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*Guareschi nello stalag, una vita così bella da ispirare Benigni

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaUna storia che non rallegra • Nella Favola di Natale dell’autore di don Camillo ci sono un bimbo, un papà e un campo di concentramento
di Pietrangelo Buttafuoco

Tratto da Il Foglio del 17 febbraio 1998

Roma. Un bambino, un papà, un campo di concentramento. “Una favola senza malinconia, c’era una volta la prigionia”. Come nella Favola di Natale di Giovannino Guareschi, datata Stalag XB dicembre 1944. Proprio come nella Vita è bella di Vincenzo Cerami e Roberto Benigni, che però è roba fresca, anche se il risvolto di copertina de Il bambino di Buchenwald di Zacharias Zweig, datato gennaio 1961, così recita: “Il racconto della storia vera ambientata nel film La Vita è bella di Roberto Benigni”.

Ma se quest’ultima soletta di cui naturalmente si preannuncia un ulteriore film di “produzione tedesca” è, appunto, una delle solite solette che accompagna tra gli interstizi delle librerie un più fastoso successo, il paragone con Guareschi che raccontò dalla sua carne viva il proprio campo di concentramento, conferma un sospetto, e cioè che Benigni abbia trafficato con i sentimenti e il dolore attraverso una sofisticata operazione di mercato senza avere poi il conforto, quello delle tre vere muse, “Freddo, Fame e Nostalgia”, ispiratrici delle pagine di Favola di Natale, “una favola” - appunto - “che non rallegra”. Un bambino dunque, un papà, un campo di concentramento. Senza la mamma. Un bambino di nome Albertino, un papà in carne e ossa dal nome Giovannino, un campo di concentramento con i tedeschi decisamente crucchi e il filo spinato vero. “La mamma è rimasta a letto: ha paura del buio e ha tanto freddo”. Quindi un bambino di nome Giosuè, un papà di nome Guido con le fattezze di Benigni, e un campo di concentramento - un campo di sterminio - con i tedeschi decisamente nazisti. Anche qui, Dora, la madre de La vita è bella, è “in un altro settore”, separata dal marito e dal figlio. In tutte e due le storie i bambini sopravvivono all’orro re con la beatitudine di uno stordimento innocente. Quella del sogno per Guareschi, quella del gioco per Benigni. Benigni non ha cert a m e nte copiato Guareschi, però la sua Vita è bella è una copia patinata e furba della Favola di Natale. Una copia aggiornata alle necessità dei canovacci del “saperci fare”. Non c’è la Notte Santa a far da cornice nella storia di Guido e Giosuè, non ci sono i Re Magi, né la nonnina (“Tu hai un bambino nonna? E chi è?” chiede il piccolo Albertino: “Il tuo papà”). La Favola di Guareschi ha infatti un esplicito p rologo polemico: “I personaggi di questo racconto sono tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso riferimento alla realtà”. Guareschi off re pagine di assoluta semplicità. Bellissimo è il dialogo tra la poesia, fedele amica di Albertino, e un vecchio dalla memoria garibaldina: “Tanto era il freddo che la poesia aveva tutte le rime gelate. ‘Dove vai?’ chiese un vecchio. ‘Vado nel Lager, dal papà di Albertino’. Rispose il vecchio: “Ohimè, internano anche la Poesia adesso?”. A differenza di Guareschi che, non avendo bisogno di inventare più di tanto ci ha messo se stesso nella “favola che non rallegra”, Benigni ha raccontato la storia di Guido, ebreo toscano, toccando così le corde più estreme di un coinvolgimento sentimentale senza riserve. “Questa favola - scriveva nella prefazione Guareschi - è nata in un campo di concentramento del nord-ovest germanico, nel dicemb re 1944, e le Muse che l’ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia”. Il fondat o re del Candido, nel lager di Stalag XB, condivide il freddo, la fame e la nostalgia con un insolito gruppo di deportati. Con lui, ci sono il filosofo Enzo Paci, il normalista Alessandro Natta, il critico letterario Roberto Rebora, l’attor “giovane” Enrico Tedeschi, il grande disegnatore Giuseppe Novello ma, soprattutto, nella “cuccetta superiore del castello biposto”, c’era il maestro Art u ro Coppola. Quella cuccetta era “la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzone nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora”. La nostalgia è un’invenzione della prigionia: “Tutto ciò che appartiene al mondo precluso diventa favola. In prigionia anche i colori sono una favola, perché nel lager tutto è bigio e il cielo, se una volta è azz u rro, o se un rametto si copre di verde, sono cose di un altro mondo”. Anche la realtà presente diventa nostalgia. Rievocando le giornate più dure, Guareschi ricorda come “uomini maturi”, i suoi compagni di prigionia, non trovassero affatto strano che si raccontasse una favola sotto i riflettori del campo, “originalissimo poi” che nella favola ci fosse un deportato con il proprio bambino. La vera chiave del racconto è in un frammento, dove il papà con la casacca a righe saluta il suo piccino. Il bimbo gli dice: “Papà, perché non mi p rendi con te?”. Il papà con i baffetti (sono i baffoni di Guareschi) lo abbraccia: “Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai”.

Benigni che appunto ha avuto bisogno di costruire la sua storia non ha potuto far altro che sdrammaticare, spiegando: “Questa è una storia sdrammatica, un film sdrammatico. Perché la vita è bella anche nell’orro re, e anche nell’orro re c’è il germe della speranza”. E poi: “Il lager che non è un campo di concentramento preciso: che importa sapere se è in Italia, in Germania, o dove?”. Ancora: “Il campo, i costumi, gli oggetti, tutto nel film è reinventato. Gli orrori non sono descritti nei p a rticolari, ma evocati, suggeriti per sentirn e il dolore al di là del raccapriccio”. Del successo e della retorica dell’operazione Benigni s’è già detto. Non avendo visto il film, avendo però letto la sceneggiatura, le fucilazioni, gli spari, la voce di Hitler, i treni, si rivelano come gli ingredienti di un impasto destinato a palati già predisposti. Non molto dissimile a quello con cui Walt Disney crea gli aff re s c h i cinematografici, Guareschi ha consegnato al cantuccio delle cose preziose e dimenticate, un libricino di 70 pagine ricco di note musicali e di disegni. Ci sono i Re che arrivano da Oriente, c’è il Dio degli uomini e quello della Guerra, ci sono gli angeli bombardieri che mitragliano i sogni e le speranze, ci sono delle botoline nel buio del cielo da dove, di tanto in tanto, sbuca una stellina per fare luce. Sbuca anche quella pettegola della Luna. C’è una f o rmica rovinata dalla guerra che sfiata tutta la sua rabbia contro la cicala: “Chi ha in magazzino articoli di nostalgia, di questi tempi, fa quattrini”. Di questi tempi. Per la cicala, si sa, la vita è sempre bella.


Guareschi, l'originale

C’era una volta un prigioniero… No: c’era una volta un bambino… Meglio ancora: c’era una volta una Poesia…
Anzi: facciamo così: c ’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero.
“E la Poesia?” direte voi. “Cosa c’entra?”
La Poesia c’entra perché il bambino l’aveva imparata a memoria per recitarla al suo papà la sera di Natale.Ma, come abbiamo spiegato, il papà del bambino era prigioniero in un paese lontano lontano.
Un paese curioso, dove l’estate durava soltanto un giorno e, spesso, anche quel giorno pioveva o nevicava. Un paese straordinario dove tutto si tirava fuori dal carbone: lo zucchero, il burro, la benzina, la gomma. E perfino il miele, perché le api non suggevano corolle di fiori, ma succhiavano pezzi d’antracite.


Benigni, la copia

Guido tiene nascosto il piccolo Giosuè e gli fa credere che tutto quello che vedono fa parte di un gran gioco collettivo, che loro due sono i giocatori più bravi, che affrontano le prove più tremende per arrivare a prendere il primo premio, uno straordinario primo premio. Il padre fa una fatica immensa, deve costruire una cattedrale gotica per convincere il figlio che il campo dove si trovano è un posto da ridere mentre intorno ci sono camere a gas, forni crematori e cumuli di cadaveri e si fanno bottoni, saponi e ferm a c a rte con le persone. L’ orrore del lager è così grande da sembrare finto; del resto il paradosso, l’incredibile, sono nella realtà. La storia è esattamente quella che si vede: una famiglia spezzata che cerca disperatamente di sopravvivere in mezzo allo sterminio .



Giovannino Guareschi

Giovannino Guareschi, giornalista, scrittore, poeta e disegnatore, è nato a Roccabianca nel 1908. Ha scritto racconti umoristici di grande successo - soprattutto la serie di "Don Camillo" - e ha fondato con Giovanni Mosca il settimanale Candido. E' morto a Cervia nel 1968. E' stato l'autore italiano più diffuso e più tradotto nel mondo e anche l'unico autore di satira politica che, nel dopoguerra, ha conosciuto il carcere .




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