a Prato esistessero «triangoli della morte», come denunciato da quotidiani di destra); il ministero degli Interni mise sotto inchiesta due marescialli che in provincia di Brescia avevano perseguito partigiani con accuse false suggerite dall'ex segretario del locale fascio repubblicano… Autorità giudiziarie e amministrative intervennero dunque ristabilendo fatti e circostanze e motivazioni certe ad azioni di guerriglia o anche di rappresaglia. E si potrebbero continuare a citare casi di entrambe le fattispecie. Perché invece già allora le associazioni partigiane e il Pci lasciarono che questa resistenza, indifendibile, finisse vieppiù parossisticamente oggetto obbligato di culto senza fede?
(2. continua)
Il libro
Le storie «smarrite» della Resistenza
Prosegue l'opera di recupero di documenti «alternativi» o «rimossi» dalla storia della Resistenza da parte del Centro Studi «Silentes Loquimur» di Pordenone (tel. 0434/209008). Lo storico Marco Pirina pubblica ora «
1943-1947. Storie... smarrite» (pp. 520, euro 30), corposa silloge di fonti giornalistiche, fotografiche e orali che spazia dall'attentato di via Rasella e conseguente strage delle Ardeatine ai cosacchi in Friuli, dalle violenze delle foibe alle epurazioni partigiane alla Falck di Sesto San Giovanni (Mi), dagli orrori di Travesio (Pn) e Pramosio (Ud) all'eccidio di Pedescala (Vi), dai fatti di Porzus ad altri casi di partigiani «bianchi» eliminati da colleghi «rossi» (Bisagno, Alessi, Ricci, Morelli, Pascoli, Fanin...), ma senza tralasciare i bombardamenti Alleati e le loro vittime. Insomma, una geografia dell'orrore che non risparmia nessuna zona dell'Alta Italia e che anche solo visivamente - grazie alle molte immagini riprodotte - testimonia la necessità di completare la storia della Re sistenza.
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