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I delitti del “triangolo della morte”

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaI ricordi processuali di un avvocato della "bassa"
di Odoardo Ascari

Tratto da Nuova Storia Contemporanea n.5 settembre-ottobre 2004

Al mio ritorno a casa, a Cavezzo, nella "bassa" modenese, dal campo di concentramento di Wietzendorf [Si veda O. ASCARI, Gli irriducibili del lager. Le ragioni del "no" di un internato militare italiano in Germania, in Nuova Storia Contemporanea, VI, 2002, luglio-agosto, pp. 97-116.], fui guardato, come reduce ed ex internato militare, con apparente comprensione, ma anche senza trasporti, perch, secondo la valutazione generale, gli unici resistenti erano stati i partigiani comunisti, padroni assoluti e incontrastati nella regione. Appena a Cavezzo si seppe che ero tornato, ricevetti la visita di una sorta di delegazione del Partito comunista, che mi chiedeva una adesione, assolutamente per me inaccettabile. Dopo avere combattuto sul fronte russo, dove, per esperienza diretta e grazie al contatto con i contadini ucraini, avevo appreso tutta la verit sul mondo comunista, e dopo il lungo soggiorno nei "lager" nazisti, dove ero giunto al limite estremo della sofferenza, ero divenuto per sempre contrario a qualunque ideologia che potesse, in ogni modo, limitare la libert individuale, che ritenevo e ritengo il fatto centrale della vita umana, e non una benigna concessione del principe. Ma ero molto solo.
Bisogna dire apertamente che in Emilia il cosiddetto ceto medio nulla aveva fatto per contendere ai comunisti il monopolio della Resistenza. per questo che, se il primo sindaco di Milano fu un democristiano e quello di Torino un liberale, in Emilia tutto era rosso, per amore, per forza e, soprattutto, per la mancanza di una vera classe dirigente. C'era di peggio. L'Emilia era allora dominata da Ilio Barontini, fedelissimo di Secchia, capo dell'ala dura e "militarista" del partito, ai cui ordini obbediva. La base era con lui e sognava la rivoluzione armata. E, perci, nei paesi della "bassa" reggiana e modenese, chi si opponeva veramente al predominio comunista, anche se si trattava di un antifascista, veniva messo a tacere e, se resisteva, eliminato.
Quanto a me, cominciai a studiare in modo forsennato e, da agosto a dicembre, superai i sei esami che mi mancavano, redassi e discussi la tesi di laurea in storia del diritto italiano, ottenendo la lode. Dopo la laurea, un avvocato che negli anni Trenta era stato amico di mio padre e che durante la guerra civile era stato il rappresentante del partito liberale nel Cln mi procur un posto "precario" di insegnante di diritto in una scuola per ragionieri e geometri. Dal canto suo, il professore liberale che mi aveva dato la laurea mi trov una "sistemazione" presso un avvocato socialista, considerato il pi autorevole della citt, anche se, in quella atmosfera, preferiva non apparire troppo "impegnato". E cos, presso di lui, feci i primi passi come patrocinante in pretura, e andai avanti lentamente guadagnando quel poco che mi bastava per vivere, quando sopravvennero circostanze fortunate.
Il rivale dell'avvocato socialista presso il quale imparavo il "mestiere" era un avvocato di eccezionale intelligenza, che poi divent famoso. Era stato fascista, ma si era ben guardato dall'aderire alla Repubblica di Sal. Non solo: per rifarsi una verginit, aveva raggiunto addirittura i partigiani il 15 aprile 1945, pochi giorni prima della Liberazione. Era, per, ritenuto sempre un "fascista" e, perci, esposto a molte difficolt anche professionali. Il mio passato, le mie "referenze", gli dettero l'opportunit, quando cominciarono i processi politici, di mandare avanti me, reduce dalla Russia e, soprattutto, sopravvissuto ai "lager" nazisti a testa alta: a me non si poteva ingiungere: "Taci, fascista". Con l'aiuto dei due rivali, il socialista e l'ex fascista, arrivai cos a poter essere associato da Carlo Alberto Perroux in molti dei grandi processi politici del cosiddetto "triangolo della morte".
Sar utile ricordare che proprio le regioni che erano state le pi fasciste, cio la Toscana e l'Emilia, furono quelle in cui il "frode-pop", come lo chiamava Giovannino Guareschi, raggiunse maggioranze tipiche dei paesi "satelliti": a Carpi, per esempio, quasi l'ottanta per cento dei voti. E fu giusto con riferimento a questo fatto che un giornale inglese scrisse che gli italiani erano novanta milioni: quarantacinque di fascisti e quarantacinque di antifascisti. Prima che il risultato delle elezioni dell'aprile 1948 si traducesse nella instaurazione del cosiddetto "ordine pubblico", passarono anni e perci non era possibile nemmeno aspirare a vedere celebrati processi relativi ai tanti delitti rimasti impuniti: a Cavezzo, per esempio, una donna incontrava tutti i giorni gli assassini dei suoi fratelli, ma doveva fingere di non vederli, e tacere. Modena era letteralmente dominata dai rossi: della polizia facevano parte anche alcuni partigiani che, poi, sarebbero stati condannati a pene durissime per gli omicidi che avevano commesso prima e dopo la Liberazione. E si trattava di delitti che con la lotta contro il fascismo non avevano nulla a che vedere. Quanto poi alla provincia, i carabinieri arrivarono nei singoli paesi solo nel 1946, non trovando spesso nemmeno le caserme dove essere alloggiati; e, non avendo nessuna possibilit di svolgere indagini sul passato, dovevano limitarsi a cercare di garantire per il presente un minimo di ordine pubblico.
Bisogna poi considerare che il Pci disponeva di una struttura armata, con quadri militari decisissimi, che facevano capo, per cos dire, alla citata anima "militarista" di Pietro Secchia: questa struttura esistita per molti anni, non sappiamo con precisione quanti, certo ben oltre il 1950. A questo proposito ricordiamo incidentalmente che, quando fu concesso un termine ultimo per la consegna delle armi che doveva avvenire nelle mani dei carabinieri, seppi dal colonnello che comandava tutti i carabinieri della provincia che, a suo giudizio, le armi consegnate non superavano il venti per cento. E ci perch a troppi era stata promessa anche da capi autorevoli la presa del potere attraverso l'insurrezione armata: alcuni capi partigiani spargevano il terrore e lasciavano esplodere la furia omicida.
Per dare un'idea dell'atmosfera che gravava sull'Emilia nell'immediato dopo-guerra, baster ricordare la sentenza emessa dalla Corte di Assise - Sezione Speciale di Forl il 26 febbraio 1946. Un ufficiale tedesco era stato ucciso in localit Pieve di Rivoschio (Forl) nell'agosto del 1944: e i tedeschi, che si diceva fossero stati accompagnati da alcuni "repubblichini", avevano fucilato, per rappresaglia, il 21 agosto 1944, diciannove persone scelte tra centocinquanta sospettate di favoreggiamento dei partigiani. Ma sulla identit dei tre "repubblichini", che avrebbero accompagnato i tedeschi, nulla si sapeva. Comunque, dopo la Liberazione, furono arrestati "molti collaborazionisti": tre fra loro, che si diceva fossero tra quelli che avevano partecipato alla rappresaglia dei tedeschi, furono tratti a giudizio, anche se a loro carico non esisteva ombra di prova. E la Corte di Assise di Forl Sezione Speciale ne condann due alla pena di morte e uno a trenta anni di reclusione. Mi sono procurato copia dell'originale della sentenza, emessa in nome di Umberto II, Principe di Piemonte e Luogotenente Generale del Regno. composta di due pagine e vi si legge, tra l'altro:
La requisitoria [del Pubblico Ministero] applaudita dalla folla che assiepava l'aula, ha avuto un'eco da parte di alcuni che hanno gridato "a morte, a morte", nel momento in cui la Corte si ritirava per deliberare.
Sotto la pressione di quest'ambiente, tutt'altro che sereno e spassionato, specie dopo le invettive lanciate con fervore da una delle parti offese, il Collegio non pot non decidere in conformit della richiesta del Pubblico Ministero, superando la questione se il minorenne abbia agito con capacit di intendere e di volere e se il perdono giudiziale possa essere accordato.
[... Perci la Corte] dichiara Beltrami Arnaldo, Beltrami Romano e Landi Ezio colpevoli dei delitti loro ascritti con l'attenuante dell'art. 98 C.P. per Beltrami Arnaldo e condanna quest'ultimo alla reclusione per anni trenta: Beltrami Romano e Landi Ezio alla pena di morte, con le conseguenze di legge, ivi comprese le spese.
La sentenza, avendo l'estensore, il Presidente Avezzana, adottato una motivazione spudoratamente suicida, fu poi annullata senza rinvio dalla Cassazione il 28 giugno successivo, e cosi i tre imputati poterono essere rimessi in libert.
E, a proposito dell'"atmosfera" emiliana, vale la pena di ricordare anche il processo iniziato avanti la Corte di Assise di Ferrara nel 1951 a carico di novantatr imputati, di cui otto dovevano rispondere di avere cagionato, con crudelt e sevizie, in Malborghetto di Ferrara, il 4 giugno 1949, la morte dell'ingegnere Eden Boari. E un episodio agghiacciante. Il povero ingegnere, che aveva il solo torto di essere il proprietario di un piccolo podere, fu linciato perch era andato a lavorare in un giorno di sciopero generale: fu massacrato da una torma urlante con sassi, pietre e corpi contundenti.
Alla difesa sedevano i maggiori avvocati comunisti dell'epoca, che sostenevano che agli imputati spettavano addirittura tre attenuanti. La prima consisteva, secondo la difesa, nell'avere agito addirittura "per particolari motivi di valore morale o sociale"; la seconda, "per avere agito in stato di ira determinato da un fatto ingiusto altrui" (insomma era ingiusto e offensivo che il proprietario raccogliesse personalmente i frutti degli alberi che crescevano sul suo terreno); la terza consisteva nell'"avere agito per la suggestione di una folla in tumulto". E, invece, la folla in tumulto era quella che si assiepava nell'aula invocando addirittura lassoluzione degli imputati. A proposito di questo processo, voglio ricordare un episodio.
Al povero Boari era stato, nel corso della aggressione, culminata col suo massacro, sottratto anche l'orologio. L'avvocato Carlo Alberto Perroux, patrono di parte civile, prese la parola e cominci ad occuparsi della sottrazione dell'orologio, dolendosi del fatto che agli imputati non fosse stato contestato il reato di rapina. Era un intervento provocatorio, e Perroux lo sapeva. Il Presidente Bosi lo interruppe una prima volta, invitandolo a occuparsi, appunto, dell'omicidio, ma poich Perroux insisteva ad occuparsi dell'orologio del rapinato, gli disse testualmente: "Ma, avvocato, si ricordi che stiamo discutendo un grave processo per omicidio: di questo che deve occuparsi". A questa frase Perroux, che aveva recitato la parte dell'agente provocatore, rispose testualmente: "Lo so, vero, ma se non li condannate anche per rapina, come faranno a diventare senatori?". A questo punto scoppi un autentico tumulto: un tale caos da costringere il Presidente a rinviare di mesi il processo che vedeva imputati dei partigiani comunisti. Comunque gli imputati furono alfine condannati, con sentenza in data 9 febbraio 1952, a pene varianti da dieci a venti anni per l'omicidio, poi ridotte a livelli irrisori dai vari condoni, in quanto si trattava di delitti comuni, ma commessi, anche in parte cos si scriveva in sentenza per motivi politici. E forse anche per questo che la politica non popolare in Italia.
E fu proprio tenendo presente l'"atmosfera" emiliana, che quando cominci la serie dei processi contro i partigiani comunisti che avevano commesso delitti efferati, fu necessario rivolgersi alla Cassazione per ottenere che i processi fossero celebrati ben lontano dall'Emilia e rimessi, per legittima suspicione, alla competenza di altre Corti di Assise: Viterbo, Torino, Bergamo, ma, soprattutto, Perugia, Ancona e Macerata. Ricordo, in particolare, l'equilibrio dei giurati umbri e marchigiani, che non erano n fascisti n antifascisti, forse perch quelle regioni non avevano conosciuto la guerra civile. E, sul punto, ho un ricordo particolare. Quando, nel processo di cui ci occuperemo pi avanti , per l'assassinio di Anna Maria Bacchi, svoltosi avanti la Corte di Assise di Macerata, risult che, prima di sopprimerla, gli imputati l'avevano fatta attendere, seduta sul focolare, mentre gli aspiranti assassini mangiavano allegramente pane e salame, gli sguardi dei giurati pi che di indignazione, esprimevano piuttosto stupore per la constatazione che esistevano uomini giunti a un punto di "bestialit" inimmaginabile.
Per tornare a me, ho assistito, negli anni Cinquanta, in una decina di processi celebrati avanti Corti di Assise fuori dall'Emilia, i congiunti delle vittime di assassini e di eccidi perpetrati, in gran parte, nelle province di Modena e Reggio Emilia. Sono ricordi ancora vivi e contribuiscono a comprendere la storia di quegli anni.

Strascichi di guerra civile

Un primo gruppo di delitti va ricondotto nell'ambito tragicamente e drammaticamente crudele della guerra civile. Questi crimini furono commessi per vendetta, spesso indiscriminata, e per rappresaglia, e vanno temporalmente collocati sino a tutto il luglio-agosto 1945, cio sino agli ultimi sussulti della guerra civile. Ovviamente, al desiderio di vendetta si sovrapposero anche intenti predatori, riassunti nel vecchio motto araldico: "mano rampante in campo altrui". Comunque, questi delitti, per quanto disumani, possono essere ricondotti alla logica spietata della guerra civile e non hanno mandanti, se non ideologici.
E veniamo a un processo che si celebr a Bergamo per legittima suspicione, nel quale l'incarico di patrono di parte civile fu a me affidato perch nessuno dei cinque avvocati a cui i congiunti di una delle vittime si erano rivolti aveva voluto accettare l'incarico. Tra le vittime, vi era anche un mio compagno di scuola, Glauco Spezzani, che aveva risposto alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale. Alle pagine 3 e 4 della sentenza resa dalla Corte di Assise di Bergamo il 17 ottobre 1951 si legge che sette detenuti politici
fatti montare verso le ore 14 del 9 maggio 1945 in un autocarro, affidato alla guida di Guasti Vittorio, per la traduzione, a quanto si dice, dal carcere di Mirandola, da cui era avvenuto il prelievo, a quello di Modena per processi di collaborazionismo, erano stati, percorsa una quindicina di chilometri, in localit Cristo, agro di Bomporto, fatti segno a raffiche di mitra della scorta, costituita dei cinque giudicabili, il tenente partigiano Ribuoli Lorenzino che la comandava, e gli altri quattro partigiani Bergonzoni Franco, Bignozzi Ermes, Luppi Primo, Silvestri Leonello che li avevano, crivellandoli di colpi, resi all'istante cadaveri.
Compiuto il massacro e dato all'autista, ignaro fino all'ora dell'avvenimento, e al giovane Pollastri Bruno che gli sedeva accanto, ordine di arresto della marcia dell'automezzo, gli uccisori si erano preoccupati di far scomparire dalla strada i rivoli del sangue delle vittime, che vi era colato, e, attinte notizie sull'ubicazione del cimitero pi vicino, vi si erano approssimati per deporvi i cadaveri.
Subito dopo s'erano recati nella sede del Cln di Bomporto, i cui componenti avevano riferito di avere agito, cos come avevano agito, per domare una ribellione e per evitare una fuga che aveva reso necessario l'uso delle armi.
Rientrati a Mirandola i prevenuti non avevano esitato a consegnare ai superiori copia di quel verbale, non senza adoperarsi, ciascuno per suo conto, nel tentativo di avallare con la propria testimonianza la grottesca trovata della ribellione delle vittime.
E a pagina 20:
Il movente psicologico, le finalit che avevano ispirato l'azione delittuosa di Ribuoli e compagni non vanno ricondotti, per certo, ad impulsi egoistici di cupidigia o di vendetta personale, ma a stati d'animo collettivi, a rigurgiti di passione, a fermenti d'ordine ideologico e di lotta, quale risultato del clima della liberazione contro gli autori o i presunti responsabili o, comunque, gli esponenti di un regime oramai in pezzi; crimine soggettivamente politico, dunque, i cui responsabili beneficiano, nei limiti legalmente consentiti, del condono.
Il Ribuoli ed i suoi gregari fronteggiavano vecchi, donne, persone rese ormai inoffensive, in stato di detenzione perch sottoposte o da sottoporre al giudizio del magistrato, nella impossibilit di nuocere. Le stesse modalit di esecuzione della carneficina, l'accordo per occultare il delitto, per sottrarsi alle incombenti responsabilit costituiscono, per altro verso, la prova, se pur ve ne fosse bisogno, della sicura consapevolezza della illegittimit della propria azione in ciascuno dei prevenuti.
La difesa aveva invocato l'applicazione della cosiddetta "amnistia Togliatti": si trattava del decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4, che concedeva amnistia per tutti i reati esclusi gli omicidi commessi con sevizie "particolarmente efferate in lotta contro il fascismo". E l'interpretazione che fu data a questa espressione fu scandalosamente compiacente: troppi delitti frutto di deliri di vendetta, o molto peggio, furono ritenuti come consumati "in lotta contro il fascismo". La Corte escluse che si trattasse di un omicidio commesso in lotta contro il fascismo, ma le condanne ad anni dodici infitte a quattro imputati e ad anni otto inflitte al quinto con la concessione addirittura della attenuante di avere agito "per motivi di particolare valore morale o sociale" furono talmente annacquate dai condoni che le parti civili rifiutarono di mantenere la costituzione negli ulteriori gradi di giudizio.
Quando fu fissato il processo in grado di appello avanti la Corte di Assise di Appello di Brescia, avendo gli imputati impugnato la sentenza di condanna, mi scrissero testualmente: "D'accordo con la Signora Tabacchi (madre di una delle vittime) abbiamo deciso di non partecipare assolutamente a nessuna udienza per non incorrere in altre tristi disillusioni". La sentenza della Corte di Assise di Appello di Brescia del 15 aprile 1953 e della Corte Suprema di Cassazione in data 24 febbraio 1954 confermarono astratte condanne, generosi condoni e misero in libert gli assassini.
E veniamo allo straordinario orrore della "corriera fantasma", o meglio, delle corriere fantasma. A Brescia, la Pontificia Opera di Assistenza, che aveva sede presso il Vescovado, aveva costituito una propria rete di trasporto per facilitare il ritorno a casa di civili e militari, inclusi alcuni ex prigionieri o lavoratori reduci dalla Germania. Ebbene, almeno due di queste "corriere", che ebbero la sventura di scegliere la strada di Moglia, in provincia di Mantova, portarono quasi tutti i loro passeggeri al massacro. Nel 1946, le varie autorit, in particolare quelle di polizia giudiziaria, pressate in continuazione dai familiari degli scomparsi, che non si davano pace, incominciarono finalmente a muoversi, facilitate dal fatto che la situazione generale s'andava avviando, sia pure molto troppo lentamente, verso la normalit. Un fatto nuovo venne d'improvviso a dare impulso alle indagini .
Si era saputo che alcune persone in transito nella contrada "Le Chiaviche" di Boccaletta di Novi, a pochi chilometri da Moglia, erano state diffidate con minaccia di morte a non procedere oltre; il che fece subito pensare che in quella zona potessero trovarsi tracce degli scomparsi. E la conferma della verit dell'"ipotesi" avvenne quando il 13 marzo 1946, alcuni scavi fatti eseguire dalla polizia in quella localit, misero alla luce i resti, in stato di avanzata decomposizione, di sei persone accatastate in una fossa comune. Era un primo punto di riferimento preciso: ci si trovava di fronte, finalmente, ad una circostanza di fatto innegabile, indiscutibile. Si sapeva che nella notte sul 14 maggio 1945, una corriera della Pontificia Opera di Assistenza con quarantatr persone a bordo, proveniente da Brescia, e diretta a sud era stata fermata a Moglia in provincia di Modena, e che i passeggeri erano stati consegnati quella notte stessa ad alcuni componenti della polizia partigiana di Concordia nella "bassa" modenese che aveva istituito una sorta di posto di blocco. Si diceva che tutti erano stati interrogati sulla loro identit, sul loro passato e che almeno venticinque passeggeri erano stati trasportati a Villa Medici, di Concordia, sede della polizia partigiana, ribattezzata poi "Villa del pianto". Tutti erano stati rapinati e massacrati. La Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Bologna rinvi a giudizio il comandante e vicecomandante della polizia partigiana di Concordia chiamati a rispondere degli omicidi di cui erano testimonianza i diciannove cadaveri sino a quel momento ritrovati. I due dovevano rispondere inoltre di malversazione per essersi impossessati di tutto ci che avevano trovato sui corpi delle vittime, orologi e anelli compresi. Il processo fu rimesso, per legittima suspicione, alla Corte di Assise di Viterbo. Quest'ultima, con sentenza in data 15 gennaio 1951, dichiar il comandante e il vicecomandante della polizia partigiana di Concordia colpevoli di omicidio volontario e li condann a venticinque anni di reclusione dei quali sedici anni e sette mesi subito condonati nonch al risarcimento del danno che, quale patrono di parte civile, chiesi e ottenni che mi fosse liquidato in lire una per dimostrare che il nostro intervento era sorretto esclusivamente dall'ansia di ottenere giustizia. La Corte precis che gli sventurati, sequestrati il 14 maggio, nella notte del 17 maggio erano stati prelevati da Villa Medici "con le mani a tergo avvinte da manette e legati l'uno all'altro in una lunga catena di ferro". E cos concluse:
pienamente accertato che i partigiani di Concordia, nel procedere ai fermi, violavano le istruzioni e gli ordini ricevuti, che facevano obbligo agli stessi di consegnare tutte le persone fermate alle competenti autorit giudiziarie e di polizia aventi sede in Modena, ed in luogo di servire agli scopi della pubblica autorit, agivano, non solo per assoggettare i fermati ad un crudele ed inumano trattamento, come deposto da tutti i testimoni relativamente alle particolarit della custodia nella soffitta di Villa Medici ed ai maltrattamenti che ciascuno dei fermati subiva negli interrogatori notturni, ma principalmente per infliggere, di propria aberrante ed odiosa iniziativa, una sanzione ai fermati, fino a disporre, oltre che della libert, anche della vita di costoro; non pu esservi alcun dubbio sulla illegittimit nel suo duplice aspetto obiettivo e subbiettivo e sulla esattezza della contestazione del reato di sequestro di persona aggravato e continuato.
E che i partigiani di Concordia abbiano disposto della vita e delle persone delle quali si parlato e che ad essi si debba far carico dell'omicidio continuato e constatato, la Corte non dubita menomamente...
N potrebbe il difetto eventuale della prova generica scuotere tale convincimento, quando gli elementi sul quale questo di fonda sono di tale qualit, precisione e concordanza che la deduzione logica che ne scaturisce si impone con i caratteri della necessit e dell'evidenza.
Tale sentenza fu confermata dalla Corte d'Assise di Appello di Roma con sentenza 3 novembre 1953 e divenne definitiva il 16 febbraio 1955 con il rigetto dei ricorsi da parte della Corte di Cassazione.
Ma uno dei ricordi pi sconvolgenti della mia vita professionale, quanto accadde nel febbraio del 1968. Un uomo, di cui nemmeno oggi posso rivelare il nome, mi fece recapitare, tramite una donna a lui legata, una dichiarazione scritta in stampatello, piena di errori di ortografia, di grammatica e di sintassi, nella quale si indicava dove erano sepolti i resti di molte altre vittime delle corriere fantasma. Consegnai la lettera, che conteneva inequivoche e precise indicazioni, al Pubblico Ministero ed ebbe cos inizio una seconda istruttoria. Nel rapporto dei carabinieri di Carpi del 4 febbraio 1968 si legge:
Nella notte sul 19 maggio 1945, il contadino Giovanni Pincella, residente a San Possidonio, Via Matteotti nr. 11 ed all'epoca affittuario di un fondo attiguo a quello degli eredi Tellia, vide entrare nel suo passo, diretto verso la campagna retrostante, un'autocorriera, che poi risulter un autocarro, con a bordo diverse persone e che uno dei partigiani di scorta gli chiese, con la minaccia delle armi, un badile. Il Pinella, una mezz'ora dopo il transito dell'autocarro dal suo cortile, avvert distintamente, provenienti dalla campagna, il crepitio delle armi automatiche; quella stessa notte e prima del transito dell'autocarro dal cortile del Pincinelli, i partigiani del luogo svolsero azioni intimidatorie nei confronti della popolazione, disponendo la chiusura degli esercizi pubblici e sollecitando i ritardatari a rientrare nelle rispettive abitazioni. (pp. 1-2)
Le indagini venivano pertanto approfondite nei pi diversi ambienti e, con le indicazioni raccolte, fu possibile identificare un ex partigiano di S. Possidonio, il quale, circondandosi della massima riservatezza, forniva elementi utili per ricostruire attendibilmente i fatti svoltisi in quel comune nella notte del 19 maggio 1945.
Il teste, che per ora stato sentito solo oralmente, ha dichiarato che una sera del maggio 1945, presumibilmente quella della Sagra di San Possidonio, caduta il 18 o 19 maggio, un furgone scortato dai partigiani scaric in quella Piazza Andreoli un gruppo di uomini (circa venti), che vennero condotti a piedi in Comune e quivi, dopo un sommano processo, vennero spogliati, legati a polsi e fatti scendere nello spiazzo antistante lo stabile del municipio.
Un primo scaglione di quattro o cinque uomini, fra cui un ragazzo dall'apparente et di 16-17 anni, venne fatto salire, su di un autocarro, che si diresse in una localit da dove, circa 20 minuti dopo, si sentirono provenire le raffiche di armi automatiche.
L'autocarro torn poco dopo e, mentre i partigiani si apprestavano a fare salire il secondo scaglione, il teste fu invitato dall'allora comandante a "dare una mano" ma egli, nonostante la minaccia dell'arma puntatagli al fianco, si rifiut, allontanandosi. (pp. 4-5)
Il successivo rapporto in data 21 giugno 1968 cos concludeva:
Le indagini dei Carabinieri avrebbero stabilito che le persone soppresse e sepolte in modo clandestino in quel periodo, nel Comune di San Possidonio, soltanto dentro fosse comuni delle quali pot essere accertata l'esistenza, sarebbero state, nel complesso, pi di ottanta. Dal novero restano escluse le persone soppresse e sepolte isolatamente qua e l sempre in modo clandestino.
Circa il movente dei fatti addebitati, da escludere che gli indiziati siano stati mossi da ragioni sorrette da ideali politici, stante il fatto che le esecuzioni, perpetrate con fredda determinazione e inaudita ferocia, riguardavano persone non compromesse politicamente, civili o ex militari non pi in uniforme ed inermi, giovani comunque muniti di salvacondotto rilasciati dagli stessi Comitati di Liberazione Nazionale, che ritornavano protesi verso un futuro migliore, alle loro case, alle loro famiglie.
E molto pi probabile, invece, che il movente sia da ricercarsi nella natura sanguinaria e malvagia degli indiziati, nella loro spiccata e vasta capacit a delinquere, per la quale, forse, la prospettiva della depredazione ha costituito la componente essenziale del loro disegno criminoso.
A sostegno della tesi enunciata, stanno gli anonimi provenienti dagli stessi partigiani che parlano di "rapina delle persone trucidate" e le dichiarazioni del partigiano Bassoli Luigi, custode della casa del popolo di Moglia, sede di quel comando di polizia partigiana, il quale afferm di essere a conoscenza "che le persone fermate venivano sensibilmente alleggerite dei loro oggetti e delle loro somme" [...].
L'asserto del Bassoli conferma peraltro, quanto dichiar pure Don Guglielmo Freddi, parroco di Moglia all'epoca dei fatti, il quale, gi appartenente a quel Cln, ne usc poco dopo "disgustato" dai sistemi depredatori della polizia partigiana ed afferm testualmente: "Io stesso con i miei occhi ho visto la polizia partigiana spogliare reduci e viaggiatori di tutto ci che avevano", aggiungendo che "la roba sequestrata dalla polizia partigiana non fu data ai poveri". (pp. 22-23)
Ma eccoci al fondo del pozzo: marito e figlio massacrati e lei, al sesto mese di gravidanza, violentata da nove persone. Nella lettera datata 19 ottobre 1969 diretta al Pm, e poi confermata in sede di interrogatorio il 24 successivo, il teste Primo Piraccini scrisse:
Due sere dopo il fatto da me raccontato, si present sempre all'albergo Milano di Modena (mese di maggio 1945) una donna in stato avanzato di gravidanza. Chiese alloggio per quella notte, ma le venne rifiutato perch mancante di qualsiasi documento di identificazione. La donna poteva avere un 26-27 anni ed era, credo, al sesto mese di gravidanza.
Essendo quasi stremata insisteva per una camera da dormire, ma il portiere si rifiut, anche perch molte notti i "partigiani" andavano a svegliare gli ospiti per controllare le loro identificazioni. Venne deciso fra me e il portiere di condurre la signora all'Ostello della giovent, o riparo della giovane, che, a quei tempi, esisteva nella contrada dietro la Questura. Mi incaricai di accompagnarla. Strada facendo mi narr che era stata violentata da nove uomini in un casolare di campagna e che, dopo averla depredata di tutto: fede dell'anulare, portafoglio, catena al collo, un bracciale d'oro e tutti i documenti, l'avevano abbandonata davanti alla porta dell'albergo. Temeva per la perdita del figlio in quanto oltre ad essere stata violentata aveva ricevuto molti pugni sull'addome. Non sapeva alcunch del marito che era insieme a lei in Corriera. La donna era di corporatura molto accentuata, di altezza sul metro e 80, capelli mori, portamento disinvolto. Dimostrava una certa cultura. Io la lasciai alla soglia della Casa della Giovane che, ripeto, era ubicata dietro la Questura.
Tornai in albergo senza fermarmi in piazza dove scorazzavano giovinastri. Dai registri, se esistono ancora, potrebbe trovarsi il bandolo. Me lo auguro per il trionfo della verit. Ossequi distinti.
Si apr, dunque, come abbiamo detto, nel 1968 a distanza di diciassette anni dalla sentenza di Viterbo a Modena, un procedimento penale contro gli autori di questo secondo massacro, consumato a distanza di pochi giorni da quello oggetto della sentenza della Corte di Assise di Viterbo in data 15 gennaio 1951. Il Giudice Istruttore modenese dette incarico ai Professori Giorgio Frache e Bruno
Marcialis di accertare "se si tratta di ossa umane, se i resti scheletrici sono attribuibili ad una o pi persone, se vi siano elementi atti ad identificare o comunque a stabilirne sesso, et nonch le cause della morte, i mezzi di produzione ed il tempo in cui avvenuta". La notizia giunse anche alla madre di un giovane che risultava essere partito con una delle "corriere fantasma" e il cui scheletro non era stato mai ritrovato. E da lei fui incaricato di costituirmi parte civile. Ma questa donna fece molto di pi: pretese di vedere "i resti scheletrici", dichiarandosi certa che, essendo la madre, avrebbe certamente riconosciuto le ossa del figlio. Tanto fece e insistette che i periti dovettero permetterle di essere presente all'esame degli scheletri. difficile pensare ad un episodio al tempo stesso cos tragico e grottesco, drammatico e disperante: la donna dovette ammettere che il riconoscimento era impossibile erano passati ventitr anni dal giorno dell'assassinio del figlio ventenne e scoppi in un pianto che non dimenticher mai. Comunque, ecco la conclusione dei periti: "Nel complesso, si pu concludere che la causa della morte degli individui cui appartenevano i resti scheletrici in esame pu essere identificata in ferita d'arma da fuoco a proiettile unico, con tutta probabilit unitamente a lesioni da corpo contundente inferte con notevole violenza". E il Giudice Istruttore di Modena, nella sua sentenza del 31 ottobre 1970, scrisse:
Le risultanze peritali, collegate al luogo in cui furono localizzate e riesumate le ossa umane, hanno reso chiara ed incontrovertibile la generica dei reati [...] e in particolare per quanto attiene l'omicidio continuato con la presenza delle circostanze aggravanti [...] ossia la premeditazione, palesatasi dalla meditata preordinazione ed organizzazione delle modalit e dei mezzi adatti a tradurre in atto il proposito delittuoso, nonch le sevizie, manifestatesi attraverso le lesioni da corpo contundente accertate in sede peritale ed in particolare la frattura di una mandibola appartenente ad un cranio ed una frattura della porzione sinistra del frontale di un altro cranio [...] prodotte in limine vitae. La presenza delle suddette circostanze aggravanti importa [...] la sanzione dell'ergastolo. (pp. 3-4)
E concluse che nove imputati erano raggiunti da elementi "gravi, precisi e concordanti, tali da legittimare un loro rinvio a giudizio". Ma aggiunse:
Sennonch giunti a tal punto occorre tener presente che l'eccidio fu senz'altro influenzato in modo determinante da motivi politici.
La nozione di delitto data testualmente dal Legislatore. L'Art. 8 secondo capoverso del C. P. recita espressamente: "agli effetti della legge penale delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico allo Stato, ovvero un delitto politico del cittadino. altres considerato delitto politico il delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici".
Orbene, un reato pu essere qualificato politico per ragioni obiettive o per ragioni subiettive.
Il reato di fattispecie non rientra nei delitti obiettivamente politici, un reato comune che, tuttavia, pu essere determinato (ed i casi nella storia non sono pochi) da motivi politici.
Quindi, pu assumere la qualifica di delitto politico se mosso da impulsi psichici tendenti a favorire, a realizzare, a combattere idee o imprese di partiti, nell'opinato interesse dello Stato o della societ in generale.
I motivi che spingono a commettere il reato non hanno di norma alcuna influenza sull'assenza del dolo, perch il diritto penale non confonde l'azione con la volont. Pur tuttavia il motivo, intenso come causa psichica, profondo di carattere affettivo consapevole o inconscio che stimola verso lo scopo della condotta che ha carattere conoscitivo (la rappresentazione dell'evento desiderato o la violazione di esso), ha un rilievo nel regolamento di istituti particolari, sia per riconoscere una circostanza del reato, sia per l'inflissione della pena, sia, e ci interesse in questa materia, come criterio di classazione dei reati oggettivamente politici. (pp. 6-7)
Le circostanze storiche in cui venne compiuto l'eccidio di cui causa sono ben note. Erano i giorni della liberazione, nei quali la risposta dei partigiani alle dure repressioni del movimento da parte degli avversari politici, durante il periodo precedente conclusosi con la "debellatio" del governo della Rsi esplodeva sovente in modo esagerato. Si era conclusa una guerra civile e i vincitori portavano i segni dei tormenti sofferti e i ricordi dei compagni caduti. Di qui il desiderio di giustizia che aveva una manifestazione istintiva di vendetta.
Dall'altra parte si cercava di sottrarsi in tutti i modi a una prigionia che poteva essere infausta.
Di qui la fuga dei compromessi dal Nord verso Sud e la reazione, mediante posti di blocco attuati dai partigiani per intercettare i fuggiaschi, specie nella pianura padana dove la vicinanza con la zona rimasta da ultima in possesso agli avversari, la conformazione topografica del terreno pianeggiante e quindi di pi agevole controllo, davano molta efficacia al sistema filtrante.
Coloro ai quali appartenevano i resti ossei riesumati in quel di San Possidonio, furono appunto fermati nelle predette circostanze storiche e ambientali e dalla rievocazione, anche se frammentaria, dei testi si saputo che furono dapprima rinchiusi in una ex casa del fascio perquisiti e poi fucilati. Dalle indagini peritali altres risultato che furono percossi a sangue. (p. 7)
Dal sistema facile arguire che il motivo dell'eccidio fu rappresentato dal sospetto che si trattasse di persone coinvolte con la cessata Rsi e quindi di avversari politici. Un sospetto che gi animava gli esecutori in via generale rispetto a tutti coloro che provenivano dal Nord Italia, passavano attraverso il posto di blocco o venivano pertanto fermati e che forse prese forme pi consistenti nei confronti delle vittime di cui processo durante i sommari e ostili accertamenti della loro identit o provenienza.
In quei momenti, un sospetto costava caro al sospettato.
L'eccidio fu, dunque, animato negli autori da un movente politico, tendente a combattere, attraverso la distruzione fisica di quelle persone, le idee che essi, per convinzione degli autori, avevano incarnato e che venivano ritenute contrastanti con l'interesse della Societ o dello Stato.
Quindi fu un plurimo omicidio con movente politico. Tale qualifica rende il reato passibile dell'operare dell'amnistia concessa con Dpr 4/6/66 n. 332 art. 2 lett. a). (p. 8)
Invero, in base a tale norma, sono stati amnistiati tutti i reati commessi dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946 da appartenenti al movimento della Resistenza e da chiunque abbia cooperato con essa, se determinati da movente a fine politico o se connessi con tali reati.
Il reato di specie soggettivamente politico e gli autori di esso appartenevano al movimento della Resistenza.
Concorrono dunque interamente i requisiti oggettivi o soggettivi per l'operare di tale causa estintiva, n sussistono condizioni ostative per nessuno degli imputati Borsari Armando, Pollastri Remo, Borghi Onorio e Campagnoli Angiolino.
I predetti vennero pertanto prosciolti dal reato di omicidio pluriaggravato continuato loro ascritto sub 1) essendo estinto per amnistia, e vanno prosciolti per prescrizione dal reato sub 2) che era gi intervenuta al momento dell'amnistia suddetta.
Insomma, l'amnistia, di cui al Dpr 4 giugno 1966, n. 332, andava applicata anche a questi assassini che avevano massacrato pi di ottanta persone al solo scopo di appropriarsi dei loro beni. Venti anni prima, la Corte di Assise di Viterbo aveva, invece, escluso la natura politica di quel delitto ed aveva condannato due dei responsabili a venticinque anni di reclusione. Ma a Modena, nel 1970, quando fu noto che tanti altri cadaveri erano stati ritrovati e le "corriere fantasma" erano tornate alla ribalta, il Partito comunista scese pesantemente in campo facendo affiggere in tutta la "bassa" modenese nella speranza che nessuno ricordasse la sentenza di Viterbo un manifesto dal titolo "una infame speculazione", in cui, dopo aver detto "Ora basta!" e "Nessuno si illuda!" si proclamava: "Le conquiste gloriose della Resistenza sono state e restano tuttora il baluardo pi sicuro della lotta per la difesa e lo sviluppo della democrazia". Cos il Partito si schierava con quegli assassini, che anche molti degli iscritti comunisti riconoscevano come uomini giunti all'estremo limite della abiezione, se vero che si erano appropriati pure degli orologi degli assassinati, di cui avevano svuotato tutte le tasche. Dal canto suo, la magistratura aveva perso totalmente di credibilit, scrivendo che quei delitti non erano oggettivamente, ma soggettivamente politici.
Molte crisi hanno radici lontane. Vale sempre, pure con riferimento a classi, categorie e istituzioni, un vecchio principio: un uomo una diligenza in cui viaggiano anche i suoi predecessori. Uno dei familiari delle vittime mi scrisse: "Lo svolgimento del processo non mi stupisce, la cosa era prevedibile, mi fanno, solo, tanta pena quei familiari che si erano tanto illusi di giungere a un qualche riconoscimento!". La mia storia personale si identifica con la parte che rappresentai sino in fondo, costituendomi parte civile nell'interesse di quella madre disperata che cercava di riconoscere dopo quasi venti anni, tra tanti scheletri, quello di suo figlio.

L'antifascismo come pretesto

Veniamo ora al secondo gruppo di delitti commessi per lucro, per lussuria, o peggio, e poi spacciati per delitti "in lotta contro il fascismo". Uno dei processi pi angoscianti fu quello discusso avanti la Corte di Assise di Macerata alla quale era stato rimesso per legittimo sospetto a carico di tale Francesco Zagni, brigadiere alla polizia partigiana di Modena. Era imputato di omicidio premeditato in persona di Anna Maria Bacchi, massacrata a Villa Freto di Modena la mattina del 6 aprile 1945: la donna era stata uccisa da tre persone che avevano avuto l'ordine di eliminarla perch "spia fascista".
La difesa degli assassini era assunta in prima persona da l'Unit che, quando furono emessi i provvedimenti di cattura, pubblic, il 5 febbraio 1949, un articolo dal titolo: Vivissimo sdegno a Modena per il nuovo oltraggio alla Resistenza. E, nel testo: "La Questura non pu ignorare che i partigiani arrestati giustiziarono dei rastrellatori e delle spie fasciste e che l'esecuzione venne disposta dal Comando Cln". Naturalmente, i tre esecutori i partigiani comunisti Cesare Cavalcanti, Giancarlo Zagni ed Enzo Leopardi furono assolti in istruttoria perch dimostrarono che avevano eseguito un ordine scritto, impartito da Francesco Zagni, loro capo, che a quanto si diceva a sua volta l'aveva ricevuto dal Comando Piazza di Modena.
Avendo ricevuto il mandato dalla madre della vittima, mi costituii parte civile e indussi i vari testi, tra cui lo stesso comandante del Comando Piazza di Modena, il quale dichiar al dibattimento che Anna Maria Bacchi era stata sempre estranea a qualunque attivit politica: sul punto non potevano sussistere dubbi. Ma, meglio di me, parla la sentenza emessa il 18 luglio 1952:
Il mattino del 6 aprile 1945, la giovane ventiseienne Bacchi Anna Maria, detta "Niny", laureanda in farmacia e abitante in Modena, Via della Pace n. 85, mentre insieme ai propri familiari ritornava a casa da una cerimonia religiosa di commemorazione del padre defunto, venne avvicinata da alcuni giovani i quali le riferirono che suo fratello, Ufficiale nella guardia nazionale repubblicana, era stato nella notte rastrellato ed aveva urgente bisogno di parlarle. La giovane non ebbe esitazione: salita per qualche minuto in casa per lasciare il libro da messa e la corona, segu gli sconosciuti, uno dei quali la prese sulla canna della propria bicicletta. Da allora non fece pi ritorno a casa. (pp. 3-4) [Anna Maria era stata infatti portata sul greto del fiume Secchia dove era stata uccisa con un colpo alla nuca e poi sepolta in una buca profonda]
Al dibattimento stata prodotta dal difensore delle parti civili la copia di un numero di altro foglio, intitolato: "Solidariet Democratica", apparso durante la celebrazione del processo e che reca un articolo sul caso Bacchi, dal titolo "Un processo che non si doveva fare". Vi si legge: "La cosiddetta vittima, la studentessa Anna Maria Bacchi, sorella del noto criminale repubblichino dell'Ufficio politico dell'Accademia di Modena, Gianfranco Bacchi, venne segnalata dai comandi partigiani come spia pericolosa". (p. 29)
Disse infatti il Cavalcanti che la Bacchi, prima di morire, gli confess che aveva fatto la spia "in un momento di debolezza". Questa era, dunque, la linea difensiva evidente e in ci il Cavalcanti ment sfacciatamente, giacch la giovane non poteva fargli la pretesa confessione non avendo mai fatto la spia, come diffusamente e luminosamente si dimostrer in seguito. (pp. 15-16)
I commenti sono assolutamente superflui. Basta solo richiamare le risultanze processuali che, come si visto, hanno stabilito che "la pericolosa spia" era una ottima giovane che di politica non si era mai interessata, sconosciuta alle autorit politiche della Resistenza e ai Comandi partigiani e che il "noto criminale repubblichino" era un giovane che, nel 1945, appena ventunenne, assolveva ai suoi obblighi militari prestando servizio presso l'Accademia di Modena". (p. 30)
Di fronte a queste chiare e precise risultanze, tanto chiare e tanto precise che ogni commento appare superfluo, ogni dubbio sarebbe del tutto ingiustificato; n il Comitato di Liberazione, n il Comando Piazza, n i Comandi partigiani responsabili impartirono l'ordine della soppressione della povera Bacchi; nessun movente politico pot determinare la turpe azione dello Zagni, che macchiando e disonorando le autentiche glorie della Resistenza, si valse della carica che allora ricopriva per armare la mano di sicari ignari e stroncare una giovane esistenza.
Ed veramente banale e puerile e insieme, disgustoso e riprovevole, il tentativo di sporcare di fango la tomba della innocente vittima. (p. 27)
Queste le parole della sentenza della Corte di Assise di Macerata che il 18 luglio 1952 condannava lo Zagni alla pena di ventiquattro anni di reclusione, escludendo ogni movente riconducibile, anche da lontano, alla politica. il caso di aggiungere che lo Zagni, che si era reso latitante quando ebbe inizio il processo, prestava regolare servizio nella polizia, nella quale era stato arruolato come "partigiano combattente". Anche per tale motivo la sentenza, partendo dalla pena base dell'ergastolo, gli concedeva le attenuanti generiche con questa motivazione:
Sembra peraltro alla Corte che, nonostante la gravit del delitto, non si possano negare allo Zagni le attenuanti generiche, considerata la tristizia dei tempi all'epoca del fatto, quando la caotica situazione, materiale e spirituale, favoriva il risorgere negli animi ed il prevalere degli istinti peggiori e di molto e nei pi si erano allentati i freni morali e nella generale strage ormai poco conto si faceva della vita propria e dell'altrui; condizioni tutte che non poterono non influire nell'animo dello Zagni e favorire e, quanto meno, non ostacolare la spinta al delitto.
Ebbe allora inizio una tormentata vicenda processuale. Infatti, lo Zagni present appello contro quella sentenza e la Corte di Assise di Appello di Ancona, il 15 maggio 1954, lo assolveva per insufficienza di prove, scrivendo che, nel dubbio se il movente fosse politico o no, bisognava optare per la soluzione pi favorevole all'imputato.
A questo punto gli assassini e i loro complici esultarono e il 14 luglio 1954, il Comitato Provinciale di Solidariet Democratica di Modena, credendo che lassoluzione dello Zagni fosse definitiva, mi scrisse una lettera, che conservo gelosamente, nella quale ringraziava me, patrono di parte civile, per l'"opera veramente preziosa ed efficace svolta, che ha indubbiamente contribuito in modo decisivo ad ottenere la giusta assoluzione del nostro assistito". E concludeva col formulare: "auguri per altri consimili successi professionali". Credevano che fosse finita e pensavano di potersi permettere il lusso di fare dello spirito sulla tragedia e sul sangue versato e di rivolgersi a me, patrono di parte civile, ringraziandomi per l'efficace contributo alla assoluzione dell'imputato di cui avevo chiesto la condanna. Ma il Procuratore Generale present ricorso, e la Cassazione il 4 maggio 1955, annullava, per la palese contraddittoriet della motivazione, la sentenza assolutoria emessa dai giudici anconetani, designando come giudice di rinvio la Corte di Assise di Appello di Roma. E quest'ultima, il 25 novembre 1955, confermava la condanna inflitta allo Zagni in primo grado alla pena di anni ventiquattro di reclusione, poi ridotti a meno della met dai successivi condoni. La Corte Suprema, poi, con sua sentenza in data 9 giugno 1958 rigettava il ricorso dello Zagni, sicch la condanna divenne definitiva. stata questa una delle vicende processuali pi tormentate e coinvolgenti che io abbia vissuto.
Debbo ricordare che la madre di Anna Maria mor qualche anno dopo, senza essere riuscita mai a dimenticare l'assassinio della figlia, vittima di una ferocia disumana, per di pi spacciata come obbedienza ad un nobile "ideale" politico. Il suo era un dolore muto, non gridato, ma di tale intensit che coinvolgeva chiunque parlasse con lei: nulla pi eloquente delle parole del silenzio.
E veniamo al delitto Morselli, che il processo che ho sofferto maggiormente e che mi ha, pi di ogni altro, dato il gusto della impopolarit. Avendo sostenuto l'accusa con tutta la tenacia e la diligenza di cui sono capace, debbo confessare che gli insulti de l'Unit e degli assassini mi riempivano di autentica soddisfazione: "laudari a turpibus infamia vera est, maxima est homini laus displicere pravis".
Alberto Morselli, un "possidente" un borghese, dunque di Motta di Cavezzo, aveva lasciato il fascismo sin dal 1924 con un gesto di coraggio raro per quei tempi, stracciando la tessera davanti al segretario politico del luogo e si era totalmente disinteressato della politica. Sopraggiunsero la guerra, l'armistizio, la Resistenza, che egli si sent vincolato ad aiutare in ogni modo. Aveva anzitutto consegnato a partigiani comunisti, nel 1944, la somma molto rilevante per quei tempi di centocinquantamila lire, perch fosse fatta pervenire al Cln provinciale. Era venuto a Modena, e, avendo appreso da un ufficiale dell'esercito suo amico, facente parte del Cln, che solo centomila lire erano giunte a destinazione, aveva minacciato di fare punire chi aveva tenuto per s quanto mancava. Fu proprio per questo che, nella tarda serata del 10 aprile 1945, il promotore del delitto, assieme ad altri cinque "compagni" cui si erano uniti anche due disertori tedeschi si present in casa di Alberto Morselli per prelevarlo e ucciderlo. Nell'occasione fu sequestrata anche la sorella Tina. Entrambi i fratelli, al cui "prelevamento" avevano assistito le sorelle Alice e Pia, scomparvero nel nulla. Dopo la fine della guerra, la sorella, Pia, incontrava tutti i giorni gli assassini dei fratelli e a me chiedeva facendo appello anche all'amicizia che aveva legato Alberto a mio padre di assisterla nell'azione penale che intendeva promuovere: ma io la sconsigliavo di farlo perch, in quella atmosfera, quella denuncia non avrebbe avuto seguito. Vennero poi le elezioni del 18 aprile 1948, con la sconfitta del fronte popolare, e, lentamente, la situazione miglior. Ma solo nel 1949, quando si poteva sperare che le indagini avessero impulso e che si trovasse anche da parte dei magistrati la forza, e il coraggio, di perseguire pure coloro che dominavano la regione, fu presentata la denuncia. Cominci cos un'istruttoria che si concluse col rinvio a giudizio avanti la Corte di Assise di Modena di sei ex partigiani comunisti. Il processo fu rimesso per legittima suspicione alla Corte d'Assise di Perugia, e fu oggetto di grande attenzione da parte della stampa, anche nazionale.
Il pubblico era molto scarso, ma vennero organizzate delle corriere che portavano i "tifosi" degli imputati dalla "bassa" modenese a Perugia per sostenere la squadra degli assassini. Ma lasciamo la parola alla sentenza resa dalla Corte perugina il 18 maggio 1951:
Verso le ore 23 del 10.4.1945 otto sconosciuti sei partigiani comunisti a cui si erano uniti due disertori tedeschi armati e mascherati circondarono la casa della famiglia Morselli, sita in Motta di Cavezzo e quattro di essi, qualificatisi per partigiani riuscirono a farsi aprire la porta da Morselli Alberto, che era ancora in piedi. Appena entrati immobilizzarono costui e quindi ordinarono alla sorella Pia, che era accorsa, avendo intuito da alcune parole pronunciate dall'Alberto che stava accadendo qualche cosa di anormale, di chiamare le sorelle Tina ed Alice e di farle scendere nella sala da pranzo. La Pia chiam per prima Tina, che scese nello stato in cui si trovava, e cio a piedi nudi ed in camicia da notte, e poi Alice. Quando torn nella sala da pranzo, constat che i fratelli Alberto e Tina non erano pi in casa. Nel frattempo gli sconosciuti si davano a rovistare un po' dappertutto impossessandosi di biglietti di banca per L. 10.000 circa, che costituivano gli stipendi riscossi da Morselli Alice per il marito Bizziocchi Aldo, che allora era prigioniero in Germania, di una macchina fotografica Kodak, di un orologio di Bizziocchi Paolo, figlio di Morselli Alice, ed altri oggetti. (pp. 4-5)
Sia detto per inciso. Aldo Bizziocchi, il padre di Paolo, che allora aveva cinque anni, era, in quel momento, prigioniero nel lager nazista di Wietzendorf; in Westfalia, al limite estremo della resistenza umana, avendo respinto qualunque ipotesi di collaborazione coi tedeschi, e, ovviamente, l'adesione al lavoro. E io ero con lui: fummo liberati sei giorni dopo, il 16 aprile 1945. Torniamo alla sentenza:
La Pia, dopo essere stata costretta a chiudere la porta col catenaccio, sal al piano superiore, spalanc una finestra e si mise in ascolto; pot cos sentire il pianto della sorella Tina ed il rumore di un birroccio che si allontanava nella stessa direzione da cui proveniva la voce di costei. Il giorno successivo nel rosaio a siepe che fiancheggia la casa, Morselli Pia rinvenne un groviglio di capelli della sorella Tina. Dall'atto del prelevamento di Morselli Alberto e Tina non si ebbero pi notizie e le indagini esperite riuscirono negative anche perch la Morselli Pia, nel timore di rappresaglie, non aveva sporto denuncia all'autorit. (p. 3)
Ecco la agghiacciante confessione resa la sera del 27 maggio 1949 alle ore 21.30 nella Questura di Modena da Egidio Sighinolfi:
D.R. Non fui io ad impartire l'ordine di asportare il denaro, il portacipria, la macchina fotografica, il portasigarette d'argento, l'orologio cronometro e l'orologio piccolo da polso e gli altri oggetti, compreso le biciclette, ma bens il Cavalieri ed i due tedeschi su loro iniziativa.
D.R. Le due biciclette furono portate in casa di Cavalieri Jaures ed ignoro cosa ne abbia fatto. Il cronometro da polso in possesso delle vittime fu preso da me, e, a distanza di qualche giorno, lo consegnai al Cavalieri Jaures perch lo adoperasse anche lui. Non mi sono pi interessato di conoscere la destinazione dell'orologio. Il denaro che aveva indosso la vittima consistente in lire 30.000 fu ritirato da me e consegnato a Bellodi Arturo.
D.R. Gli oggetti ed il denaro in possesso di Morselli Alberto gli sono stati tolti prima che fosse soppresso. Il Morselli Alberto al momento in cui veniva spogliato degli oggetti e danaro, si accorse che doveva essere ucciso. La vittima si raccomand perch lo lasciassimo vivere. Comunque, a nulla valsero le sue raccomandazioni in quanto il predetto dopo circa un'ora veniva ucciso da Artioli Bruno, ignoro con quale arma, in quanto io in quella occasione mi trovavo nel ricovero assieme alla Morselli Tina.
D.R. La Morselli Tina fu violentata da me e da Cavalieri Jaures e nonostante la sua ribellione dovette sottostare alle nostre voglie. Dopo tale violenza ho invitato gli altri partigiani presenti sul posto, i quali per non accettarono la proposta. La Morselli Tina veniva uccisa sulla fossa ove si trovava sepolto gi il fratello, un'ora dopo l'uccisione di questi, a colpi di pistola sul viso sparati da Cavalieri Jaures.
D.R. Per me, tutti i componenti la famiglia Morselli sono ritenuti persone dabbene, e oneste, ed escludo in maniera assoluta che essi abbiano potuto, in qualsiasi modo, danneggiare il movimento partigiano.
Ed ecco quella di Nello Randighieri, resa il 26 maggio 1949:
Ivi giunti, io ed il Ruosi ci fermammo con l'incarico di fare la guardia mentre tutti gli altri proseguirono verso la fossa. Poco dopo io ed il Ruosi fummo chiamati e richiesti se volessimo anche noi possedere la Morselli Tina, ma ci rifiutammo. Quando arrivammo sul posto ove si trovavano tutti gli altri io ed il Ruosi notammo che la Morselli era stata condotta in un rifugio ove fu da tutti posseduta, ad eccezione di me, del Ruosi e mi sembra anche del Cavalieri Moris, e del Silvestri Antonio.
Il "tutti" comprende dunque anche i due disertori tedeschi che la tenevano ferma mentre la violentavano gli italiani e viceversa. Ancora. Prima di essere massacrato, Alberto Morselli fu costretto, col mitra puntato sulla fronte, a scrivere alle sorelle questo biglietto: "Care sorelle, non pensate al male e non dubitate nulla, mi trovo in montagna assieme alla mia sorella Tina per interrogazioni. Saluti Alberto. Sto bene e state bene. Quello che mi raccomando di non dubitare che stiamo pi che bene fate bene e riceverete del bene. Alberto". Ecco, sul punto, la confessione dello stesso Sighinolfi:
D.R. Sia io che il Cavalieri Jaures con le armi puntate intimammo sotto minaccia di morte al Morselli Alberto di scrivere la lettera alla sorella Pia, nella quale si comunicava che godeva ottima salute e che era in procinto di partire per la montagna per essere incorporato nelle file partigiane. In ultimo terminava invitando la sorella a continuare a far del bene, come avevano sempre fatto.
D.R. Con lo stesso sistema, cio sotto la minaccia delle armi a tergo della lettera del fratello, fu fatto scrivere alla Tina la seguente frase "continuate a fare del bene come avete sempre fatto tanti saluti Tina".
La sentenza incalza:
Il Sighinolfi e gli altri imputati agirono dunque, nei confronti di Morselli Alberto, per falso fine di lucro e di vendetta: per lucro per la somma, di cui si erano indebitamente appropriati e per evitare il disonore che sarebbe conseguito dalla notizia del fatto, di vendetta perch il Morselli Alberto si era permesso di rivelare la irregolarit.
Per quanto riguarda la povera Morselli Tina il motivo a delinquere non pu essere costituito che da istinto di cattiveria.
Essa era una delle pi belle donne della zona, chiamata all'improvviso mentre stava a letto, si present nello stato in cui si trovava, e cio a piedi nudi ed in camicia da notte, colle trecce nerissime, che le scendevano sui fianchi. La sua apparizione in tale stato fece nascere negli imputati il desiderio di possederla e la portarono via per affogare su di lei i loro bestiali istinti. Ci dimostrato anche dal fatto che gli imputati non erano nuovi ad episodi del genere. Difatti, due giorni prima, avevano prelevato ed ucciso Stefanini Primo, in Cattabriga e la figlia Paolina e violentato questa, prima di ucciderla. dimostrato altres dal fatto che, in effetti, anche Morselli Tina, prima della soppressione, fu violentata certamente dal Sighinolfi, dal Cavalieri Jaures, dai due militari tedeschi e da qualche altro degli imputati. Essi hanno negato il fatto, ma la verit del medesimo, di fronte alle dichiarazioni fatte davanti alla autorit di Ps dal Sighinolfi, dal Radighieri, dal Ruosi e dall'Artioli (che non furono estorte con la violenza, come si tentato di far credere, perch due di essi lo confermarono anche davanti a Morselli Pia), non pu essere contestata. tipico al riguardo l'episodio narrato dal Ruosi, e cio che, essendosi egli rifiutato di soddisfare i suoi bisogni fisiologici sulla Morselli Tina, fu trattato da ignorante. Deve notarsi anche che egli nel processo Cattabriga dichiar di non essere stato invitato a soddisfare i suoi bisogni fisiologici sulle vittime, come invece era avvenuto nel caso della Morselli. (pp. 24-25)
Gli imputati Egidio Sighinolfi, Nello Randighieri, Edmondo Ruosi, Moris Cavalieri, Jaures Cavalieri e Bruno Artidi furono condannati ad anni ventiquattro ciascuno: ma, a loro favore, furono "concesse le attenuanti generiche, stante la loro qualit di partigiani combattenti" (p. 26). E, avendo la Corte ritenuto che avessero agito anche per una "motivazione" genericamente politica, fu elargito un condono di diciassette anni di reclusione, su ventiquattro. E poi, con ulteriori sconti, uscirono presto dal carcere. E questo senza tener conto del fatto che gli imputati avevano per il fatto stesso di essere partigiani goduto dell'amnistia in ordine ai reati di rapina, sequestro di persona, violenza carnale e occultamento di cadavere, fatti che la sentenza stabilisce in modo certo essere stati da loro commessi.
E ora alcuni ricordi di quel processo, iniziato il 19 aprile 1951, giorno del mio trentunesimo compleanno. Gli imputati Nello Randighieri, Egidio Sighinolfi e Bruno Artioli ritrattarono le confessioni rese in Questura, a Modena, la sera del 27 maggio 1949, proclamando che erano state loro estorte con violenza e minacce. Debbo ammettere che le modalit, con le quali quelle confessioni furono ottenute, erano abbastanza discutibili, anche perch chi li interrogava aveva gi la certezza della loro colpevolezza dal momento che la sorella superstite, Pia Morselli, aveva riconosciuto con assoluta sicurezza almeno uno degli assassini, il quale, perdipi, le aveva fatto sapere che, se avesse parlato, sarebbe stata uccisa. Ebbene, io partecipai a quegli interrogatori oggi lo posso ammettere, perch il reato estinto per prescrizione anche se non volevo farmi vedere, in quanto l'assassino identificato dalla Pia mi conosceva benissimo, visto che abitavo nella stessa frazione di un piccolo comune, a poche centinaia di metri di distanza. Sapevo bene che gli imputati si sarebbero difesi come poi fecero, ritrattando. Ci avveniva frequentemente allora nei processi. Indussi, dunque, il funzionario un vicequestore, mi pare di ricordare a convincere l'imputato riconosciuto dalla Pia a portarci la sera stessa sul luogo dove i due fratelli erano stati sepolti. Quella sarebbe stata una prova incontrovertibile della sua colpevolezza. Cos, nella notte, partimmo per la "bassa" modenese su due auto della polizia: sulla prima, presero posto il "confesso" e due agenti; sulla seconda, un vicecommissario, due poliziotti e il sottoscritto, nella veste di ingiusto soldato della giustizia. L'uomo fatic molto anche perch erano passati cinque anni a trovare il luogo della sepoltura, tra l'alveo e l'argine "interno" del fiume Secchia, a qualche chilometro di distanza dalla casa nella quale i due fratelli erano stati prelevati. Solo dopo molti tentativi, lavorando con pale e badili fino all'alba, trovammo gli scheletri, incredibilmente sovrapposti: il cranio dell'uno riposava sui piedi dell'altro.
Altri ricordi. Il Partito comunista aveva obbligato i difensori che purtroppo ubbidirono a difendere non gli imputati ma il delitto. E cos portarono davanti alla Corte un plotone di testimoni diciannove, per la precisione ignobilmente falsi con in testa un comandante di divisione partigiana per testimoniare che i fratelli Morselli erano stati uccisi perch pericolose spie al servizio dei nazi-fascisti e perch asseritamente condannati a morte da un tribunale partigiano. Per nostra fortuna, disponevamo della prova provata della vergognosa falsit di tali deposizioni. Di pi, dimostrammo addirittura che in casa dei fratelli Morselli era stato nascosto, a disposizione dei partigiani, un grosso quantitativo di grano, oggetto di un furto perpetrato addirittura in danno di un magazzino tedesco. I fratelli Morselli, che avevano aiutato e beneficato taluni dei loro futuri carnefici, tenendo nascosti in casa questi sacchi con l'aquiletta tedesca stampigliata in nero sacchi da noi conservati ed esibiti al processo avevano rischiato consapevolmente di essere scoperti e massacrati all'istante. Ancora: noi risponevamo della prova che Alberto Morselli aveva addirittura rischiato la vita per aiutare i partigiani e, sul punto, avevamo indotto un teste, ma ne avevamo tenuto nascosto il nominativo: in poche parole, d'accordo col Presidente, la lista era stata nascosta anche ai difensori. Non solo, ma avevamo concordato col Pm e col Presidente della Corte una particolare modalit di presentazione: il teste sarebbe venuto da Cavezzo, in provincia di Modena, a Perugia accompagnato per essere protetto da carabinieri in borghese. Ma l'udienza nella quale il teste doveva essere escusso salt perch un giurato aveva avuto un lutto familiare gravissimo: allora non esistevano i supplenti, sicch la Corte dovette rinviare l'udienza di circa una settimana. Il corrispondente del Giornale dell'Emilia che poi rinascer con la vecchia testata de il Resto del Carlino inviato a Perugia, data l'importanza nazionale del processo, dette la notizia del rinvio e anche il nominativo del teste che, secondo l'ordinanza letta dal Presidente, veniva invitato a presentarsi all'udienza fissata per la settimana successiva. E il teste di cui, purtroppo, il Giornale dell'Emilia aveva pubblicato il nome tornato al suo paese con l'incubo di dovere ricomparire a una settimana di distanza, venne fatto oggetto di intimidazioni senza fine. E cos, non avendo il coraggio n di mentire, n di dire la verit, si impicc: questa era l'atmosfera nei paesi della "bassa" modenese.
Altro episodio. Del collegio di difesa faceva parte un avvocato bolognese, Leonida Casali, di profonda convinzione comunista, che il Partito non solo obbligava a prestare la sua attivit professionale pressoch gratuitamente, ma costringeva anche a soggiornare a Perugia in una modestissima pensione. Era in perfetta buona fede, come si usa dire, emulo, insomma, del cavallo Gondrano de La fattoria degli animali, che ubbidiva agli ordini del porco "Napoleon" e moriva portando pesi. L'avvocato Perroux ed io, patroni di parte civile, eravamo, invece, alloggiati al Baglioni, e andavamo a mangiare in un buon ristorante sito a pochissima distanza: le Tre Marie.
Un giorno, vennero sentiti alcuni dei testi vergognosamente falsi i quali, ubbidendo agli ordini ricevuti, raccontarono falsit invereconde, dichiarando, tra l'altro, che Tina Morselli frequentava il comando nazi-fascista di Modena, che aveva sede nel Palazzo dell'Accademia. La Corte li ascolt con disprezzo, senza contraddirli, n mosse loro contestazione alcuna, anche perch il Presidente li licenzi col fastidio di chi vuole porre fine a uno spettacolo disgustoso.
Quella sera, Perroux ed io uscimmo con quel difensore e lo invitammo a cena con noi. Finita la cena, ci ringrazi moltissimo e, prima del commiato, Perroux gli chiese, in via confidenziale, se non sentisse vergogna per le deposizioni ignobili dei testi da lui stesso indotti, che avevano cercato di infangare la memoria di una donna barbaramente violentata. Casali ammise, quasi piangendo, che quei testi facevano schifo anche a lui, ma aggiunse che considerava necessaria quella condotta processuale "nell'interesse del Partito". A lui ho pensato quando uno dei topi assassini, al processo Moro, riferendosi al massacro dei cinque uomini della scorta dichiar che si trattava "di un triste dovere compiuto" e, sostanzialmente, di un "passaggio obbligato". Si tratta di una eredit irrinunciabile, comune ai nazisti e ai comunisti, e consiste in quella che Giovanni Amendola defin la migrazione dalla coscienza. Se i parametri di valutazione del bene e del male vengono trasferiti, dall'interno delle coscienze degli uomini, al Partito, allo Stato etico, alla Organizzazione come la definiva Orwell allora la verit diventa l'interesse del Partito. la barbarie dei tempi di piombo. Il brigatista Franceschini afferma che le Br hanno ereditato armi dei partigiani comunisti. C' di peggio: hanno ereditato l'ideologia che portava un brigatista, appunto, a definire "triste dovere" l'uccisione di persone innocenti e sconosciute. Il male che dobbiamo combattere dunque, la migrazione dalle coscienze, per servire il mito, che era "per Hitler il dominio del sangue e della razza, per Marx e Lenin la dittatura del proletariato. Le formule mutano e passano ma la dottrina di una verit, la quale, scoperta, deve essere riconosciuta ed ubbidita, rimane". Sono parole di Einaudi. Oggi molti parlano perch gli emigrati dalla coscienza tornano in s: il passato diventa insopportabile quando constatano che quel mito in nome del quale hanno commesso tante bassezze crollato. Resta da aggiungere che il ritorno facilitato dal fatto che oggi comodo e utile pentirsi in alto, in basso e in tutte le direzioni: nascono incendiari, ma muoiono pompieri, diceva Longanesi. Ma che questi personaggi salgano sulle cattedre dei loro delitti perch asseritamente commessi in buona fede per impartirci saccenti lezioni o moniti, letteralmente inaccettabile.
Ed ecco la perla finale. Si ricordino le dichiarazioni del capo degli assassini di Alberto e Tina Morselli, Egidio Sighinolfi. Ebbene, nel periodico Resistenza oggi edito dall'Anpi di Modena, Anno X, n. 2, aprile 1998 ripetiamo 1998, mezzo secolo dopo! si " commemorato", appunto, Jaures Cavalieri, allora scomparso da poco, scrivendo: "Indomito combattente della libert, dopo la liberazione stato vittima delle persecuzioni antipartigiane, senza mai attenuare il proprio impegno in difesa dei valori della resistenza e dell'antifascismo" (p. 14). Ora, che la guerra civile comporti delitti a catena vero, per tutte le parti, anche se forse il momento di ricordare che Jaures Cavalieri fu condannato, nel processo che si svolse davanti alla Corte di Assise dell'Aquila, nel febbraio 1952, ad anni trenta di reclusione per l'omicidio di Emilio Missere consumato a Medolla in provincia di Modena il 13 giugno 1946: si trattava di un esponente democristiano, figlio dell'allora giudice del Tribunale di Modena, Ermanno Missere. Di fronte a questi dati di fatto indiscutibili, il tentativo di cingere, a cinquanta anni di distanza, la fronte di questi assassini, stupratori e ladri di corone d'alloro era ed letteralmente disgustoso.

"Uccidere un anticomunista non reato"

Vi poi un terzo gruppo di delitti commessi sino a tutto il 1946: la "lotta contro il fascismo", ancora una volta, non c'entra assolutamente niente. Furono uccisi, specialmente nei piccoli paesi della "bassa", coloro che non si piegarono alla totale egemonia dei rossi. Ma anche in Piemonte le cose non andavano meglio. Un esempio: avanti la Corte di Assise di Cuneo, designata per legittimo sospetto, io assistetti i congiunti di Umberto Montanari, medico condotto, assassinato in Piumazzo di Castelfranco Emilia la mattina del 19 maggio 1946, un anno dopo la fine della guerra. Ricordiamo qui che la locuzione "triangolo della morte" nasce con riferimento, appunto, a Castelfranco Emilia e alle frazioni di quel comune, Piumazzo e Manzolino: tutti gli altri "triangoli della morte" provengono come modo di dire, s'intende dalla provincia di Modena. Il Dottor Montanari era stato assassinato semplicemente perch non aveva piegato la schiena. In un rapporto della polizia in data 15 febbraio 1946 nella quale militavano molti ex partigiani comunisti promossi sul campo, si legge infatti: "Tutta la popolazione di Piumazzo reclama all'unanimit la sostituzione del Dott. Montanari prepotente ed offensivo". "Ha sputato in faccia a un operaio perch lo invitava a visitare la propria moglie". "Preghiamo di intervenire con misure energiche".
Il processo ebbe inizio il 23 ottobre 1950. Anche in Piemonte l'atmosfera era assai tesa, perch in aula erano presenti molti militanti comunisti provenienti da Castelfranco Emilia, che avevano seguito gli imputati, costretti a giocare in trasferta. E cos matur la sentenza del 9 novembre 1950 che assolveva Armando Bruni, Bruno Graziosi, Dante Santi, Giulio Mantovani e Amedeo Golfieri per insufficienza di prove. Contro questa sentenza interpose ricorso il Procuratore Generale: la Corte Suprema annull e dopo varie vicende processuali, si giunse, dopo oltre tre anni, al giudizio di rinvio avanti la Corte di Assise di Appello di Tonno, fissato per l'udienza del 19 gennaio 1954.
Ecco cosa scriveva l'Unit del 21 gennaio 1954:
Per i partigiani di Piumazzo, per cinque innocenti che gi hanno dovuto sopportare quasi due anni di carcere, il Pg Lorenzo, dopo una requisitoria durata circa tre ore, ha chiesto ieri 15 anni di reclusione: una dura richiesta per questi combattenti della Resistenza, arrestati su una falsa testimonianza.
L'avvocato Ascari, "rampollo-prodigio" della reazione emiliana, ha cercato, in ogni modo, con arziggoli e giochetti oratori, di creare "l'ambiente", di supplire alle prove di cui mancava con pennellate coloristiche sull'ormai sgonfiato "triangolo della morte". Ma le... figure geometriche non sono sufficienti a far condannare degli innocenti e l'arringa di Ascari non ha portato al processo alcun nuovo elemento salvo il pistolotto finale in cui il giovane avvocato emiliano ha voluto toccare i vertici della retorica pi sfruttata di squisita marca Candido.
Ma, il giorno dopo, gli imputati furono tutti condannati a quindici anni di reclusione e la Corte di Cassazione, il 13 gennaio 1955 ne respingeva i ricorsi, sicch la sentenza di condanna divenne definitiva, anche se gli imputati scontarono soltanto due anni di carcere preventivo, perch la pena residua fu estinta dai soliti condoni. Ma "il rampollo prodigio della reazione emiliana" aveva vinto anche se la battaglia era stata lunga e, sostanzialmente, gli assassini erano rimasti impuniti.
Vorrei qui ricordare anche la serie impressionante di sacerdoti trucidati in Emilia, che furono trentuno, mi sembra: un vero e proprio massacro di autentici uomini di Dio che, specie nei piccoli paesi, non si erano piegati al dominio del Partito comunista o, meglio, della sua ala militarista che vedeva nella vittoria della Resistenza una occasione irripetibile per rimuovere ogni possibile ostacolo all'instaurazione di un vero e proprio predominio assoluto. A mio giudizio, Togliatti non era tra questi: ma, essendo stalinista, non poteva denunciare i colpevoli e doveva proteggerli: il Partito, al vertice, sapeva sia la verit su questi delitti, sia il fatto che taluni suoi funzionari "istruivano" i testimoni falsi per sostenere, ad esempio, che una povera donna violentata e massacrata era stata una spia fascista, come era accaduto nel processo Morselli. Ma bisognava difendere il Partito.
Tanto premesso, veniamo ad un processo al quale ho partecipato: quello per l'omicidio di Don Preci. Nella relazione del Procuratore della Repubblica di Bologna Dott. Messina al Procuratore Generale di Bologna in data 15 gennaio 1950 due anni dopo le elezioni del 1948 si legge:
Nella notte del 23 maggio 1945 veniva ucciso con colpi di arma da fuoco alla testa il parroco Don Giuseppe Preci di Montaldo frazione di Montese. Le indagini e l'istruttoria espletate a quel tempo dettero esito negativo perch non poterono essere identificati gli autori del delitto.
Nell'agosto del 1949 la Questura di Modena pot raccogliere nuovi elementi a seguito dei quali gli autori e responsabili sono stati scoperti.
Esaminata infatti la perpetua del parroco, Tamburini Teresa, la quale aveva gi deposto innanzi al Giudice Istruttore (foglio 12, fascicolo Ignoti) nel corso della prima istruttoria giudiziaria, questa si indusse a dire la verit e dichiar ai Carabinieri (fog. 6, 1 Vol.) che la sera del 23.5.45 fu svegliata dalla voce del contadino Bononcini Irmo nella cui casa abitava insieme al sacerdote, essendo andata quasi distrutta la canonica; il Bononcini l'avvert che due persone chiedevano del prete, per i conforti religiosi ad un ammalato, ella avvert il prete poi apr la porta di casa trovandosi di fronte Zanni Ivo e Galluzzi Giuseppe da lei ben conosciuti.
Don Preci dimostr riluttanza ad uscire di notte ma i due, per convincerlo, acconsentirono affinch venisse accompagnato dalla domestica. Cos tutti uscirono ed i due sopravvenuti misero in mezzo il prete e la donna e si avviarono verso la Chiesa Nuova. Dopo aver percorso circa trecento metri lo Zanni, estratta la pistola dalla tasca posteriore dei pantaloni, stando alle spalle del prete, gli esplodeva due colpi mirando alla testa ed uccidendolo. Subito dopo lo Zanni ed il Galluzzi intimarono alla donna di allontanarsi e di tacere pena la morte e affinch la minaccia fosse pi efficiente esplosero due colpi mentre ella si allontanava. Il giorno successivo la Tamburini sarebbe stata nuovamente minacciata di morte dallo Zanni se avesse parlato.
La Tamburini aggiunse che lo Zanni ed il Galluzzi le ordinarono di lasciare la porta di casa aperta quando fosse rientrata in casa e che quivi fu raggiunta dai due i quali, dopo aver frugato, si impadronirono di gioielli ex voto e di denaro, di un ostensorio d'oro, dei calici preziosi contenuti e custoditi in un secchio rinvenuto sotto il letto.
A tale impossessamento sarebbero stati presenti il Bononcini e sua moglie ai quali lo Zanni ed il Galluzzi avrebbero dato 30.000 lire del denaro trafugato e un'uguale somma alla Tamburini". (pp. 1-4)
Nel processo svoltosi avanti la Corte di Assise di Bologna, mi costituii parte civile per conto del fratello di Don Preci a tanto indotto da un sacerdote coraggioso che non poteva disertare quella battaglia e che, in proprio, non aveva titolo per costituirsi. Il processo si concluse con la sentenza del 5 febbraio 1951 che condannava gli imputati Giuseppe Galluzzi, Ivo Zanni e Amilcare Lucchi per omicidio premeditato alla pena di anni diciotto di reclusione: limite questo raggiunto in seguito alle concessioni di generose attenuanti. Di pi: tredici anni furono subito condonati e gli ulteriori condoni rimisero gli imputati in libert. Le condanne e le pene scontate erano state letteralmente risibili, ma comunque, per la prima volta in Emilia, si affermava la responsabilit di ex partigiani comunisti per l'omicidio di un sacerdote. Avverso quella sentenza fu interposto ricorso, poi convertito in appello, essendo stato nel frattempo introdotto il grado di appello anche per le sentenze emesse dalla Corte di Assise, che, fino a quella modifica, erano state soggette soltanto a ricorso per Cassazione. Comunque, entrata in vigore la nuova normativa, il ricorso fu convertito in appello, e la Cassazione design come giudice di rinvio la Corte di Assise di Appello di Firenze che, con sentenza in data 4 aprile 1952, conferm la sentenza di primo grado. Infine, la Corte Suprema di Cassazione respinse i secondi ricorsi degli imputati.
Il principio, come ho detto, era salvo: ma il Partito comunista aveva raggiunto, difendendo quegli assassini e garantendo loro l'impunit anche in forza delle leggi volute da Togliatti una posizione di assoluto predominio. Ripetiamo: non a caso le regioni che erano state pi fasciste Toscana ed Emilia avevano dato, nelle elezioni del 1948, la maggioranza assoluta al fronte dominato dai comunisti.
Debbo ora occuparmi brevemente di un processo famoso nel quale non ebbi parte al tempo in cui fu celebrato: dovetti rileggere tutti gli atti solo quando, pi di quaranta anni dopo, il generale dei carabinieri Pasquale Vesce fu vergognosamente accusato di avere quando, come capitano, aveva guidato le prime indagini costretto testimoni e imputati a formulare false accuse nei confronti dei primi imputati, dei quali, poi, attraverso la "richiesta" di revisione, di cui subito dir, si riconobbe l'innocenza. Parliamo dell'assassinio di Don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo frazione di Correggio, in provincia di Reggio Emilia consumato nella tarda serata del 18 giugno 1946. L'azione penale fu promossa solo dopo le elezioni del '48, che segnarono la sconfitta del Partito comunista, e ne fu autentico motore Monsignor Beniamino Secche, all'epoca dei fatti Vescovo di Reggio Emilia: un uomo di intemerata coscienza e di leggendario coraggio, al quale non fu mai perdonato di avere deponendo avanti la Corte all'udienza del 7 febbraio 1949 reso una dichiarazione che parla a volumi: "Nella mia diocesi sono stati uccisi dieci parroci, tre dai tedeschi e sette dopo la Liberazione". Sta di fatto che, all'esito di una lunga vicenda processuale, pass in giudicato la sentenza della Corte di Assise di Perugia alla quale il processo era stato rimesso "per legittimo sospetto" del 26 febbraio 1949, recante condanna di Elio Ferretti alla pena di anni ventuno di reclusione di cui diciannove condonati di Germano Nicolini alla pena di anni ventidue di cui undici condonati e di Antonio Prodi alla pena di anni venti, interamente condonati.
Osserviamo incidentalmente, a proposito della "abbondanza" dei condoni, che nell'art. 16 del Dpr 22 giugno 1946, n. 4 la cosiddetta amnistia "Togliatti" e contestuale condono si legge: "Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale 23 giugno 1946 n. 137 ed ha efficacia per i reati commessi a tutto il giorno 18 giugno 1946". il giorno in cui Don Pessina fu assassinato, ed era l'ultimo giorno utile per fruire di un condono smisurato: le coincidenze sono meno casuali di quanto comunemente si creda.
Tornando alla cronaca, la Corte aveva scritto nella sua sentenza:
Don Pessina, per definizione del suo Vescovo, era un sacerdote esemplare ed aveva partecipato validamente alla lotta di liberazione, come si legge nel rapporto della Questura di Reggio Emilia. Combattente per la religione contro la irregolarit della dottrina marxista.
Quelli che frequentavano la sua Chiesa e ascoltavano le sue prediche assicurarono a Don Neviani che Don Pessina non faceva della politica. Era stato minacciato prima delle elezioni del 1948, ma, superate queste, la sua morte violenta non pu spiegarsi senza cause sopravvenute. (p. 56)
E le "cause sopravvenute" di natura politica erano costituite dalla resistenza del sacerdote alle prepotenze di coloro che esercitavano sulla regione un vero e proprio dominio di fatto.
A questo punto doveroso ricordare che, pi di quaranta anni dopo, di quella sentenza fu chiesta e ottenuta la revisione, e che la Corte di Assise di Perugia, con sua sentenza in data 7 dicembre 1993, stabil che colpevoli dell'omicidio erano, invece, Cesarino Catellani, William Gaiti ed Ero Righi militanti nello stesso partito dei primi imputati ma la Corte, avendo escluso l'aggravante della premeditazione, dichiar estinto il reato di omicidio per intervenuta amnistia. Sennonch e il dato essenziale la Corte conferm la natura politica del delitto scrivendo: "Ritiene la Corte di avere dato a tale interrogativo una anticipata risposta allorch ha affermato che l'azione fu decisa da esponenti del partito comunista italiano di Correggio". (p. 32)
Ma non basta. La Corte, nella sentenza definitiva e riconosciuta da tutti giusta, scrisse: "Dal contesto di tali elementi probatori si ha la conferma che fin dal giorno successivo i massimi dirigenti del partito comunista di Correggio e quelli del comitato direttivo provinciale di Reggio Emilia erano a conoscenza che ad uccidere Don Pessina la sera del 18/6/1946 era stata una squadra composta dagli attuali imputati". (pp. 15-16).
Veniamo ora a un "particolare", ricordando che proprio nei particolari come insegnava Schopenhauer che si annida la maggior quantit di veleno. Ebbene, nel rapporto dei carabinieri del 7 agosto 1946 ho letto: "L'omicidio, che dest non poca impressione, rimaneva inesplicabile dati gli ineccepibili precedenti morali e politici del Don Pessina, avendo, peraltro, con la sua attivit, partecipato validamente alla lotta di liberazione". Ed ecco cosa dichiar il principale imputato nel primo processo, poi assolto in sede di rinvio, Germano Nicolini allora sindaco comunista di Correggio il 27 giugno 1946 ai carabinieri, al tempo delle primissime indagini, che non ebbero seguito, in considerazione dei tempi in cui si svolsero: "D.R. Ritengo, per mia convinzione personale, che l'omicidio sia stato commesso da forze occulte (SAM O altre organizzazioni similari) allo scopo di determinare dissidi e malintesi fra i diversi partiti e specialmente creare delle ostilit al Partito Comunista, che in base alle conseguenze sarebbe il pi indiziato in questa circostanza". Quando si pensi che le SAM erano le "Squadre di Azione Mussolini" che facevano parte delle "forze occulte della reazione in agguato", si ha la prova dei limiti che la menzogna pu raggiungere e superare. Ma il Nostro aveva aggiunto: "Altro motivo penserei ad una questione privata di cui io non posso dare alcuna versione dato che mi sono sempre disinteressato degli affari degli altri".
E la questione privata oggetto della insinuazione era una "relazione amorosa esistente fra il defunto parroco e la signora Ralenti Evelina ved. Benassi da S. Martino di Correggio, relazione questa che avrebbe ostacolato le aspirazioni di un pretendente della predetta vedova". Siamo costretti a ripetere che la sentenza del 7 dicembre 1993, quella emessa all'esito della revisione che ha irrevocabilmente assolto gli originari imputati Ferretti, Nicolini e Prodi scrive: "Ritiene la Corte di avere dato a tale interrogativo una anticipata risposta allorch ha affermato che l'azione fu decisa da esponenti del partito comunista italiano di Correggio". (p. 32)
Dunque, l'assassinio di un sacerdote, ucciso perch non piegava la schiena ai padroni del tempo, veniva attribuito alla vendetta di un rivale in amore. Noi sappiamo che nel corso di una guerra civile si possono raggiungere i limiti estremi della abiezione, e non ce ne meravigliamo: ma i partiti e gli uomini che nemmeno oggi condannano quelle abiezioni appartengono a un'altra Italia, che non ci appartiene. E si comprende bene quanto fosse esatta l'affermazione di Gobetti: il nostro vero dramma consiste nel fatto che non possiamo essere un piccolo popolo e non sappiamo essere un grande popolo.



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