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La requisitoria [del Pubblico Ministero] applaudita dalla folla che assiepava l'aula, ha avuto un'eco da parte di alcuni che hanno gridato "a morte, a morte", nel momento in cui la Corte si ritirava per deliberare.La sentenza, avendo l'estensore, il Presidente Avezzana, adottato una motivazione spudoratamente suicida, fu poi annullata senza rinvio dalla Cassazione il 28 giugno successivo, e cosi i tre imputati poterono essere rimessi in libert.
Sotto la pressione di quest'ambiente, tutt'altro che sereno e spassionato, specie dopo le invettive lanciate con fervore da una delle parti offese, il Collegio non pot non decidere in conformit della richiesta del Pubblico Ministero, superando la questione se il minorenne abbia agito con capacit di intendere e di volere e se il perdono giudiziale possa essere accordato.
[... Perci la Corte] dichiara Beltrami Arnaldo, Beltrami Romano e Landi Ezio colpevoli dei delitti loro ascritti con l'attenuante dell'art. 98 C.P. per Beltrami Arnaldo e condanna quest'ultimo alla reclusione per anni trenta: Beltrami Romano e Landi Ezio alla pena di morte, con le conseguenze di legge, ivi comprese le spese.
fatti montare verso le ore 14 del 9 maggio 1945 in un autocarro, affidato alla guida di Guasti Vittorio, per la traduzione, a quanto si dice, dal carcere di Mirandola, da cui era avvenuto il prelievo, a quello di Modena per processi di collaborazionismo, erano stati, percorsa una quindicina di chilometri, in localit Cristo, agro di Bomporto, fatti segno a raffiche di mitra della scorta, costituita dei cinque giudicabili, il tenente partigiano Ribuoli Lorenzino che la comandava, e gli altri quattro partigiani Bergonzoni Franco, Bignozzi Ermes, Luppi Primo, Silvestri Leonello che li avevano, crivellandoli di colpi, resi all'istante cadaveri.E a pagina 20:
Compiuto il massacro e dato all'autista, ignaro fino all'ora dell'avvenimento, e al giovane Pollastri Bruno che gli sedeva accanto, ordine di arresto della marcia dell'automezzo, gli uccisori si erano preoccupati di far scomparire dalla strada i rivoli del sangue delle vittime, che vi era colato, e, attinte notizie sull'ubicazione del cimitero pi vicino, vi si erano approssimati per deporvi i cadaveri.
Subito dopo s'erano recati nella sede del Cln di Bomporto, i cui componenti avevano riferito di avere agito, cos come avevano agito, per domare una ribellione e per evitare una fuga che aveva reso necessario l'uso delle armi.
Rientrati a Mirandola i prevenuti non avevano esitato a consegnare ai superiori copia di quel verbale, non senza adoperarsi, ciascuno per suo conto, nel tentativo di avallare con la propria testimonianza la grottesca trovata della ribellione delle vittime.
Il movente psicologico, le finalit che avevano ispirato l'azione delittuosa di Ribuoli e compagni non vanno ricondotti, per certo, ad impulsi egoistici di cupidigia o di vendetta personale, ma a stati d'animo collettivi, a rigurgiti di passione, a fermenti d'ordine ideologico e di lotta, quale risultato del clima della liberazione contro gli autori o i presunti responsabili o, comunque, gli esponenti di un regime oramai in pezzi; crimine soggettivamente politico, dunque, i cui responsabili beneficiano, nei limiti legalmente consentiti, del condono.La difesa aveva invocato l'applicazione della cosiddetta "amnistia Togliatti": si trattava del decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4, che concedeva amnistia per tutti i reati esclusi gli omicidi commessi con sevizie "particolarmente efferate in lotta contro il fascismo". E l'interpretazione che fu data a questa espressione fu scandalosamente compiacente: troppi delitti frutto di deliri di vendetta, o molto peggio, furono ritenuti come consumati "in lotta contro il fascismo". La Corte escluse che si trattasse di un omicidio commesso in lotta contro il fascismo, ma le condanne ad anni dodici infitte a quattro imputati e ad anni otto inflitte al quinto con la concessione addirittura della attenuante di avere agito "per motivi di particolare valore morale o sociale" furono talmente annacquate dai condoni che le parti civili rifiutarono di mantenere la costituzione negli ulteriori gradi di giudizio.
Il Ribuoli ed i suoi gregari fronteggiavano vecchi, donne, persone rese ormai inoffensive, in stato di detenzione perch sottoposte o da sottoporre al giudizio del magistrato, nella impossibilit di nuocere. Le stesse modalit di esecuzione della carneficina, l'accordo per occultare il delitto, per sottrarsi alle incombenti responsabilit costituiscono, per altro verso, la prova, se pur ve ne fosse bisogno, della sicura consapevolezza della illegittimit della propria azione in ciascuno dei prevenuti.
pienamente accertato che i partigiani di Concordia, nel procedere ai fermi, violavano le istruzioni e gli ordini ricevuti, che facevano obbligo agli stessi di consegnare tutte le persone fermate alle competenti autorit giudiziarie e di polizia aventi sede in Modena, ed in luogo di servire agli scopi della pubblica autorit, agivano, non solo per assoggettare i fermati ad un crudele ed inumano trattamento, come deposto da tutti i testimoni relativamente alle particolarit della custodia nella soffitta di Villa Medici ed ai maltrattamenti che ciascuno dei fermati subiva negli interrogatori notturni, ma principalmente per infliggere, di propria aberrante ed odiosa iniziativa, una sanzione ai fermati, fino a disporre, oltre che della libert, anche della vita di costoro; non pu esservi alcun dubbio sulla illegittimit nel suo duplice aspetto obiettivo e subbiettivo e sulla esattezza della contestazione del reato di sequestro di persona aggravato e continuato.Tale sentenza fu confermata dalla Corte d'Assise di Appello di Roma con sentenza 3 novembre 1953 e divenne definitiva il 16 febbraio 1955 con il rigetto dei ricorsi da parte della Corte di Cassazione.
E che i partigiani di Concordia abbiano disposto della vita e delle persone delle quali si parlato e che ad essi si debba far carico dell'omicidio continuato e constatato, la Corte non dubita menomamente...
N potrebbe il difetto eventuale della prova generica scuotere tale convincimento, quando gli elementi sul quale questo di fonda sono di tale qualit, precisione e concordanza che la deduzione logica che ne scaturisce si impone con i caratteri della necessit e dell'evidenza.
Nella notte sul 19 maggio 1945, il contadino Giovanni Pincella, residente a San Possidonio, Via Matteotti nr. 11 ed all'epoca affittuario di un fondo attiguo a quello degli eredi Tellia, vide entrare nel suo passo, diretto verso la campagna retrostante, un'autocorriera, che poi risulter un autocarro, con a bordo diverse persone e che uno dei partigiani di scorta gli chiese, con la minaccia delle armi, un badile. Il Pinella, una mezz'ora dopo il transito dell'autocarro dal suo cortile, avvert distintamente, provenienti dalla campagna, il crepitio delle armi automatiche; quella stessa notte e prima del transito dell'autocarro dal cortile del Pincinelli, i partigiani del luogo svolsero azioni intimidatorie nei confronti della popolazione, disponendo la chiusura degli esercizi pubblici e sollecitando i ritardatari a rientrare nelle rispettive abitazioni. (pp. 1-2)Il successivo rapporto in data 21 giugno 1968 cos concludeva:
Le indagini venivano pertanto approfondite nei pi diversi ambienti e, con le indicazioni raccolte, fu possibile identificare un ex partigiano di S. Possidonio, il quale, circondandosi della massima riservatezza, forniva elementi utili per ricostruire attendibilmente i fatti svoltisi in quel comune nella notte del 19 maggio 1945.
Il teste, che per ora stato sentito solo oralmente, ha dichiarato che una sera del maggio 1945, presumibilmente quella della Sagra di San Possidonio, caduta il 18 o 19 maggio, un furgone scortato dai partigiani scaric in quella Piazza Andreoli un gruppo di uomini (circa venti), che vennero condotti a piedi in Comune e quivi, dopo un sommano processo, vennero spogliati, legati a polsi e fatti scendere nello spiazzo antistante lo stabile del municipio.
Un primo scaglione di quattro o cinque uomini, fra cui un ragazzo dall'apparente et di 16-17 anni, venne fatto salire, su di un autocarro, che si diresse in una localit da dove, circa 20 minuti dopo, si sentirono provenire le raffiche di armi automatiche.
L'autocarro torn poco dopo e, mentre i partigiani si apprestavano a fare salire il secondo scaglione, il teste fu invitato dall'allora comandante a "dare una mano" ma egli, nonostante la minaccia dell'arma puntatagli al fianco, si rifiut, allontanandosi. (pp. 4-5)
Le indagini dei Carabinieri avrebbero stabilito che le persone soppresse e sepolte in modo clandestino in quel periodo, nel Comune di San Possidonio, soltanto dentro fosse comuni delle quali pot essere accertata l'esistenza, sarebbero state, nel complesso, pi di ottanta. Dal novero restano escluse le persone soppresse e sepolte isolatamente qua e l sempre in modo clandestino.Ma eccoci al fondo del pozzo: marito e figlio massacrati e lei, al sesto mese di gravidanza, violentata da nove persone. Nella lettera datata 19 ottobre 1969 diretta al Pm, e poi confermata in sede di interrogatorio il 24 successivo, il teste Primo Piraccini scrisse:
Circa il movente dei fatti addebitati, da escludere che gli indiziati siano stati mossi da ragioni sorrette da ideali politici, stante il fatto che le esecuzioni, perpetrate con fredda determinazione e inaudita ferocia, riguardavano persone non compromesse politicamente, civili o ex militari non pi in uniforme ed inermi, giovani comunque muniti di salvacondotto rilasciati dagli stessi Comitati di Liberazione Nazionale, che ritornavano protesi verso un futuro migliore, alle loro case, alle loro famiglie.
E molto pi probabile, invece, che il movente sia da ricercarsi nella natura sanguinaria e malvagia degli indiziati, nella loro spiccata e vasta capacit a delinquere, per la quale, forse, la prospettiva della depredazione ha costituito la componente essenziale del loro disegno criminoso.
A sostegno della tesi enunciata, stanno gli anonimi provenienti dagli stessi partigiani che parlano di "rapina delle persone trucidate" e le dichiarazioni del partigiano Bassoli Luigi, custode della casa del popolo di Moglia, sede di quel comando di polizia partigiana, il quale afferm di essere a conoscenza "che le persone fermate venivano sensibilmente alleggerite dei loro oggetti e delle loro somme" [...].
L'asserto del Bassoli conferma peraltro, quanto dichiar pure Don Guglielmo Freddi, parroco di Moglia all'epoca dei fatti, il quale, gi appartenente a quel Cln, ne usc poco dopo "disgustato" dai sistemi depredatori della polizia partigiana ed afferm testualmente: "Io stesso con i miei occhi ho visto la polizia partigiana spogliare reduci e viaggiatori di tutto ci che avevano", aggiungendo che "la roba sequestrata dalla polizia partigiana non fu data ai poveri". (pp. 22-23)
Due sere dopo il fatto da me raccontato, si present sempre all'albergo Milano di Modena (mese di maggio 1945) una donna in stato avanzato di gravidanza. Chiese alloggio per quella notte, ma le venne rifiutato perch mancante di qualsiasi documento di identificazione. La donna poteva avere un 26-27 anni ed era, credo, al sesto mese di gravidanza.Si apr, dunque, come abbiamo detto, nel 1968 a distanza di diciassette anni dalla sentenza di Viterbo a Modena, un procedimento penale contro gli autori di questo secondo massacro, consumato a distanza di pochi giorni da quello oggetto della sentenza della Corte di Assise di Viterbo in data 15 gennaio 1951. Il Giudice Istruttore modenese dette incarico ai Professori Giorgio Frache e Bruno
Essendo quasi stremata insisteva per una camera da dormire, ma il portiere si rifiut, anche perch molte notti i "partigiani" andavano a svegliare gli ospiti per controllare le loro identificazioni. Venne deciso fra me e il portiere di condurre la signora all'Ostello della giovent, o riparo della giovane, che, a quei tempi, esisteva nella contrada dietro la Questura. Mi incaricai di accompagnarla. Strada facendo mi narr che era stata violentata da nove uomini in un casolare di campagna e che, dopo averla depredata di tutto: fede dell'anulare, portafoglio, catena al collo, un bracciale d'oro e tutti i documenti, l'avevano abbandonata davanti alla porta dell'albergo. Temeva per la perdita del figlio in quanto oltre ad essere stata violentata aveva ricevuto molti pugni sull'addome. Non sapeva alcunch del marito che era insieme a lei in Corriera. La donna era di corporatura molto accentuata, di altezza sul metro e 80, capelli mori, portamento disinvolto. Dimostrava una certa cultura. Io la lasciai alla soglia della Casa della Giovane che, ripeto, era ubicata dietro la Questura.
Tornai in albergo senza fermarmi in piazza dove scorazzavano giovinastri. Dai registri, se esistono ancora, potrebbe trovarsi il bandolo. Me lo auguro per il trionfo della verit. Ossequi distinti.
Le risultanze peritali, collegate al luogo in cui furono localizzate e riesumate le ossa umane, hanno reso chiara ed incontrovertibile la generica dei reati [...] e in particolare per quanto attiene l'omicidio continuato con la presenza delle circostanze aggravanti [...] ossia la premeditazione, palesatasi dalla meditata preordinazione ed organizzazione delle modalit e dei mezzi adatti a tradurre in atto il proposito delittuoso, nonch le sevizie, manifestatesi attraverso le lesioni da corpo contundente accertate in sede peritale ed in particolare la frattura di una mandibola appartenente ad un cranio ed una frattura della porzione sinistra del frontale di un altro cranio [...] prodotte in limine vitae. La presenza delle suddette circostanze aggravanti importa [...] la sanzione dell'ergastolo. (pp. 3-4)E concluse che nove imputati erano raggiunti da elementi "gravi, precisi e concordanti, tali da legittimare un loro rinvio a giudizio". Ma aggiunse:
Sennonch giunti a tal punto occorre tener presente che l'eccidio fu senz'altro influenzato in modo determinante da motivi politici.Insomma, l'amnistia, di cui al Dpr 4 giugno 1966, n. 332, andava applicata anche a questi assassini che avevano massacrato pi di ottanta persone al solo scopo di appropriarsi dei loro beni. Venti anni prima, la Corte di Assise di Viterbo aveva, invece, escluso la natura politica di quel delitto ed aveva condannato due dei responsabili a venticinque anni di reclusione. Ma a Modena, nel 1970, quando fu noto che tanti altri cadaveri erano stati ritrovati e le "corriere fantasma" erano tornate alla ribalta, il Partito comunista scese pesantemente in campo facendo affiggere in tutta la "bassa" modenese nella speranza che nessuno ricordasse la sentenza di Viterbo un manifesto dal titolo "una infame speculazione", in cui, dopo aver detto "Ora basta!" e "Nessuno si illuda!" si proclamava: "Le conquiste gloriose della Resistenza sono state e restano tuttora il baluardo pi sicuro della lotta per la difesa e lo sviluppo della democrazia". Cos il Partito si schierava con quegli assassini, che anche molti degli iscritti comunisti riconoscevano come uomini giunti all'estremo limite della abiezione, se vero che si erano appropriati pure degli orologi degli assassinati, di cui avevano svuotato tutte le tasche. Dal canto suo, la magistratura aveva perso totalmente di credibilit, scrivendo che quei delitti non erano oggettivamente, ma soggettivamente politici.
La nozione di delitto data testualmente dal Legislatore. L'Art. 8 secondo capoverso del C. P. recita espressamente: "agli effetti della legge penale delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico allo Stato, ovvero un delitto politico del cittadino. altres considerato delitto politico il delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici".
Orbene, un reato pu essere qualificato politico per ragioni obiettive o per ragioni subiettive.
Il reato di fattispecie non rientra nei delitti obiettivamente politici, un reato comune che, tuttavia, pu essere determinato (ed i casi nella storia non sono pochi) da motivi politici.
Quindi, pu assumere la qualifica di delitto politico se mosso da impulsi psichici tendenti a favorire, a realizzare, a combattere idee o imprese di partiti, nell'opinato interesse dello Stato o della societ in generale.
I motivi che spingono a commettere il reato non hanno di norma alcuna influenza sull'assenza del dolo, perch il diritto penale non confonde l'azione con la volont. Pur tuttavia il motivo, intenso come causa psichica, profondo di carattere affettivo consapevole o inconscio che stimola verso lo scopo della condotta che ha carattere conoscitivo (la rappresentazione dell'evento desiderato o la violazione di esso), ha un rilievo nel regolamento di istituti particolari, sia per riconoscere una circostanza del reato, sia per l'inflissione della pena, sia, e ci interesse in questa materia, come criterio di classazione dei reati oggettivamente politici. (pp. 6-7)
Le circostanze storiche in cui venne compiuto l'eccidio di cui causa sono ben note. Erano i giorni della liberazione, nei quali la risposta dei partigiani alle dure repressioni del movimento da parte degli avversari politici, durante il periodo precedente conclusosi con la "debellatio" del governo della Rsi esplodeva sovente in modo esagerato. Si era conclusa una guerra civile e i vincitori portavano i segni dei tormenti sofferti e i ricordi dei compagni caduti. Di qui il desiderio di giustizia che aveva una manifestazione istintiva di vendetta.
Dall'altra parte si cercava di sottrarsi in tutti i modi a una prigionia che poteva essere infausta.
Di qui la fuga dei compromessi dal Nord verso Sud e la reazione, mediante posti di blocco attuati dai partigiani per intercettare i fuggiaschi, specie nella pianura padana dove la vicinanza con la zona rimasta da ultima in possesso agli avversari, la conformazione topografica del terreno pianeggiante e quindi di pi agevole controllo, davano molta efficacia al sistema filtrante.
Coloro ai quali appartenevano i resti ossei riesumati in quel di San Possidonio, furono appunto fermati nelle predette circostanze storiche e ambientali e dalla rievocazione, anche se frammentaria, dei testi si saputo che furono dapprima rinchiusi in una ex casa del fascio perquisiti e poi fucilati. Dalle indagini peritali altres risultato che furono percossi a sangue. (p. 7)
Dal sistema facile arguire che il motivo dell'eccidio fu rappresentato dal sospetto che si trattasse di persone coinvolte con la cessata Rsi e quindi di avversari politici. Un sospetto che gi animava gli esecutori in via generale rispetto a tutti coloro che provenivano dal Nord Italia, passavano attraverso il posto di blocco o venivano pertanto fermati e che forse prese forme pi consistenti nei confronti delle vittime di cui processo durante i sommari e ostili accertamenti della loro identit o provenienza.
In quei momenti, un sospetto costava caro al sospettato.
L'eccidio fu, dunque, animato negli autori da un movente politico, tendente a combattere, attraverso la distruzione fisica di quelle persone, le idee che essi, per convinzione degli autori, avevano incarnato e che venivano ritenute contrastanti con l'interesse della Societ o dello Stato.
Quindi fu un plurimo omicidio con movente politico. Tale qualifica rende il reato passibile dell'operare dell'amnistia concessa con Dpr 4/6/66 n. 332 art. 2 lett. a). (p. 8)
Invero, in base a tale norma, sono stati amnistiati tutti i reati commessi dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946 da appartenenti al movimento della Resistenza e da chiunque abbia cooperato con essa, se determinati da movente a fine politico o se connessi con tali reati.
Il reato di specie soggettivamente politico e gli autori di esso appartenevano al movimento della Resistenza.
Concorrono dunque interamente i requisiti oggettivi o soggettivi per l'operare di tale causa estintiva, n sussistono condizioni ostative per nessuno degli imputati Borsari Armando, Pollastri Remo, Borghi Onorio e Campagnoli Angiolino.
I predetti vennero pertanto prosciolti dal reato di omicidio pluriaggravato continuato loro ascritto sub 1) essendo estinto per amnistia, e vanno prosciolti per prescrizione dal reato sub 2) che era gi intervenuta al momento dell'amnistia suddetta.
Il mattino del 6 aprile 1945, la giovane ventiseienne Bacchi Anna Maria, detta "Niny", laureanda in farmacia e abitante in Modena, Via della Pace n. 85, mentre insieme ai propri familiari ritornava a casa da una cerimonia religiosa di commemorazione del padre defunto, venne avvicinata da alcuni giovani i quali le riferirono che suo fratello, Ufficiale nella guardia nazionale repubblicana, era stato nella notte rastrellato ed aveva urgente bisogno di parlarle. La giovane non ebbe esitazione: salita per qualche minuto in casa per lasciare il libro da messa e la corona, segu gli sconosciuti, uno dei quali la prese sulla canna della propria bicicletta. Da allora non fece pi ritorno a casa. (pp. 3-4) [Anna Maria era stata infatti portata sul greto del fiume Secchia dove era stata uccisa con un colpo alla nuca e poi sepolta in una buca profonda]Queste le parole della sentenza della Corte di Assise di Macerata che il 18 luglio 1952 condannava lo Zagni alla pena di ventiquattro anni di reclusione, escludendo ogni movente riconducibile, anche da lontano, alla politica. il caso di aggiungere che lo Zagni, che si era reso latitante quando ebbe inizio il processo, prestava regolare servizio nella polizia, nella quale era stato arruolato come "partigiano combattente". Anche per tale motivo la sentenza, partendo dalla pena base dell'ergastolo, gli concedeva le attenuanti generiche con questa motivazione:
Al dibattimento stata prodotta dal difensore delle parti civili la copia di un numero di altro foglio, intitolato: "Solidariet Democratica", apparso durante la celebrazione del processo e che reca un articolo sul caso Bacchi, dal titolo "Un processo che non si doveva fare". Vi si legge: "La cosiddetta vittima, la studentessa Anna Maria Bacchi, sorella del noto criminale repubblichino dell'Ufficio politico dell'Accademia di Modena, Gianfranco Bacchi, venne segnalata dai comandi partigiani come spia pericolosa". (p. 29)
Disse infatti il Cavalcanti che la Bacchi, prima di morire, gli confess che aveva fatto la spia "in un momento di debolezza". Questa era, dunque, la linea difensiva evidente e in ci il Cavalcanti ment sfacciatamente, giacch la giovane non poteva fargli la pretesa confessione non avendo mai fatto la spia, come diffusamente e luminosamente si dimostrer in seguito. (pp. 15-16)
I commenti sono assolutamente superflui. Basta solo richiamare le risultanze processuali che, come si visto, hanno stabilito che "la pericolosa spia" era una ottima giovane che di politica non si era mai interessata, sconosciuta alle autorit politiche della Resistenza e ai Comandi partigiani e che il "noto criminale repubblichino" era un giovane che, nel 1945, appena ventunenne, assolveva ai suoi obblighi militari prestando servizio presso l'Accademia di Modena". (p. 30)
Di fronte a queste chiare e precise risultanze, tanto chiare e tanto precise che ogni commento appare superfluo, ogni dubbio sarebbe del tutto ingiustificato; n il Comitato di Liberazione, n il Comando Piazza, n i Comandi partigiani responsabili impartirono l'ordine della soppressione della povera Bacchi; nessun movente politico pot determinare la turpe azione dello Zagni, che macchiando e disonorando le autentiche glorie della Resistenza, si valse della carica che allora ricopriva per armare la mano di sicari ignari e stroncare una giovane esistenza.
Ed veramente banale e puerile e insieme, disgustoso e riprovevole, il tentativo di sporcare di fango la tomba della innocente vittima. (p. 27)
Sembra peraltro alla Corte che, nonostante la gravit del delitto, non si possano negare allo Zagni le attenuanti generiche, considerata la tristizia dei tempi all'epoca del fatto, quando la caotica situazione, materiale e spirituale, favoriva il risorgere negli animi ed il prevalere degli istinti peggiori e di molto e nei pi si erano allentati i freni morali e nella generale strage ormai poco conto si faceva della vita propria e dell'altrui; condizioni tutte che non poterono non influire nell'animo dello Zagni e favorire e, quanto meno, non ostacolare la spinta al delitto.Ebbe allora inizio una tormentata vicenda processuale. Infatti, lo Zagni present appello contro quella sentenza e la Corte di Assise di Appello di Ancona, il 15 maggio 1954, lo assolveva per insufficienza di prove, scrivendo che, nel dubbio se il movente fosse politico o no, bisognava optare per la soluzione pi favorevole all'imputato.
Verso le ore 23 del 10.4.1945 otto sconosciuti sei partigiani comunisti a cui si erano uniti due disertori tedeschi armati e mascherati circondarono la casa della famiglia Morselli, sita in Motta di Cavezzo e quattro di essi, qualificatisi per partigiani riuscirono a farsi aprire la porta da Morselli Alberto, che era ancora in piedi. Appena entrati immobilizzarono costui e quindi ordinarono alla sorella Pia, che era accorsa, avendo intuito da alcune parole pronunciate dall'Alberto che stava accadendo qualche cosa di anormale, di chiamare le sorelle Tina ed Alice e di farle scendere nella sala da pranzo. La Pia chiam per prima Tina, che scese nello stato in cui si trovava, e cio a piedi nudi ed in camicia da notte, e poi Alice. Quando torn nella sala da pranzo, constat che i fratelli Alberto e Tina non erano pi in casa. Nel frattempo gli sconosciuti si davano a rovistare un po' dappertutto impossessandosi di biglietti di banca per L. 10.000 circa, che costituivano gli stipendi riscossi da Morselli Alice per il marito Bizziocchi Aldo, che allora era prigioniero in Germania, di una macchina fotografica Kodak, di un orologio di Bizziocchi Paolo, figlio di Morselli Alice, ed altri oggetti. (pp. 4-5)Sia detto per inciso. Aldo Bizziocchi, il padre di Paolo, che allora aveva cinque anni, era, in quel momento, prigioniero nel lager nazista di Wietzendorf; in Westfalia, al limite estremo della resistenza umana, avendo respinto qualunque ipotesi di collaborazione coi tedeschi, e, ovviamente, l'adesione al lavoro. E io ero con lui: fummo liberati sei giorni dopo, il 16 aprile 1945. Torniamo alla sentenza:
La Pia, dopo essere stata costretta a chiudere la porta col catenaccio, sal al piano superiore, spalanc una finestra e si mise in ascolto; pot cos sentire il pianto della sorella Tina ed il rumore di un birroccio che si allontanava nella stessa direzione da cui proveniva la voce di costei. Il giorno successivo nel rosaio a siepe che fiancheggia la casa, Morselli Pia rinvenne un groviglio di capelli della sorella Tina. Dall'atto del prelevamento di Morselli Alberto e Tina non si ebbero pi notizie e le indagini esperite riuscirono negative anche perch la Morselli Pia, nel timore di rappresaglie, non aveva sporto denuncia all'autorit. (p. 3)Ecco la agghiacciante confessione resa la sera del 27 maggio 1949 alle ore 21.30 nella Questura di Modena da Egidio Sighinolfi:
D.R. Non fui io ad impartire l'ordine di asportare il denaro, il portacipria, la macchina fotografica, il portasigarette d'argento, l'orologio cronometro e l'orologio piccolo da polso e gli altri oggetti, compreso le biciclette, ma bens il Cavalieri ed i due tedeschi su loro iniziativa.Ed ecco quella di Nello Randighieri, resa il 26 maggio 1949:
D.R. Le due biciclette furono portate in casa di Cavalieri Jaures ed ignoro cosa ne abbia fatto. Il cronometro da polso in possesso delle vittime fu preso da me, e, a distanza di qualche giorno, lo consegnai al Cavalieri Jaures perch lo adoperasse anche lui. Non mi sono pi interessato di conoscere la destinazione dell'orologio. Il denaro che aveva indosso la vittima consistente in lire 30.000 fu ritirato da me e consegnato a Bellodi Arturo.
D.R. Gli oggetti ed il denaro in possesso di Morselli Alberto gli sono stati tolti prima che fosse soppresso. Il Morselli Alberto al momento in cui veniva spogliato degli oggetti e danaro, si accorse che doveva essere ucciso. La vittima si raccomand perch lo lasciassimo vivere. Comunque, a nulla valsero le sue raccomandazioni in quanto il predetto dopo circa un'ora veniva ucciso da Artioli Bruno, ignoro con quale arma, in quanto io in quella occasione mi trovavo nel ricovero assieme alla Morselli Tina.
D.R. La Morselli Tina fu violentata da me e da Cavalieri Jaures e nonostante la sua ribellione dovette sottostare alle nostre voglie. Dopo tale violenza ho invitato gli altri partigiani presenti sul posto, i quali per non accettarono la proposta. La Morselli Tina veniva uccisa sulla fossa ove si trovava sepolto gi il fratello, un'ora dopo l'uccisione di questi, a colpi di pistola sul viso sparati da Cavalieri Jaures.
D.R. Per me, tutti i componenti la famiglia Morselli sono ritenuti persone dabbene, e oneste, ed escludo in maniera assoluta che essi abbiano potuto, in qualsiasi modo, danneggiare il movimento partigiano.
Ivi giunti, io ed il Ruosi ci fermammo con l'incarico di fare la guardia mentre tutti gli altri proseguirono verso la fossa. Poco dopo io ed il Ruosi fummo chiamati e richiesti se volessimo anche noi possedere la Morselli Tina, ma ci rifiutammo. Quando arrivammo sul posto ove si trovavano tutti gli altri io ed il Ruosi notammo che la Morselli era stata condotta in un rifugio ove fu da tutti posseduta, ad eccezione di me, del Ruosi e mi sembra anche del Cavalieri Moris, e del Silvestri Antonio.Il "tutti" comprende dunque anche i due disertori tedeschi che la tenevano ferma mentre la violentavano gli italiani e viceversa. Ancora. Prima di essere massacrato, Alberto Morselli fu costretto, col mitra puntato sulla fronte, a scrivere alle sorelle questo biglietto: "Care sorelle, non pensate al male e non dubitate nulla, mi trovo in montagna assieme alla mia sorella Tina per interrogazioni. Saluti Alberto. Sto bene e state bene. Quello che mi raccomando di non dubitare che stiamo pi che bene fate bene e riceverete del bene. Alberto". Ecco, sul punto, la confessione dello stesso Sighinolfi:
D.R. Sia io che il Cavalieri Jaures con le armi puntate intimammo sotto minaccia di morte al Morselli Alberto di scrivere la lettera alla sorella Pia, nella quale si comunicava che godeva ottima salute e che era in procinto di partire per la montagna per essere incorporato nelle file partigiane. In ultimo terminava invitando la sorella a continuare a far del bene, come avevano sempre fatto.La sentenza incalza:
D.R. Con lo stesso sistema, cio sotto la minaccia delle armi a tergo della lettera del fratello, fu fatto scrivere alla Tina la seguente frase "continuate a fare del bene come avete sempre fatto tanti saluti Tina".
Il Sighinolfi e gli altri imputati agirono dunque, nei confronti di Morselli Alberto, per falso fine di lucro e di vendetta: per lucro per la somma, di cui si erano indebitamente appropriati e per evitare il disonore che sarebbe conseguito dalla notizia del fatto, di vendetta perch il Morselli Alberto si era permesso di rivelare la irregolarit.Gli imputati Egidio Sighinolfi, Nello Randighieri, Edmondo Ruosi, Moris Cavalieri, Jaures Cavalieri e Bruno Artidi furono condannati ad anni ventiquattro ciascuno: ma, a loro favore, furono "concesse le attenuanti generiche, stante la loro qualit di partigiani combattenti" (p. 26). E, avendo la Corte ritenuto che avessero agito anche per una "motivazione" genericamente politica, fu elargito un condono di diciassette anni di reclusione, su ventiquattro. E poi, con ulteriori sconti, uscirono presto dal carcere. E questo senza tener conto del fatto che gli imputati avevano per il fatto stesso di essere partigiani goduto dell'amnistia in ordine ai reati di rapina, sequestro di persona, violenza carnale e occultamento di cadavere, fatti che la sentenza stabilisce in modo certo essere stati da loro commessi.
Per quanto riguarda la povera Morselli Tina il motivo a delinquere non pu essere costituito che da istinto di cattiveria.
Essa era una delle pi belle donne della zona, chiamata all'improvviso mentre stava a letto, si present nello stato in cui si trovava, e cio a piedi nudi ed in camicia da notte, colle trecce nerissime, che le scendevano sui fianchi. La sua apparizione in tale stato fece nascere negli imputati il desiderio di possederla e la portarono via per affogare su di lei i loro bestiali istinti. Ci dimostrato anche dal fatto che gli imputati non erano nuovi ad episodi del genere. Difatti, due giorni prima, avevano prelevato ed ucciso Stefanini Primo, in Cattabriga e la figlia Paolina e violentato questa, prima di ucciderla. dimostrato altres dal fatto che, in effetti, anche Morselli Tina, prima della soppressione, fu violentata certamente dal Sighinolfi, dal Cavalieri Jaures, dai due militari tedeschi e da qualche altro degli imputati. Essi hanno negato il fatto, ma la verit del medesimo, di fronte alle dichiarazioni fatte davanti alla autorit di Ps dal Sighinolfi, dal Radighieri, dal Ruosi e dall'Artioli (che non furono estorte con la violenza, come si tentato di far credere, perch due di essi lo confermarono anche davanti a Morselli Pia), non pu essere contestata. tipico al riguardo l'episodio narrato dal Ruosi, e cio che, essendosi egli rifiutato di soddisfare i suoi bisogni fisiologici sulla Morselli Tina, fu trattato da ignorante. Deve notarsi anche che egli nel processo Cattabriga dichiar di non essere stato invitato a soddisfare i suoi bisogni fisiologici sulle vittime, come invece era avvenuto nel caso della Morselli. (pp. 24-25)
Per i partigiani di Piumazzo, per cinque innocenti che gi hanno dovuto sopportare quasi due anni di carcere, il Pg Lorenzo, dopo una requisitoria durata circa tre ore, ha chiesto ieri 15 anni di reclusione: una dura richiesta per questi combattenti della Resistenza, arrestati su una falsa testimonianza.Ma, il giorno dopo, gli imputati furono tutti condannati a quindici anni di reclusione e la Corte di Cassazione, il 13 gennaio 1955 ne respingeva i ricorsi, sicch la sentenza di condanna divenne definitiva, anche se gli imputati scontarono soltanto due anni di carcere preventivo, perch la pena residua fu estinta dai soliti condoni. Ma "il rampollo prodigio della reazione emiliana" aveva vinto anche se la battaglia era stata lunga e, sostanzialmente, gli assassini erano rimasti impuniti.
L'avvocato Ascari, "rampollo-prodigio" della reazione emiliana, ha cercato, in ogni modo, con arziggoli e giochetti oratori, di creare "l'ambiente", di supplire alle prove di cui mancava con pennellate coloristiche sull'ormai sgonfiato "triangolo della morte". Ma le... figure geometriche non sono sufficienti a far condannare degli innocenti e l'arringa di Ascari non ha portato al processo alcun nuovo elemento salvo il pistolotto finale in cui il giovane avvocato emiliano ha voluto toccare i vertici della retorica pi sfruttata di squisita marca Candido.
Nella notte del 23 maggio 1945 veniva ucciso con colpi di arma da fuoco alla testa il parroco Don Giuseppe Preci di Montaldo frazione di Montese. Le indagini e l'istruttoria espletate a quel tempo dettero esito negativo perch non poterono essere identificati gli autori del delitto.Nel processo svoltosi avanti la Corte di Assise di Bologna, mi costituii parte civile per conto del fratello di Don Preci a tanto indotto da un sacerdote coraggioso che non poteva disertare quella battaglia e che, in proprio, non aveva titolo per costituirsi. Il processo si concluse con la sentenza del 5 febbraio 1951 che condannava gli imputati Giuseppe Galluzzi, Ivo Zanni e Amilcare Lucchi per omicidio premeditato alla pena di anni diciotto di reclusione: limite questo raggiunto in seguito alle concessioni di generose attenuanti. Di pi: tredici anni furono subito condonati e gli ulteriori condoni rimisero gli imputati in libert. Le condanne e le pene scontate erano state letteralmente risibili, ma comunque, per la prima volta in Emilia, si affermava la responsabilit di ex partigiani comunisti per l'omicidio di un sacerdote. Avverso quella sentenza fu interposto ricorso, poi convertito in appello, essendo stato nel frattempo introdotto il grado di appello anche per le sentenze emesse dalla Corte di Assise, che, fino a quella modifica, erano state soggette soltanto a ricorso per Cassazione. Comunque, entrata in vigore la nuova normativa, il ricorso fu convertito in appello, e la Cassazione design come giudice di rinvio la Corte di Assise di Appello di Firenze che, con sentenza in data 4 aprile 1952, conferm la sentenza di primo grado. Infine, la Corte Suprema di Cassazione respinse i secondi ricorsi degli imputati.
Nell'agosto del 1949 la Questura di Modena pot raccogliere nuovi elementi a seguito dei quali gli autori e responsabili sono stati scoperti.
Esaminata infatti la perpetua del parroco, Tamburini Teresa, la quale aveva gi deposto innanzi al Giudice Istruttore (foglio 12, fascicolo Ignoti) nel corso della prima istruttoria giudiziaria, questa si indusse a dire la verit e dichiar ai Carabinieri (fog. 6, 1 Vol.) che la sera del 23.5.45 fu svegliata dalla voce del contadino Bononcini Irmo nella cui casa abitava insieme al sacerdote, essendo andata quasi distrutta la canonica; il Bononcini l'avvert che due persone chiedevano del prete, per i conforti religiosi ad un ammalato, ella avvert il prete poi apr la porta di casa trovandosi di fronte Zanni Ivo e Galluzzi Giuseppe da lei ben conosciuti.
Don Preci dimostr riluttanza ad uscire di notte ma i due, per convincerlo, acconsentirono affinch venisse accompagnato dalla domestica. Cos tutti uscirono ed i due sopravvenuti misero in mezzo il prete e la donna e si avviarono verso la Chiesa Nuova. Dopo aver percorso circa trecento metri lo Zanni, estratta la pistola dalla tasca posteriore dei pantaloni, stando alle spalle del prete, gli esplodeva due colpi mirando alla testa ed uccidendolo. Subito dopo lo Zanni ed il Galluzzi intimarono alla donna di allontanarsi e di tacere pena la morte e affinch la minaccia fosse pi efficiente esplosero due colpi mentre ella si allontanava. Il giorno successivo la Tamburini sarebbe stata nuovamente minacciata di morte dallo Zanni se avesse parlato.
La Tamburini aggiunse che lo Zanni ed il Galluzzi le ordinarono di lasciare la porta di casa aperta quando fosse rientrata in casa e che quivi fu raggiunta dai due i quali, dopo aver frugato, si impadronirono di gioielli ex voto e di denaro, di un ostensorio d'oro, dei calici preziosi contenuti e custoditi in un secchio rinvenuto sotto il letto.
A tale impossessamento sarebbero stati presenti il Bononcini e sua moglie ai quali lo Zanni ed il Galluzzi avrebbero dato 30.000 lire del denaro trafugato e un'uguale somma alla Tamburini". (pp. 1-4)
Don Pessina, per definizione del suo Vescovo, era un sacerdote esemplare ed aveva partecipato validamente alla lotta di liberazione, come si legge nel rapporto della Questura di Reggio Emilia. Combattente per la religione contro la irregolarit della dottrina marxista.E le "cause sopravvenute" di natura politica erano costituite dalla resistenza del sacerdote alle prepotenze di coloro che esercitavano sulla regione un vero e proprio dominio di fatto.
Quelli che frequentavano la sua Chiesa e ascoltavano le sue prediche assicurarono a Don Neviani che Don Pessina non faceva della politica. Era stato minacciato prima delle elezioni del 1948, ma, superate queste, la sua morte violenta non pu spiegarsi senza cause sopravvenute. (p. 56)