Versione adatta alla stampa
I militari italiani internati nei lager del III Reich
[1]
Giovannino Guareschi e la "resistenza senza armi"
di
Alessandro Ferioli [2]
Tratto da
Nuova Storia Contemporanea n.2 marzo-aprile 2006
Sono ben note le parole con le quali Giovannino Guareschi ebbe a definire, nella prefazione al
Diario Clandestino, l'epopea resistenziale sua e dei suoi compagni di prigionia nei lager del terzo Reich: "Non abbiamo vissuto come bruti: costruimmo noi, con niente, la Città Democratica"
[3]. Ciò si dovette anche al fatto che Guareschi, ufficiale d'artiglieria pesante campale catturato dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, internato militare italiano (Imi) n. 6865, fu attivissimo promotore culturale nei campi di prigionia di Czestochowa, Benjaminow, Sandbostel e Wietzendorf, ed ebbe parte preponderante nell'animare la cosiddetta "resistenza senz'armi" condotta da coloro che, per il rifiuto di collaborare coi nazifascisti, rimasero internati per quasi due anni senza alcuna tutela dalle convenzioni internazionali. Il
Diario clandestino è una raccolta di letture tenute dallo stesso Guareschi, in forma di "articoli parlati", nelle baracche dei vari lager che lo ospitarono, e contiene pagine di così alto valore letterario, morale e civile che, se anche Guareschi non avesse poi scritto in seguito null'altro, questo basterebbe da solo a convincerci dell'insufficienza della definizione di "umorista" che superficialmente viene attribuita all'autore parmigiano. Pure chi ha riconosciuto il valore letterario del
Diario, definendolo correttamente un "piccolo e misconosciuto capolavoro di scrittura, umanità, denuncia del dolore e rivendicazione dell'orgoglio umano", espressione della "forte volontà dell'uomo di non piegarsi alle sofferenze del corpo per puntare tutto sullo spirito"
[4], non ha forse ancora centrato a pieno la funzione avuta da Guareschi nella resistenza dietro ai reticolati. Basti a conferma di ciò il ricorso, caro a molti, a un termine di confronto che in effetti è ben più lontano di quanto non appaia a prima vista: Primo Levi. La distanza fra l'internato militare Guareschi e il deportato razziale Levi è difatti notevole: prigioniero per scelta Guareschi, detenuto involontario Levi; costretto il primo a confermarsi quotidianamente nella scelta di non aderire alla repubblica di Mussolini, condannato il secondo all'annientamento senza possibilità di revoca; inserito l'uno in un ambiente molto difficile - i lager per ufficiali - ma tutto sommato non "terribile" (al punto da far registrare a consuntivo una percentuale di mortalità vicina a quella dei campi di prigionia francesi, e di gran lunga inferiore a quella dei lager di Stalin), gettato invece l'altro nel peggiore dei gironi infernali, dal nome significativo di Auschwitz. Divergenze fondamentali, queste, che spiegano come nell'esperienza di Levi la cultura potesse rappresentare un appiglio individuale, e comunque sempre marginale, mentre nei campi di Guareschi potesse assurgere a evento collettivo (confortato peraltro da una religiosità praticata apertamente), e come nei lager di Levi non potesse trovare posto quell'umorismo che, nei campi di Guareschi, costituisce invece una delle svariate risorse di salvezza spirituale
[5].
Una più esatta comprensione del valore del
Diario e, al contempo, del ruolo resistenziale svolto da Guareschi è forse possibile se si ripensa al concetto di "città democratica" come al momento che segnò la disintegrazione dell'autorità di comando nella comunità militare dei deportati. Una volta internati - anche in virtù del fatto che i tedeschi non riconobbero mai figure di comando, ma soltanto la funzione
dell'Anziano o del
fiduciario - tutti gli ufficiali persero di fatto l'autorità connessa al grado; e ciò, con l'aggiunta delle condizioni di vita insopportabili (fame, freddo, malattie non curate ecc.) e della promiscuità tra appartenenti alle più diverse Armi e Corpi, talora restii a riconoscersi reciprocamente in un rapporto gerarchico, pose le basi di una caduta della disciplina. Consapevoli dello sbandamento spirituale degli italiani, i tedeschi spesso ponevano ciascuno singolarmente di fronte alla proposta di adesione alle forze armate tedesche o al nuovo esercito della Repubblica Sociale Italiana: era quindi istintivo, in quelle condizioni, che i più giovani (taluni appena ventenni) cercassero l'esempio dei più maturi, riconoscendo loro, a prescindere dal grado, la maggiore esperienza di vita o le più profonde cognizioni culturali e professionali. In un contesto siffatto, peraltro fortemente inquinato dalle azioni propagandistiche dei tedeschi, gli "irriducibili" tra gli internati, ovvero coloro che per vari motivi si erano votati fermamente alla causa antinazista, dovettero rendersi conto che il successo della collaborazione o della resistenza si sarebbe giocato sulla capacità d'esercitare sulla massa un'azione efficace di persuasione in un senso o nell'altro, e che una contro-propaganda sarebbe dovuta perciò procedere di necessità anche attraverso la pubblicistica, che appariva logicamente destinata a supplire alla mancanza di forti punti di riferimento, gerarchici e d'altra fonte
[6]. Nei lager in cui vi fu un
Anziano particolarmente determinato alla resistenza, e capacedi attirare a sé elementi fidati, risoluti e dotati di carisma, cultura e creatività personale, presero vita periodici precisamente finalizzati, oltre che allo svago, anche a combattere il decadimento morale, il rilassamento della disciplina, il cattivo umore, la mancanza di solidarietà, l'abbandono della dignità, perseguendo specificamente i seguenti scopi: cementare la coesione della comunità, già minata dai disagi del sovraffollamento, restaurando un livello minimo di disciplina militare e imponendo regole di comportamento e d'igiene; promuovere attività culturali e ricreative che implicassero un impegno intellettuale capace di sottrarre i compagni all'abbrutimento psicofisico in cui il sistema del lager intendeva gettarli; organizzare infine un'agguerrita contro-propaganda mirata a confermare i singoli nella decisione di non venire meno al giuramento al re, e a definire in modo chiaro e lucido una linea di condotta che riconoscesse nei tedeschi senza più alcuna esitazione i nemici, inducendo gli internati a rinnovare giorno dopo giorno la scelta volontaria di rimanere nel lager piuttosto che aderire alla Rsi
[7]. A Wietzendorf fu famoso il «Giornale Parlato 83», che settimanalmente proponeva interventi e "articoli" esposti in forma orale nelle baracche, e potè vantare la collaborazione del tenente colonnello Pietro Testa,
Anziano del campo, e di Guareschi; a Sandbostel il giornale parlato «Campana» godette sempre della vicinanza e delle attenzioni del tenente di vascello Giuseppe Brignole, fiduciario di quel campo, e divenne
l'organo messo consapevolmente, da noi tutti che vi cooperammo, ed in contatto col comando militare italiano del campo, a servizio d'una finalità politico-militare, onde non fosse spezzata la nostra solidarietà d'ufficiali italiani prigionieri. [...] Lo scopo nostro doveva essere l'ammonimento concreto affinchè i colleghi ufficiali adempissero, in quel momento e in quelle contingenze, l'unico obbligo che si poneva allora, sempre in concreto per noi: l'obbligo cioè di non aderire al lavoro nelle officine e aziende agrarie tedesche[8].
Tutto ciò aveva lo scopo di fare riacquistare ai prigionieri la consapevolezza del ruolo e della dignità di militari e di uomini, provocando una reazione spirituale al trattamento inflitto (depredazioni, spogliazioni, punizioni, maltrattamenti e assassini), e di sostenerli nella sopportazione della fame, del freddo, della precarietà della salute, della lontananza dalle famiglie e della mancanza di libertà attraverso cui i nazisti cercavano di ridurli a oggetti, spersonalizzandoli e privandoli dell'esercizio sereno della propria volontà, così da indurli più facilmente a piegarsi e a "collaborare" con loro
[9]. Di fronte alle incertezze la coscienza individuale doveva necessariamente confrontarsi con quella del "gruppo", e trovarvi conferma e sostegno: agli intellettuali toccò il compito di costruire un senso morale in una massa eterogenea dominata dall'amoralità, allo scopo di cementare una comunità pervasa degli stessi valori che occorrono sul campo di battaglia, additando coloro che aderivano alla Rsi come disertori. Per Guareschi questo compito fu non solodovere di fedeltà alla patria, ma anche un atto d'amore verso i compagni di prigionia; perciò mentre gli ufficiali più impegnati esortavano alla resistenza ricorrendo ai regolamenti e alla disciplina e minacciando punizioni dopo il rimpatrio, Guareschi con i suoi "pezzi" non si limitò a sollecitare il ragionamento, ma ricreò - come solo un artista poteva fare - quell'atmosfera magica pregna di risolutezza che si respira prima di uscire dalla trincea per andare all'assalto.
La retorica al servizio della resistenza
Il limite delle interpretazioni critiche del
Diario, a mio parere, è stato sinora quello di non considerare i pezzi giornalistici di Guareschi nei lager come una voce autorevole e persuasiva inserita in un'attività resistenziale più ampia, organizzata a livello di comando italiano del Campo. In questa ottica può essere riletto il famoso pezzo scritto in occasione della commemorazione dello Statuto, dal titolo
Le stellette che noi portiamo[10]. Dopo avere descritto le diverse parti dell'uniforme nel loro cadere pateticamente a pezzi, dalle fodere ai gradi, dai calzoni rattoppati ai bottoni cuciti con fili di ferro (con evidente allusione al più ampio degrado fisico e materiale del momento), Guareschi aggiunge: "Ma d'una sola cosa mi preoccupo: che le stellette siano sempre saldamente fissate alla mostrina del bavero", precisando poi di verificare egli stesso ogni mattina che queste siano avvitate ben strette. Così facendo egli, con abile costruzione figurata, focalizza un'immagine capace di restare impressa nel pubblico,
zoomando repentinamente - come si direbbe in cinematografia - su un attributo che tutti portavano sulla divisa: nulla di meglio in tal senso delle stellette comuni a tutte le forze armate, a tutti i Corpi e le Specialità, dal 1871 simbolo identitario forte di quanti, soggetti alla disciplina militare in ogni grado, servono in armi l'Italia
[11]. Poi, come secondo passaggio di questa sapiente costruzione, Guareschi - cantando, dobbiamo supporre - intona il verso
Le stellette che noi portiamo..., tratto dalla
Rivista dell'armamento, famosa canzone di trincea della prima Grande Guerra, legando in tal modo la condizione presente a quella dei combattenti del '15-'18 (alcuni dei quali peraltro erano internati a Sandbostel) e al sacrificio compiuto nella precedente guerra contro i germanici. Vale a dire che dalla tradizione egli fa provenire un ammaestramento che indica un percorso già avviato, irreversibile, già bagnato col sangue di altri soldati italiani, e che porta a individuare nei tedeschi i nemici naturali
[12]. Poi aggiunge un ulteriore tassello:
L'inventore di un nuovo ordine [...] ora ha tolto la stella anche ai soldati italiani, e per questo io non li sento più fratelli, ma stranieri e nemici.
Ed è evidente qui l'allusione alle forze armate della Rsi, il cui distintivo d'appartenenza, fissato sulle mostrine, era non più la stelletta ma un gladio contornato da fronde di quercia; la conseguenza implicitamente prospettata è che l'esercito neofascista, svincolato dal legame con il giuramento e la tradizione, si è dunque posto in una situazione di illegalità, o quantomeno di ambiguità, rappresentando il nulla. Poi canta di nuovo quel ritornello:
Le stellette che noi portiamo..., come a domandare retoricamente chi, tra gli internati e gli aderenti alla Rsi, meglio esprima la continuità coi combattenti della Grande Guerra. Infine - dopo aver pizzicato le corde dell'emozione - inserisce l'ultima considerazione, questa volta in forma esplicita:
"Le stellette che noi portiamo" non rappresentano soltanto "la disciplina di noi soldà", ma rappresentano le sofferenze e i dolori miei, di mio padre, dei miei figli e dei miei fratelli. Per questo le amo come parte di me stesso, e con esse voglio ritornare alla mia terra e al mio cielo.
In altre parole le stellette compendiano la storia recente del popolo italiano, e con essa anche il suo spirito millenario; da ciò consegue che gli "optanti" (cioè coloro che aderiscono alla Rsi) sono da considerare del tutto estranei alla comunità nazionale
[13]. Anche tralasciando qualche volo letterario oggi di dubbia efficacia, ma non inutile in quel contesto ("quando un soldato muore [...] le stelle della sua giubba si staccano e salgono in cielo"), l'intero articolo è costruito su un serrato impianto retorico mirato per un verso a responsabilizzare il singolo alla fedeltà nei confronti delle stellette, nonché alla disciplina militare di cui esse costituiscono il simbolo, e dall'altro a consolidare nel gruppo la convinzione che i tedeschi rappresentino un nemico storico, e che pertanto non sia stato innaturale il rivolgimento di fronte dopo l'8 settembre, come a taluni sarebbe invece potuto sembrare. Più che di vena antiretorica di Guareschi, si dovrebbe dunque forse parlare qui di una nuova e diversa retorica coincidente con la sostanza delle cose, che ghermisce i simboli della retorica tradizionale e, dopo averli demistificati riportandoli a una concezione materiale, terrena, li rivolta contro il regime nazifascista, mentre cerca di legare quel senso pre-politico o a-politico della patria così diffuso fra gli italiani (fatto di carattere, linguaggio, cultura, tradizioni), e che Leo Longanesi chiamava "conservatorismo anarchico", con il senso della patria inteso come culto delle istituzioni e delle leggi, più acconcio alle esigenze resistenziali del momento. Diffidente dello Stato, da cui s'attende soltanto gabelle e imposizioni assurde, alle quali contrappone il suo cinico individualismo, il piccolo borghese è però sensibile alla storia nazionale che avverte come un'amplificazione di quella famigliare: su quelle motivazioni insiste Guareschi nel finale del "pezzo" (come s'è visto), per chiudere con l'appello a un senso dello Stato che si fondi sui doveri militari e civili e sulla coerenza verso la propria storia
[14].
Se la prima delle direttrici lungo le quali si muoveva l'azione di Guareschi, come s'è visto, era volta a dare coesione al gruppo, recuperando il senso d'appartenenza alle regie forze armate, la seconda era indirizzata invece a individuare e a smascherare il nemico comune, ovvero i tedeschi e gli ufficiali della Rsi. Per quanto riguarda i primi, è da ricordare che il sentimento di ostilità nutrito verso l'ex-alleato dagli ufficiali internati doveva certamente dispiegarsi secondo diverse gradazioni, dal generico malcontento per il trattamento ricevuto sino all'odio ideologico: l'opera degli "irriducibili" consisté quindi nel definire tale sentimento, precisandolo in maniera irrevocabile nella sua tonalità più estrema. Perciò Guareschi, seguendo questa linea, non concede nessuna attenuante a coloro che, già nemici prima dell'Asse, sono ritornati nell'antico ruolo di nemico
assoluto, delineando una contrapposizione completa fra italiani e tedeschi, una diversità così profonda da coinvolgere perfino la lingua, la storia e la religione: le prime due attraverso i reiterati richiami a Dante e alla
Commedia, mutuate anche dalla cultura risorgimentale e dall'irredentismo della prima Grande Guerra
[15]; la terza con la sottolineatura delle difformità fra il Dio degli italiani, pieno d'amore per tutti gli uomini, e quello dei tedeschi, d'indole anticotestamentaria, più severo e terribile, "razzista" in quanto ideatore dei popoli eletti, "militarista e bellicista" in quanto fondatore degli eserciti e propugnatore delle guerre sante, la cui assenza di misericordia si esprime non a caso anche nella durezza fonetica del vocabolo che lo definisce, Gott (con ciò chiudendo il cerchio nuovamente sul tema dell'opposizione linguistica)
[16]. Nel lager insomma Guareschi - per aver sperimentato la "veridicità" della tradizione propagandistica che, ai tempi della Grande Guerra, aveva dipinto il tedesco come esponente di un'umanità brutale e spietata, inconciliabile con la pace e la libertà dei popoli - ebbe ovviamente buon gioco nel rielaborare quella che, in un ampio saggio sui rapporti tra italiani e tedeschi nella storia contemporanea, Enzo Collotti ha definito "l'immagine del tedesco come protagonista dall'altra parte della barricata", racchiusa nello stereotipo del guerriero, dell'oppressore, del carnefice e del barbaro
tout court[17]. Immagine che peraltro trovava piena conferma anche dall'esperienza diretta di quegli internati che dai combattimenti sui vari fronti - specialmente quello russo - avevano riportato un'impressione pessima riguardo i tedeschi "sia nelle piccole che nelle grandi vicende"
[18]. La conversazione tenuta a Sandbostel nel 1944 dal titolo
Vecchi e nuovi nemici[19] riprende il problema del rapporto con le forze armate della Rsi, in riferimento alla richiesta di adesioni propalata agli internati da parte delle commissioni pseudoassistenziali. Anche qui Guareschi muove da una circostanza concreta, ovvero dal turbamento che la visita di elementi italiani poteva provocare nel gruppo degli internati: se infatti il rifiuto di aderire alle richieste dei tedeschi era quasi istintivo, per la diffidenza e la repulsione provocata da tutto ciò che era riconducibile al nazismo, differenti potevano invece essere le reazioni di fronte alle sollecitazioni di un italiano, originario della stessa terra, che parlava la medesima lingua, con la calata dialettale facilmente riconoscibile e rivestito della stessa divisa grigioverde. Guareschi si attiva quindi, evidentemente, come elemento di punta della resistenza italiana per contrastare il pericolo derivante da una tale insidia. La scena narrata, conforme a quanto era realmente avvenuto nel campo, rappresenta un ufficiale catanese e un sottufficiale tedesco del tutto impreparati a fornire informazioni sugli aiuti richiesti per mutilati e malati gravi, ma preoccupati esclusivamente di raccogliere le adesioni. Guareschi descrive qui, con quell'umorismo amaro che gli appartiene, una situazione che era stata sotto gli occhi di tutti: false promesse, inefficacia dell'assistenza, ipocrisia ("Mi congratulo con voi di aver aderito alla giovane repubblica italiana", dice l'ufficiale all'optante). Poi crea con poche battute un'atmosfera di straniamento:
Era la prima volta che vedevo un soldato italiano col nuovissimo emblema repubblicano col gladio incoronato di quercia. E sentii spaventosamente straniera quella divisa che pure era identica alla mia.
In questa osservazione Guareschi ripercorre lo sgomento nel trovarsi improvvisamente di fronte a un italiano; rivive per tutti il senso d'assurdità, interpreta una sensazione comune d'estraneità (che cosa ci fa insomma un italiano accanto a un tedesco in un lager di italiani? Il suo posto non sarebbe forse tra gli internati?), e intanto focalizza di nuovo, con insistenza quasi ossessiva, il problema delle "stellette", così care agli italiani eppure sostituite, sull'uniforme di quell'italiano, da una coppia d'improponibili gladi. Guareschi - ora si è capito - sta dunque svelando ai suoi compagni l'inganno nascosto, mettendoli in guardia dal pericolo di quell'insidia ("sentii spaventosamente straniera quella divisa"); la sua retorica - pervasa di robusta morale cristiana - è quella della fanciullezza, di un'età preadulta in cui, in virtù di quel sano senso dell'orientamento che i sofismi dell'età adulta narcotizzano, è ancora facile individuare istintivamente dove stia il Bene e dove il Male. Non ancora soddisfatto, con altre poche battute ribadisce il concetto d'ostilità nei confronti dei repubblicani (in coerenza con von Clausewitz, secondo cui bisogna avere sempre in mente il nemico), e assieme smonta le ipotetiche obiezioni che qualcuno avrebbe potuto avanzare sul concetto di fraternità tra italiani:
E quel soldato, che pure apparteneva alla mia stessa terra, sentii straniero e nemico più ancora del tedesco che gli stava al fianco.
Perché "nemico più ancora del tedesco"? Perché quell'italiano, più ancora del tedesco, avrebbe potuto far breccia nel cuore e nelle menti degli internati meno forti spiritualmente, e di conseguenza avrebbe potuto rivelarsi, in quel contesto, un persuasore più pericoloso del tedesco stesso. La conferma che l'intero discorso sia funzionale a un progetto di contropropaganda non attribuibile al solo Guareschi (ma nel cui contesto lo scrittore mette a disposizione le proprie capacità) è riscontrabile nel fatto che il Guareschi, che qui dimostra un odio implacabile verso i tedeschi, e soprattutto verso l'ufficiale della Rsi, è il medesimo uomo che nel privato non portò mai rancore agli optanti
[20], e che neppure dopo la liberazione odiò mai nessuno, come dichiarò e dimostrò allorquando nel dopoguerra, dalle pagine di
Candido, pubblicò interventi volti a una sorta di "riconciliazione" coi combattenti della Rsi, e più e più volte - anche attraverso il reportage di un viaggio in Germania assieme al figlio Alberto
[21] - predicò la necessità di una sincera amicizia fra il nostro popolo e quello tedesco, precorrendo così il convincimento, più proprio forse dei nostri tempi, secondo cui l'Europa libera e unita nasce anche dall'incontro e dalla sofferenza comune degli antifascisti deportati nei lager del terzo Reich
[22].
In altri momenti è la
retorica degli affetti famigliari a farsi stimolo alla resistenza. Così, in un breve schizzo, Guareschi abbozza la morte di un ufficiale in infcrmeria:
All'infermeria è morto di fame il capitano P. Diciotto mesi fa, pochi giorni prima d'esser catturato dai tedeschi in Francia, aveva comperato tre tavolette di cioccolata da portare ai suoi bambini. Le tre tavolette lo seguirono nella strada della deportazione e della fame, ed egli sempre le custodì gelosamente fra i poveri stracci del suo sacco, e ogni tanto le cavava fuori e le guardava sorridendo, e pensava ai suoi bambini. È morto di fame, all'infermeria, stringendo fra le mani le tre tavolette di cioccolata intatte[23].
Recuperando la memoria letteraria del Pascoli di
X agosto, lo scrittore attualizza nel dramma del lager la tragedia del nido distrutto, la intensifica più che non fosse nel testo pascoliano - perché questo frammento carica su di sé anche il testo pascoliano - e indica un mondo da salvare a dispetto della guerra. Il filo che collega le diverse sofferenze è comunque sempre la dignità di uomini e di militari, che consente di resistere ad ogni avversità. Scriveva Guareschi nella didascalia di una foto di Vialli:
Qualcuno parla di "dignità": la dignità non consiste nell'evitare di raccogliere la buccia di patata o la brodaglia che si è versata per terra. La dignità consiste nel non cedere al tedesco. E allora è dignitoso anche mangiare l'erba e i topi[24].
L'umorismo al servizio della resistenza
La terza direttrice dell'azione giornalistica di Guareschi nel lager è riconducibile all'esigenza, ancora una volta espressa dall'intellettualità del Campo, di orientare i compagni di prigionia ai comportamenti più corretti, censurando quelli cattivi e mettendo il singolo di fronte alle proprie responsabilità di ufficiale, di uomo e di cristiano. Ciò non si poteva ottenere attraverso un'imposizione gerarchica, ma soltanto mediante un appello diretto alla coscienza. È assai celebre, soprattutto perché tenacemente ricordata dai reduci, la "vignetta parlata" dal titolo
Macchie indelebili[25], nella quale col pretesto dell'umorismo Guareschi affrontò molto seriamente il problema della "collaborazione". Se difatti per una larga parte degli internati appariva inammissibile qualsivoglia compromissione militare con i nazifascisti, la proposta di collaborare attraverso i lavori nei campi (fra i quali rientrava la raccolta delle ciliegie) poteva invece apparire meno carica di conseguenze, per il fatto di non comportare l'arruolamento nelle forze armate repubblicane né adesioni d'altro genere. Proprio perché più blanda, meno problematica e più atta a tacitare i richiami della coscienza, tale offerta apparve subito ai contro-propagandisti come la più insidiosa di tutte; perciò i responsabili del Comando italiano minacciarono punizioni disciplinari da irrogare al ritorno in patria, e premettero affinché gli Imi precettati per il lavoro (secondo un altro espediente escogitato dai tedeschi per attenuarne il senso di responsabilità) opponessero un rifiuto netto. La macchia di ciliegia che non si ostina a venir via dall'uniforme diviene così, fuor di metafora, una macchia sulla coscienza e sull'onore militare che l'ex-internato, piegatosi ai tedeschi, dovrà portarsi dietro per tutta la vita. Mai come nei pezzi umoristici rivolti ai "liberi lavoratori" il ricorso al tribunale della coscienza ricorre in maniera più forte: onnisciente e infallibile come il Cristo in croce della chiesa di don Camillo, la coscienza è il più implacabile giudice a cui tutti debbono rendere conto singolarmente, motivando le ragioni di una resistenza non coerente sino in fondo. Per valutare la forza espressiva dell'umorismo guareschiano, e l'impatto che ebbe sull'uditorio d'allora, è sufficiente riassumere
Macchie indelebili attingendo una volta tanto non dal testo di Guareschi ma dai ricordi, anch'essi indelebili, di un ex-Imi:
L'arte è [...] immediata e tutti ne colgono il messaggio che si imprime nella mente, conforta, spinge alle decisioni. Ricordo un'altra vignetta di Guareschi e questa addirittura nemmeno disegnata, proprio così; fu descritta in uno dei giornali parlati di Sandbostel, nell'angolo di una baracca e, intorno, tutti noi seduti per terra che ascoltavamo e per un momento dimenticavamo la fame e gli affanni del lager. In quei giorni si era presentata una delle tante commissioni ad ingaggiare lavoratori; ma questa volta le condizioni potevano sembrare meravigliose: si trattava di andare a raccogliere ciliege nella valle dell'Elba; l'abbuffamento era legittimato e solo il di più doveva essere consegnato: nessuna adesione da firmare, di nessun genere. Il campo era in subbuglio e le discussioni infinite ed il crollo di molti prevedibile. La vignetta parlata di Guareschi descriveva una scena domestica dopo il ritorno: una moglie riassettava la divisa del marito reduce dal lager, ma una macchia proprio dalla parte del cuore, dove si portano i nastrini, non veniva via. Domandava al marito: "Come te la sei fatta?" E l'ex internato, a capo chino, rispondeva: "È una macchia di ciliegia". Era una vignetta parlata, ma tutti la vedemmo. Cessarono le discussioni e le appetitose ciliege restarono sugli alberi nella valle dell'Elba, in pasto agli uccelli dell'aria, che non hanno nazionalità[26].
Sulla questione del lavoro si combatté una delle battaglie morali più importanti per gli Imi, nella quale i tedeschi giocarono le loro carte più convincenti: lettere di familiari dall'Italia che invitavano i loro cari a lasciare il lager e a tornare in Patria da liberi lavoratori, incremento delle punizioni e delle minacce nei confronti degli "irriducibili", ostentazione delle buone condizioni fisiche degli ufficiali collaborazionisti che descrivevano accuratamente i pranzi e gli svaghi della vita fuori dal campo. Perciò l'attività resistenziale degli intellettuali nei lager dovette insistere particolarmente sul tema del lavoro, contrastando sino all'ultimo la propaganda nazifascista. La scrittura di Guareschi è sempre funzionale alle battaglie in corso, ai problemi concreti del momento; quasi mai egli s'impegna in riflessioni retrospettive che non servano a una polemica in atto, né si sofferma su problemi storici a meno che questi non forniscano un contributo di riflessione: da cronista consumato, egli vive di cronaca e attraverso l'attualità cerca di scorgere il futuro. Perciò i pezzi rivolti contro gli italiani collaboratori hanno una "serietà" d'ispirazione che in quelli scritti contro i tedeschi è forse meno presente: il tedesco, padrone nel lager della vita e della morte dei suoi prigionieri, è preso a bersaglio come lo può essere, nell'ordinario esercizio della satira, l'arroganza del potente di turno, talché si trova sempre coinvolto in situazioni paradossali come saranno quelle delle vignette della serie "Obbedienza cieca, pronta, risoluta" dove l'idiozia individuale si stempera in quella collettiva del verbo unico
[27]; l'italiano nel lager è invece un uomo in crisi, non foss'altro che per la condizione di debolezza, e necessita d'essere tratto fuori dall'informità morale della massa, e poi d'essere sostenuto nella scelta compiuta e distolto dal commettere errori: l'umorismo sembra l'unico mezzo per esercitare una critica spietata anche su se stessi (giacché "umorismo vuol dire non soltanto critica, ma soprattutto autocritica"
[28]) senza caricarsi di atteggiamenti eccessivamente penitenziali. L'umorismo - non del solo Guareschi - ebbe proprio tale funzione, e la sua intenzionalità precisamente resistenziale si ricava anche dalla prefazione al volume di Alessandro Berretti, un disegnatore-pittore estroverso che più di tutti seppe cogliere il grottesco del lager:
I disegni di Berretti giravano, e proprio sulle tavole comiche la massa rideva di più: e chi in prigionia è riuscito a strappare un sorriso è un benefattore. Quando si riesce a ri dere della propria miseria si resiste più facilmente alla fame e alla nostalgia e laggiù resi stere era importantissimo perché si trattava di volontari della fame, gente che non voleva cedere e non ha ceduto agli allettamenti e alle pressioni del nemico[29].
Al tempo stesso però Guareschi non dimenticava l'esigenza d'una distinzione non soltanto morale ma anche, in prospettiva, formale e giuridica tra coloro che avevano resistito sino alla fine e coloro che avevano lavorato volontariamente. Nel pezzo intitolato
Lavoratori, letto in baracca nel 1944, concludeva:
Questa gente e tutti quelli che sono andati volontariamente a cogliere ciliegie, a travasar birra o a smartellare nelle fabbriche del Grande Reich ritorneranno assieme agli altri rimasti nei Lager e la buona gente italiana forse dirà a tutti "poveretti!" Poveretti i ciliegiai, poveretti quelli che han stretto la cinghia e i denti e han tenuto duro, poveretti coloro che, per non cedere neppure d'un passo, han preferito morire e sono rimasti nei solitari cimiteri polacchi. Poveretti tutti? E l'equivoco continuerà?[30]
Il richiamo ai doveri della coscienza, al di là di quelli imposti dalla disciplina militare, investe direttamente anche il problema dei "pacchi". È noto che quei pochi pacchi giunti da casa consentivano, a chi li riceveva, di fruire di un'integra zione alimentare assolutamente necessaria per sopravvivere alla magra razione tedesca. Tuttavia c'erano nel campo molti casi pietosi di ricoverati che necessita vano di razioni supplementari non fornite, e di internati del Sud che, stante l'oc cupazione degli anglo-americani, non avevano la possibilità di comunicare con le famiglie: tutti costoro pertanto dovevano contare sulla generosità dei compagni.
La scenetta dal titolo
Pacchista ma generoso[31], sin troppo trascurata dalla critica, vede Guareschi nel ruolo di fustigatore dei costumi dei compagni di prigionia di fronte a uno dei più dolorosi problemi di coscienza: la solidarietà umana. Il "pacchista" (ovvero l'abitudinario del pacco) che dopo aver ricevuto mille auguri di buona salute ne offre 500 per i deperiti, per la sua insensibilità alle altrui sofferenze viene caricato d'una connotazione negativa, e come tale additato alla riprovazione dei compagni: secondo Guareschi l'umana solidarietà, ispirata a valori evangelici autentici, non ammette scusanti o discolpe, e pertanto il fatto di soffrire tutti una situazione di grave disagio non esenta il singolo dal farsi carico, anche aldilà delle apparenti difficoltà personali, dei compagni che "stanno peggio". Il tema fu ripreso più volte, come attesta un disegno a colori del 5 giugno 1944, in cui Guareschi rappresenta la Fortuna con la seguente didascalia: "La Fortuna (presi accordi con il comitato d'assistenza) da oggi favorirà particolarmente chi offre per i malati"
[32]. Anche questa fu una presa di posizione, per quanto sul versante umoristico, perfettamente in linea con l'azione politica dei comandanti italiani, dei medici e dei cappellani, che sovente si impegnarono in prima persona, con la parola e l'esempio, a persuadere gli internati a sottoporsi volontariamente a distribuzioni del contenuto dei pacchi a vantaggio dei meno fortunati. Lo sforzo di riannodare quello che Guareschi definiva un "invisibile filo" che lega l'uomo agli altri uomini significava far uscire gli uomini dallo stato d'inerte inutilità e di distacco dal mondo in cui si trovavano, facendoli sentire, attraverso la solidarietà, come "parte necessaria di un solido complesso" (e il lager in questo senso è metafora della vita)
[33].
Vale la pena di ricordare come in più occasioni, nel corso della sua produzione giornalistica dal dopoguerra, e specialmente nel 1954, durante il famoso processo intentatogli da Alcide de Gasperi, Guareschi abbia chiarito il suo rapporto con la propria coscienza, intesa come punto di riferimento per l'assunzione di qualunque decisione, e più precisamente definita come "un Pubblico Ministero implacabile, che non me ne perdona una" di fronte al tribunale dei lettori, e come un dono di Dio al quale non si può rinunciare e del quale bisogna rispondere
[34]. Il ruolo della coscienza individuale nell'assunzione delle responsabilità del singolo è uno dei temi guareschiani che meritano maggiore attenzione, e va valutato anche nell'ambito di uno studio complessivo dell'intera sua produzione
[35]. La coscienza è per Guareschi lo strumento di conoscenza di un dovere kantiano che, una volta individuato attraverso la ragione e precisato mediante il ricorso all'eticacristiana, non può più essere trascurato né tralasciato. Come scrisse dal carcere delle Roncole il 15 settembre 1955,
Io faccio politica come si fa il servizio militare: per dovere [...] E obbedisco esclusivamente agli ordini della mia coscienza di padre di famiglia, di italiano e di cattolico[36].
In tal senso l'azione resistenziale di Guareschi fu sempre tesa a combattere direttamente, e sullo stesso piano, l'azione contraria dei tedeschi, i quali dopo i diversi rifiuti opposti alla collaborazione dalla maggioranza degli internati, nella consapevolezza che la follia hitleriana fosse oramai fuori dal consorzio civile e come tale destinata alla sconfitta, presero ad agire - proprio come Lady Macbeth nei confronti del marito - per narcotizzare la coscienza degli ufficiali rimasti, ovvero per convincerli che una certa collaborazione si sarebbe potuta prestare se questa fosse rimasta entro certi limiti di accettabilità (magari una collaborazione imposta con le minacce) e, soprattutto, fosse rimasta impunita. Un ripiego della coscienza, insomma. Guareschi invece insegna che un giudizio sulla vita avvenire è una proiezione della coscienza, e che per nulla al mondo dobbiamo accettare che questa venga messa a tacere attraverso espedienti poco decorosi
[37]. In tal senso Guareschi seppe fondere mirabilmente nei suoi pezzi tre dimensioni in apparenza non facilmente conciliabili: quella
personale, quella
collettiva e quella
universale. Le vicende personali di Guareschi, narrate con struggente malinconia, diventano vicende collettive che appartengono a tutti i suoi compagni di prigionia, poi assumono i caratteri dell'universalità come inno alla dignità umana, alla libertà e alla fede in qualcosa di nobile.
La stagione di Radio B90
Anche dopo la liberazione i "giornalisti", con l'ausilio delle radio, aiutarono gli ex-internati a trascorrere il tempo nell'attesa del rimpatrio (che avvenne ben sei mesi più tardi) fornendo notizie e spunti di riflessione, che poi venivano discussi sotto il profilo politico, economico, sociale da coloro che sarebbero stati parte integrante della nuova classe dirigente del paese. In tale contesto ebbero una funzione particolarmente importante, nel campo di Wietzendorf, le trasmissioni di Radio B90
[38].
Un apparecchio radio di grandi dimensioni era stato portato da Belsen, su una carrozzina per bambini, da alcuni ex-Imi ormai liberi di vagare nei dintorni del lager: il Comandante italiano mise a disposizione una baracca del precampo (la baracca numero 90, appunto), e un locale adiacente che, una volta collegato con la centralina elettrica, fu adibito a cabina di trasmissione; furono poi approntati un apparato ricevente e uno di trasmissione collegato a microfoni, e furono sistemati altoparlanti rivolti verso l'ampio spiazzo antistante, nel quale ci si riuniva per l'ascolto: lì furono diffuse le trasmissioni, eccetto alcune edizioni tenute nel Campo di Münster e in quello dei soldati
[39]. La programmazione della radio - in cui ebbe parte preponderante Giovannino Guareschi - prevedeva uno spazio umoristico, servizi giornalistici che riferivano dell'ascolto di emittenti italiane e internazionali, riflessioni sulla situazione politica in Italia e rubriche d'intrattenimento musicale e di dialogo con i militari del campo. La dichiarazione d'intenti annunciava l'inizio delle attività di una radio quasi "corsara", in balia del capriccio dei redattori, slegata dal Comando italiano del Campo:
Radio "B90" non promette ai suoi ascoltatori concerti formidabili, o famose orchestre, né tanto meno, dotte dissertazioni su argomenti di alta finanza o di politica internazionale [...]. Radio "B90" non promette niente a nessuno perché,in omaggio alla famosa libertà di cui si parla tanto in Italia, intende fare soltanto ciò che le pare e piace. Va inoltre notato che Radio B90 [...] è una radio quasi clandestina, una radio alla macchia. Radio "B90" è la semplice espressione dell'umore dei 21 componenti della Baracca 90. Parleremo di tutto, chiacchiereremo su tutto. Pettegoleremo su tutto "un po' per gioco e un po' per non morire di noia". Ci interesseremo dei problemi meno importanti che si agitano nel recinto del lager. E questo è già una garanzia di serietà. Radio B90 intende anche interessarsi di tutto quanto interessa voi personalmente[40].
Il successo fu indiscutibile, come attestano peraltro anche le critiche alla trasmissione, e fu un successo in larga parte personale di Guareschi
[41]. Il piatto più gustoso della programmazione era costituito dalla satira, alla quale prese parte anche l'attore Gianrico Tedeschi (il più versatile del gruppo, assieme a Guareschi) con la rubrica
Voci perdute (ovvero lettura di stralci da periodici fascisti distribuiti durante la prigionia, ove l'effetto ironico era ottenuto dallo stridente contrasto fra la sicumera spavalda e minacciosa delle notizie, soprattutto nei tonisprezzanti verso gli Imi, e la disfatta nazifascista
[42]), con le rubriche
Chi e? (profili degli uomini politici italiani alla ribalta),
Rassegna stampa italiana e
Come nascono le notizie o
Hai sentito? Dicono che... (in cui indagava l'origine delle voci nate nel campo), nonché con le imitazioni di Mussolini e di Hitler ("ex Fùhrer, ex Hitler") impegnati in "storici discorsi". Che si trattasse di una parodia non disimpegnata, ma anzi spesso pervasa di robusti intenti morali, lo dimostra la presa di posizione della redazione, con uno scritto di Guareschi, in risposta alla protesta di un anonimo che non aveva gradito l'imitazione di Mussolini:
A seguito della nostra trasmissione di ieri sera un anonimo ci ha inviato una nobile lettera di protesta. L'anonimo è rimasto crudelmente offeso dal fatto che nella trasmissione in parola - abbia trovato posto una parodia dell'ex Duce, nonché ex Mussolini. "Non è di buon gusto, - conclude l'anonimo - scherzare così su un morto". Sì, caro signore: non è di buon gusto fare la parodia ai morti. Ma non è neppure di buon gusto turlupinare per oltre 20 anni un popolo e passare poi al soldo del nemico. È questa una di quelle mancanze di buon gusto che non basta pagare da vivi, ma bisogna pagare anche da morti. L'ex Mussolini non è il cadavere di un galantuomo qualunque. È il cadavere di un passato che non bisogna troppo facilmente dimenticare. E la nostra parodia trova la sua ragione d'essere. Perché più che la satira a un morto è la satira a un vivo. È la satira rivolta alla massa di coloro i quali - per oltre 20 anni - più o meno convinti, più o meno per amore o per forza - hanno unito la loro voce (anche se tacevano) alla voce della folla delirante d'entusiasmo. Sarebbe troppo di buon gusto, signor uomo di buon gusto, dimenticare tutto e non pensare più al passato. Tanto più perché gratta l'uomo di buon gusto e troverai l'ex gerarchetto[43].
Fu proprio per le trasmissioni che Guareschi compose le favole e gli altri testi (
radiofantasie e
radiobizzarrie) che sono poi stati raccolti dai figli in
Ritorno alla base. Tale produzione non era affatto casuale, bensì rispondente a una precisa esigenza etica degli ex-Imi: come scrisse Paride Piasenti, "adesso occorreva una quotidiana, bonaria iniezione di civismo, di ottimismo, di solidarietà nazionale"; bisognava insomma non disperdere "i valori faticosamente riscoperti o costruiti in 18 mesi, credere nell'Italia, nell'umanità, nel domani"
[44]. L'azione di Guareschi questa volta si articolò sostanzialmente in tre direzioni: la rievocazione delle vicende di prigionia che, muovendosi in un passato ben noto agli ascoltatori, aveva ovviamente la funzione di ricostruire, in quel periodo post-liberazione un po' confuso, un'identità comunitaria per i volontari del reticolato, allo scopo d'individuare un comune denominatore; la prefigurazione della vita a venire, che - cercando di spaziare in un futuro incerto - tendeva invece a farsi interprete delle preoccupazioni dei molti sul prossimo ruolo politico-sociale di chi tanto aveva dato per liberare il paese dal nazifascismo; infine i problemi contingenti, ovvero le questioni minute del Campo e, prima fra tutte, quella del rimpatrio.
Il ricordo delle sofferenze patite avviene attraverso la forma comunicativa che più si presta a suscitare emozioni: la canzone. Guareschi era consapevole della funzione del canto in ambito militare, della forza trascinatrice di testi e musiche in cui i combattenti possono riconoscersi in un'identità comune; e se nel pezzo
Le stellette che noi portiamo aveva inserito il ritornello di una canzone della Grande Guerra - l'unica canzone di trincea della quale i repubblicani, per quanto propensi agli inni, non si sarebbero mai potuti appropriare -, con le canzoni scritte durante la prigionia assieme a Coppola aveva dato vita a una nuova produzione musicale, acconcia a divulgare le idee-base e a rafforzare la solidarietà, la coesione e la fierezza nel gruppo dei resistenti. Una produzione, quella del lager, che può stare alla pari, per qualità se non per quantità, con quella partigiana
[45]. La rubrica
Canzoni del lager di Radio B90 ospitava nelle interpretazioni del cantante Pierino (Valerio dei Cas) diverse canzoni in voga al tempo, ma anche testi scritti e musicati nella prigionia dalla coppia Mario Vezzosi e Camillo Mariani (
Un bel dì vedremo un fil di fumo,
C'era una volta tre porcellin,
Milàn Milàn), da Rino Mazzucchelli (
Lontano dal mio cuore, Ritorno), da Cesarini (
Angioletti) e dalla coppia Guareschi-Coppola (
Dai dai Peppino - nata nell'estate 1944 su ispirazione dell'avanzata russa, e aggiornata nei primi mesi del 1945 - ,
Magri ma sani - che trae il titolo dal motto adottato nella baracca 18 di Benjaminow per resistere agli inviti al lavoro
[46] - e
Carlona[47]), o del solo Coppola (
Cesarina - che narra di un prigioniero tradito nei sentimenti
[48] - e
Treviso - in dialetto Veneto, dedicata a tutte le città italiane devastate dai bombardamenti
[49]).
Lo spazio del ricordo era praticamente monopolizzato da Guareschi con le sue "favole". L'
incipit delle favole era il tradizionale "C'era una volta...", a significare un periodo dell'esistenza ormai chiuso, ma - a differenza delle fiabe - non appartenente a un'altra dimensione, e neppure liquidato; un passato che non poteva passare, insomma, e che non doveva essere dimenticato. In quel "passato" difatti c'erano i motivi che spiegavano la resistenza al Reich, c'erano i morti, c'erano gli episodi di vita quotidiana nel lager: e tutto ciò non poteva essere banalizzato in esperienza cumulativa e guardato da lontano, ma doveva essere ripensato tappa per tappa, sofferenza per sofferenza
[50]. Lo stesso linguaggio usato qui da Guareschi è il
linguaggio del lager, intessuto d'una trama fittissima d'allusioni e voci gergali, al punto da risultare di non sempre facile esegesi, essendo intenzionalmente rivolto ai compagni di prigionia
[51]; ed è un linguaggio ancora vivo tra gli ex-Imi, perché le parole di Guareschi erano le parole di tutti gl'internati temprate dagli stessi pensieri e dalla medesima sofferenza, ed attuale soprattutto in quelle indimenticabili immagini guareschiane, perché gli occhi di Guareschi erano gli occhi di tutti
[52]. Sicché chi scrive non si pente d'aver definito gli scritti guareschiani di quegli anni come il
codice etico degli Imi
[53].
Alcune favole lette pubblicamente esemplificano a sufficienza quanto osservato. La favola
Commercio nero descrive, talvolta anche con deformazione grottesca, le pratiche di mercato nero che si svolgevano all'interno dei vari campi; se anche momenti drammatici come i commerci clandestini possono diventare materia di umorismo - come nella raffigurazione della sentinella che, dopo averti "sparato una schioppettata perché guardavi con troppa insistenza il filo della zona proibita", smonta dal servizio ed entra nelle baracche a cambiare uova con orologi e anelli d'oro -, questo si fa vieppiù amaro quando mette in luce un'avidità che impedisce persino la solidarietà fra connazionali:
E così si apprendeva per esempio che
- Tizio - allo scopo di favorire i compagni di prigionia - era disposto a privarsi di un intero grammo di tabacco per una sola sterlina.
- Caio si adattava a cedere un intero pacchetto nuovissimo di "caporal" per mezza dozzina di biglietti da mille usati.
E così via, il tutto in onore della solidarietà nazionale[54].
Un'altra favola è intitolata
Il campo 83. Ripercorre le vicende degli italiani dal loro arrivo a Wietzendorf dopo che i prigionieri russi vi erano morti a migliaia di tifo petecchiale, narrando delle attività culturali, della resistenza al "lavoro volontario-obbligatorio", delle incomprensioni con i francesi che, invece di considerare gli italiani fratelli nella sventura, persistevano nel rinfacciare la "pugnalata alle spalle", salvo approfittarsi di loro nei commerci neri, dell'arrivo degli inglesi "liberatori" e il sovraffollamento del Campo, delle scorrerie nelle campagne dintorno a uccidere galline e tacchini tedeschi, e finalmente del rimpatrio, che per gli italiani avviene "a scaglioni di 6 al mese", dopo che sono stati rimpatriati anche gli animali e gli oggetti di altra nazionalità. In conclusione però, alla vista dell'Italia nelle mani degli stranieri e pressata da rivendicazioni territoriali da ogni parte, ripensando a Wietzendorf un giorno verrà da dire "Bei tempi quelli!... O dolce libertà perduta"
[55].
Alla memoria contribuiva Michele Gandin, con l'intervento
Non dimentichiamo, e con il ricordo di atti di generosità, di grettezza, di nobiltà e di miseria umana ricostruiti attraverso conversazioni tra internati. Anche la memoria dei morti fa parte dei doveri di una comunità sana, consapevole del valore della resistenza opposta ai tedeschi e determinata a coltivarne i valori profondi: perciò furono pubblicamente commemorati da Guareschi il tenente Vincenzo Romeo, ucciso a Sandbostel
[56], e il capitano Salvatore Musella, morto di stenti a Benjaminow, che "avrebbe potuto facilmente ottenere il rimpatrio optando, ma egli preferì lasciarsi spegnere"
[57], mentre Ravaglioli onorò i morti di Dora
[58].
L'altra direttrice su cui si muoveva l'azione di Radio B90 era, come abbiamo detto, orientata al futuro. Armando Ravaglioli conduceva la rubrica
Posto d'ascolto, attraverso cui commentava la situazione nazionale e internazionale cercando di coglierne spunti per il futuro. C'è in particolare un pezzo di Ravaglioli, intitolato
Questo dopoguerra, che mi sembra sintomatico d'uno stato d'animo diffuso tra gli ex-Imi più volenterosi: l'autore parte dal presupposto che il dopoguerra presente sia molto diverso dal precedente sotto il profilo morale; mentre nel 1919 la "stanchezza della guerra" aveva portato "dispersioni ideali e morali", concretizzatesi nel predominio dell'interesse di parte, il dopoguerra presente sembra invece orientarsi verso "una sorta di concentrazione spirituale" che porta alla fusione delle forze per il bene del paese:
In particolare possiamo sottolineare l'aspetto di incontrastato riconoscimento ai reduci che questo dopoguerra sembra assumere, aspetto che nasce da una verità fattasi strada: la giustizia per il popolo presuppone la giustizia verso la Nazione - cioè l'adempimento di tutto il dovere, anche militare. Un tempo di compostezza che non sia l'indifferenza degli anni fascisti, ma una consapevole disamina dei nostri problemi che affolli la gioventù dove si studia e dove si discute, è l'ambiente più idoneo alla rinascita della Nazione. L'idea di avere delle grandi cose da fare - come generazione e come individui - potrà salvarci dagli spettacoli di disfacimento morale e dalle conseguenze di trasmodanti reazioni che furono l'appendice dell'altra guerra. Se questa maturità preventiva si dimostrerà in effetti ottenuta, non sarà stato inutile quel che la storia ci ha fatto provare di soffocazione interna e di delusione all'esterno. Potremo persino sentirci soddisfatti di averlo pagato personalmente con un po' di sofferenza.
Anche in altri interventi, forse meno riusciti sul piano della coerenza logica, lo stesso Ravaglioli ribadiva l'esigenza di rimboccarsi le maniche in vista della ricostruzione: in
Cordone Nord-Sud propugnava idee per una modernizzazione del meridione che consentisse la crescita omogenea della nazione, mentre un altro pezzo, letto il 18 giugno, era intitolato
Verso l'Italia ; altri interventi concernevano
Il discorso di Parri e
Lo Statuto, patto del Popolo[59]. Conformemente a quanto avveniva anche in altri Campi di raccolta meno conosciuti
[60], anche a Wietzendorf dunque si discuteva sul futuro ruolo dell'ex-Imi nel contesto della
nuova Italia, e sui doveri di questo nel porre al servizio della collettività il valore morale e civile della sua esperienza. Un'altra testimonianza dello sforzo di guardare al futuro viene dall'intervento di Guido Jellinek,
È l'Italia un paese povero?[61]. Del resto lo stesso colonnello Testa, nel suo discorso di Natale, aveva esortato a non pensare ai mesi di sofferenza ancora da superare, ma a guardare piuttosto all'Italia "di domani" che tanto attendeva dai reduci
[62]. Dietro questa preoccupazione del futuro si nascondeva evidentemente il timore della difficoltà del reinserimento
[63]. Secondo Guareschi, la dignità derivante dall'aver resistito con le loro sole forze avrebbe garantito ancora una volta agli ex-Imi la capacità morale di affrontare le difficoltà successive al rimpatrio:
dobbiamo essere grati alla Croce Rossa Internazionale perché, grazie al suo completo disinteressamento per noi, ci permette oggi di rientrare in sede con l'orgoglio di aver resistito soltanto con le nostre forze. O, per essere più precisi - con la nostra debolezza. E soprattutto perché - attraverso il netto rifiuto di aiutarci espresso dagli ufficiali francesi allorquando essi (già abbondantemente vettovagliati) ricevettero gli 8 autocarri di pacchi dalla C.R. Int - abbiamo avuto modo di conoscere anche la tanto decantata generosità francese[64].
Il
presente era invece rappresentato dal problema principe, quello delle operazioni di "ritorno", sulle quali gli inglesi non davano risposte adeguate, proseguendo in ciò - secondo l'opinione di molti - i metodi dei tedeschi. L'attesa del rimpatrio fu forse il periodo più coinvolgente sotto l'aspetto emotivo, perché si svolse in una condizione di "libertà vigilata", di sospensione tra il passato e un futuro ancora da costruire, con l'incognita del viaggio di ritorno (percepito come l'ultima grande prova da superare assieme al distacco dai compagni di prigionia più cari) e l'incontro con i propri famigliari (alcuni dei quali, come i figli nati dopo l'8 settembre, ancora sconosciuti) e con la comunità dalla quale si era stati sradicati per assolvere gli obblighi militari. La posta inviata alla redazione rifletteva tutti questi stati d'animo:
Giacomino B. ci scrive domandandoci con estrema naturalezza: "Quando ritorneremo a casa?" Se, disgraziatamente, ci fossero ancora i tedeschi la risposta sarebbe facilissima: Morgen. Ma ora le cose sono cambiate e la risposta può essere più precisa e consolante. "Quando ritorneremo a casa?" "Tomorrow"[65].
Una lettera giunta in redazione testimonia ulteriormente dello stato d'animo degli ex-Imi; la risposta si serve dell'umorismo e del buon senso per sottolineare la condizione di totale dipendenza dagli inglesi e al tempo stesso per distogliere dal Comandante italiano le ingiuste critiche:
I signori inglesi, quando fu chiesto il nostro più sollecito rimpatrio, risposero: "Vi abbiamo dato il più bel dono che l'uomo può desiderare: la Libertà. Vi diamo da mangiare; cosa volete di più?" Mi pare che i nostri nuovi protettori esagerino un poco con queste affermazioni. Chiamate voi libertàquesta di cui godiamo? Perché non si è preteso da chi di dovere di essere restituiti alla dignità di ufficiali? Sono in errore?
Risposta
Hai ragione: visti inutili i suoi ripetuti tentativi di ottenere per noi un trattamento adeguato, il colonnello Testa doveva immediatamente dichiarare guerra all'Inghilterra, puntare decisamente su Londra alla testa delle sue truppe e costringere così l'Impero Britannico alla resa senza condizioni. Adesso è troppo tardi perché, essendoci stata vietata la libera uscita non possiamo più iniziare la nostra vittoriosa marcia[66].
Le tematiche del rapporto con gli inglesi, della fatica del reinserimento nella società e nella famiglia e la difficoltà di far valere i meriti di una resistenza rimasta estranea ai partiti del Cln furono al centro delle brillanti
Un Imi ritorna, radiofantasia in 3 tempi trasmessa il 18 e il 27 giugno a Wietzendorf e il 26 giugno a Münster, e
Cinque anni dopo, radiobizzarria in un atto rappresentata il 2 luglio a Münster e l'8 luglio a Wietzendorf
[67]. Per esorcizzare la trepidazione per le notizie sul rimpatrio Guareschi arrivò persino a stilare un parodistico foglio di comunicazioni del Comando del Campo, in data 6 giugno 1954 (
sic), con cui si ripristinava la libera uscita con coprifuoco e si convocavano per l'indomani a rapporto i capi-camerata
[68]. Molti nel Campo si chiedevano anche che fine avesse fatto il cappellano militare don Pasa, inviato in missione in Italia come appartenente alla Città del Vaticano, e del quale si erano perse completamente le tracce; non pochi erano i dubbi - ingiustificati - sulla condotta del sacerdote, e abbastanza marcato il risentimento verso gli inglesi che non avevano accordato l'autorizzazione alla partenza all'ufficiale designato dal Comando italiano
[69]. Alla redazione giungevano anche denunce su presunte spie dei tedeschi, di cui non è rimasta traccia, che venivano passate alla commissione d'inchiesta nominata dal colonnello Testa.
Radio B90 ebbe però anche la funzione di terminale dei più svariati problemi del Campo 83. Questi venivano sollevati, per lo più in forma anonima, attraverso la "Piccola posta", che gli ex-Imi potevano depositare in una cassetta apposita, che poi veniva letta in trasmissione, aprendo la discussione e raccogliendo le relative opinioni. Erano affrontate questioni importanti, come la situazione igienica di settori del Campo e la funzionalità degli orinatoi, ma anche argomenti estemporanei, come quesiti storici, curiosità etimologiche, la scarsità di sale, il pane di peso non conforme alle tabelle viveri, la carenza di carta per scrivere a casa, il servizio di barberia per gli ufficiali e il regolamento del torneo di calcio.
Le difficoltà più rilevanti riguardavano logicamente la convivenza degli abitatori del Campo 83, con una duplice contrapposizione: ufficiali
vs. truppa, e ufficiali resistenti
vs. ufficiali volontari del lavoro. La prima questione fa registrare l'intervento sia di ufficiali che di soldati, critici gli uni nei confronti degli altri: i primi lamentavano una tale caduta di disciplina da indurre certi soldati a rispondere male ai superiori; i soldati contestavano soprattutto l'assurda pretesa di riprendere le abitudini disciplinari in uso nel Regio Esercito. Ad aggravare le conflittualità contribuiva il fatto che gli ufficiali, a dire dei soldati, avevano trascorso il tempo nell'ozio dell'internamento senza i pesanti obblighi lavorativi che erano invece toccati alla truppa. Fra i soldati che affluivano a Wietzendorf era in atto, insomma, una "vasta insubordinazione verso la scala gerarchica", simboleggiata dai fazzoletti rossi che erano cominciati ad apparire al collo di tanti di loro
[70]. Scriveva un ufficiale:
Cara "B90", ci sono ancora dei soldati buoni mi sono chiesto in questi giorni. [...] E sono arrivato a concludere che sì, di soldati buoni ce ne sono e parecchi. Ora è giusto - mi chiedo e chiedo a te - che questa massa di buoni venga contaminata da pochi elementi pervertiti, pessimi soggetti che, in qualunque tempo, sotto qualunque governo, militare civile, avrebbero molto probabilmente popolato le patrie galere? E perché, se non è giusto - cosa che appare evidente a qualunque persona di buonsenso - non si cerca di togliere il marcio, epurando l'ambiente? Non sei convinta, cara "B90", che anche gli stessi soldati buoni starebbero molto meglio senza il contatto di questa autentica canaglia, che ha insozzato e continua ad insozzare la divisa, gettandoci in discredito agli occhi degli altri? E come è possibile la vita di una comunità, qualunque essa sia, quando si dà via libera ai delinquenti comuni e, in genere, ai malfattori? Che esista il problema, lo sappiamo tutti. Ma perché non risolverlo decisamente, costi quel che costi?[71]
Un'altra lettera lamentava la diversità del trattamento fra ufficiali e truppa nella disciplina e nelle libere uscite, contestando che le prigioni di Wietzendorf fossero riservate ai sottufficiali e soldati, e che mentre la libera uscita dei soldati avveniva sotto sorveglianza, gli ufficiali fossero praticamente senza controllo, così da potersi recare "ad elemosinare nelle case dei nostri nemici Tedeschi dalle 4 alle ore 23 di ogni giorno", o "ad Amburgo a visitare il casino". Un'altra ancora rinfacciava agli ufficiali la scarsa igiene personale e le cattive condizioni della loro parte di Campo, ricordando che al contrario i soldati, oltre a sfoggiare un'encomiabile pulizia personale, avevano realizzato nell'area di Campo a loro riservata perfino un giardino; inoltre contestava l'abitudine di comandare la truppa a scavar buche nella zona degli ufficiali mentre questi impiegavano il tempo a fare ginnastica. Un soldato che si firmava "Un cattolico fervente" criticava il fatto che, nel corso delle celebrazioni, i cappellani militari si rivolgessero ai fedeli col titolo "Signori Ufficiali". Un campano "del popolo" lamentava che, nonostante fosse invalsa l'abitudine di riunirsi per gruppi regionali, gli ufficiali campani non ammettevano ai loro ritrovi i corregionali di truppa
[72]. Un'altra protesta giunta alla redazione - scritta da un soldato con basso grado d'istruzione, a giudicare dalle sgrammaticature - chiedeva agli ufficiali una maggiore disciplina nelle uscite in occasione di pubbliche cerimonie:
Son già due volte che dopo il ritorno di Bergen, usciamo in massa dai cancelli del campo, e tutte due le volte abbiamo fatto una pessima figura. [...] La seconda volta giovedì, alla procezione: d'avanti c'era i soldati a bastanza a posto per quatro, ma dietro il Sig. colonnello comandante c'era un gruppo di sig. Ufficiali che sembrava un gruppo di pecore che camminava per conto suo, pur qui i soldati Inglesi ci guardavano [...][73].
Un ufficiale, che si firma Ivan il Terribile, avanza una proposta "radicale" per risolvere il problema dell'indisciplina:
Perché quelli fra i soldati (e, dicendo così, naturalmente, mica li comprendo tutti), che si considerano sciolti da ogni vincolo disciplinare e gerarchico nei riguardi dei loro ufficiali, non vengono senz'altro abbandonati a se stessi, e considerati come dei civili con conseguente assoggettamento al trattamento economico ed alimentare di questi?[74]
Anche su questo problema la redazione non volle rimanere in silenzio, preferendo affrontarlo direttamente con l'appello al buon senso:
Cinque lettere contengono critiche varie mosse da soldati agli ufficiali. Alcune di queste critiche hanno qualche fondamento: esempio quando si dice che taluni ufficiali farebbero bene a impugnare piccone e pala e a cercar di abbellire e migliorare un po' dal lato igienico i paraggi delle loro baracche. Altre crìtiche sono - a nostro parere - meno fondate. Esempio quando si afferma che ai "signori ufficiali" è concessa libertà di organizzare crociere turistiche da Wietzendorf alle case di tolleranza di Amburgo! Orbene: poiché nel corso della nostra risposta saremmo a dar torto o ragione un po' all'una e un po' all'altra delle due parti in causa, noi otterremmo il risultato di indurre gli ascoltatori a pensare: o che noi ci barcameniamo dando un colpo al cerchio e uno alla botte, - che noi vogliamo fare della demagogia difendendo la classe dei soldati - o che - si capisce - difendiamo la classe degli ufficiali. Radio B90 intende essere una voce serena e non vuole che nessuno sia tratto a dubitare di questa serenità. Per noi non esistono classi: esiste solamente la "classe degli italiani", composta di tutti coloro che ne risultino degni dopo un rigoroso accertamento delle responsabilità e dopo un'attentissima valutazione. Classe nella quale ogni individuo ha dei doveri particolari assegnati a ciascuno non dagli interessi personali o di categoria ma dalle necessità collettive.
Ciò premesso, per trarre le conclusioni la redazione prese in esame la lettera a firma "un campano del popolo", rilevando come l'espressione di "casta degli ufficiali" fosse stata diffusa e astutamente propalata proprio dal giornale filonazista «La Voce della Patria», di cui coloro che criticavano superficialmente gli ufficiali si stavano facendo inconsapevolmente interpreti e divulgatori anche dopo la caduta nel nazifascismo:
Il fatto stesso che gente venduta al nemico tendesse a farti credere all'esistenza di una "casta degli ufficiali", ti dovrebbe automaticamente dimostrare che detta casta non esiste. Oggi esiste, sì, una castala casta di coloro che hanno volontariamente accettata la sofferenza per conservare il diritto di essere italiani. E cioè i partigiani e gli imi. E questa casta comprende ufficiali e soldati, intellettuali e lavoratori. E questa casta costituisce l'aristocrazia di quella che noi abbiamo chiamato la "classe degli italiani". [...] Noi tutti dobbiamo in ogni istante sentire l'orgoglio d'appartenere a questa aristocrazia e il dovere di tutelarla: la critica è necessaria, ma deve essere una critica che non sia originata da animosità personale, o da acredine di vecchia zitella. Ma critica nel senso di reciproco controllo volto all'interesse comune. Si deve esercitare sì la critica, ma con obiettività e serenità. [...] Prima di sollevare una critica o formulare una accusa contro un vostro compagno di sofferenze, meditate su quanto vi abbiamo detto. Poi, alla fine, se sarete ben sicuri che l'accusa o la critica sono giuste e fondate, scriveteci pure. E, se i dati di fatto che ci fornirete saranno rispondenti alla realtà, noi vi risponderemo e vi daremo ragione[75].
Quello delle incomprensioni reciproche tra ufficiali e truppa è uno dei problemi meno frequentati dalla storiografia sull'internamento, ma molto sentito, come testimoniano i diari coevi d'internati in diversi campi
[76], e che forse per certi aspetti risaliva anche a pregiudiziali antecedenti l'armistizio
[77]. La difficoltà non risiedeva soltanto nel riproporre l'inquadramento militare a uomini che giungevano nel campo di raccolta desiderosi d'assaporare la ritrovata libertà, pervasi da idee "di indipendenza assoluta, di libertà sfrenata"
[78], ed ansiosi di partire alla volta dell'Italia, ma stava piuttosto nella sfiducia e diffidenza, quando non addirittura nell'ostilità, reciproca. Alla base delle incomprensioni v'era la pretesa di molti ufficiali di ripristinare il saluto e tutti gli obblighi d'ubbidienza, senza tenere conto della necessaria democratizzazione imposta da due anni di sofferenze comuni
[79]. In questo senso, come aveva compreso Guareschi, davano indubbiamente i loro frutti gli sforzi compiuti dai tedeschi per dividere, già subito dopo la cattura, gli ufficiali dai soldati, facendo dei privilegi obsoleti riservati ai primi (e dai germanici sempre criticati) un efficace motivo di propaganda contro l'esercito monarchico
[80]. Tali sforzi peraltro s'incontravano, sul terreno della
deminutio degli ufficiali, con quelli dei gerarchi della Rsi, desiderosi di realizzare un controllo politico sulle rinate forze armate
[81], e, dalla parte opposta e con altre finalità, con quelli del Pci che fin dal dicembre 1943 contestò le capacità e la moralità degli ufficiali inquadrati nel I Raggruppamento Motorizzato, vedendo nel rinnovato esercito italiano uno strumento della reazione e della legittimazione monarchica
[82]. Entrambi gli estremismi politici operanti in Italia trovavano insomma conveniente una massiccia azione di delegittimazione dell'ufficialità allo scopo di rifondare l'istituzione militare sulla base di una pervasiva etica politica. Va sottolineato che la stessa disgregazione tra ufficiali e truppa si era riprodotta anche all'interno del ruolo degli ufficiali, grazie anche all'astuta separazione effettuata da tedeschi subito dopo la cattura, tra ufficiali superiori e ufficiali inferiori, come suggeriscono frequenti e inequivocabili indizi
[83].
Allo stesso tempo riemergeva il problema, mai sopito, della discriminazione dei collaborazionisti, e specialmente di coloro che si erano offerti per il lavoro volontario, meno compromessi rispetto agli optanti e più agevolati nell'evitare le conseguenze disciplinari della collaborazione. L'occasione per tornarvi sopra è data dalle due lettere emblematiche di ufficiali dalle vedute nettamente contrastanti. L'autore della prima reclama una diversità di trattamento per i volontari del lavoro, lamentando la debolezza del Comando italiano:
Perché, pur essendo evidentissimo e pacifico che i lavoratori volontari hanno collaborato con la Germania, non si attua una decisa differenza di trattamento fra noi e loro? Un'autorità locale ha osservato che non è nostro interesse "annerire i muri"; giusto; ma dal momento che c'è chi ha cercato di rimanere bianco e chi ha voluto tingerli di colori agresti non è assolutamente ammissibile che si venga considerati tutti grigi. L'indifferenza e il tacito consenso alla confusione sono il primo oltraggio al nostro sacrificio. E perché, chi si è assunto la responsabilità di una posizione militare è trattato alla pari dei civili ante e post armistizio? Pensa forse il Comando che i suoi compiti si fermino a creare delle commissioni d'inchiesta per i casi singoli e a cambiare stazione davanti ad un allarmante problema di carattere generale?[84]
A questa lettera - assieme a quella già citata di Enrico l'Uccellatore - la redazione rispose pubblicamente, in trasmissione, sostenendo di non potere divulgare le argomentazioni addotte, pur condividendole, e promettendo di farsene interprete "presso l'autorità competente". A un altro ufficiale intervenuto, propenso alla riconciliazione generale e alla remissione del problema al Governo di turno, viene invece data pubblica risposta:
Ci è pervenuta la seguente lettera: Grazie per le belle trasmissioni; ma cauti! Voi chiamate collaboratorii nostri colleghi che come noi hanno sofferto, solo perché più deboli e paurosi. Solo la fame li ha spinti a quel passo e la pressione del lavoro obbligatorio. Voi fate di un'erba un fascio! Quanti fuori per soli 2 o 3 mesi? Quanti con le Convenzioni di Ginevra? Quanti partiti volontari e dopo qualche tempo rifiutati e rientrati? Certo che non sono andati a divertirsi e poi penso che proprio noi dovremmo essere gli ultimi a giudicare. C'è un Governo in Italia e penserà Lui? Vogliamoci più bene ed impariamo prima di condannare a perdonare, o per lo meno, a giudicare dopo aver molto ponderato. È brutto l'arrivismo a spese altrui e poi nessuno ci toglie il merito, se merito c'è.
Un anonimo qualunque
Risposta
Caro "anonimo qualunque":
1°) Noi abbiamo chiamato collaboratorii lavoratori volontari semplicemente perché la formula della dichiarazione che essi hanno sottoscritta è la seguente:
"Dichiarazione d'impegno per il lavoro volontario
"Colla presente dichiaro d'essere pronto per la collaborazione praticanell'agricoltura (o nell'industria)
"Desidero essere impiegato come... eccetera eccetera".
Quindi, quando noi diciamo collaboratorinon giudichiamo e non condanniamo. Constatiamo.
2) Invece di firmarti "Un anonimo qualunque" dovevi firmarti "un ex collaboratore qualunque"[85].
Anche nelle testimonianze coeve è molto sentito il problema della differenziazione degli internati resistenti da coloro che a vario titolo avevano collaborato coi tedeschi
[86]; il che aggiunge un ulteriore tassello a spiegare come coloro che non fossero per natura dotati di comprensione e tolleranza trovassero facili motivi di polemica nelle tendenze alle divisioni. L'oggetto del contendere - concretizzato in auspicate epurazioni e punizioni in direzione degli uni, e riconoscimenti e benefici a vantaggio degli altri - poneva le premesse per una frattura che, portata nella società italiana, sarebbe stata difficilmente sanabile, e che a tutt'oggi rimane insoluta anche sul piano storiografico
[87]. Un'apposita commissione nominata dal tenente colonnello Testa aveva già cominciato ad operare le discriminazioni su basi giundiche, la cui fondatezza era garantita dalla presenza al suo interno di un giurisperito come Guido Carli: pertanto dobbiamo immaginare il "clima" di Wietzendorf pervaso non soltanto dall'ansia per il ritorno, ma anche dal nervosismo per l'inchiesta condotta dalla commissione, che avrebbe potuto condurre non soltanto a misure di carattere collettivo (come l'epurazione) quanto piuttosto a una ben più temuta repressione penale inerente al carattere personale degli obblighi disciplinari militari, con ripercussioni sulle future carriere militari e civili
[88]. Ai militari collaborazionisti andavano aggiunti quei lavoratori civili che s'introducevano nel lager per confondersi con gli ex-Imi
[89]. Tutti costoro, ai sensi delle normative sull'epurazione, erano passibili dell'accusa di collaborazione col nemico dopo l'8 settembre 1943; ma gli eventi fecero prevalere "una politica del perdono o almeno del tentativo di dimenticare", producendo in tal modo la rimozione della colpa o "una perdita nazionale della memoria"
[90].
Nella separazione quasi manichea tra resistenti e collaboratori a vario titolo spicca la posizione personale di Guareschi, che pur prescindendo dall'umana comprensione - altre volte dimostrata - per coloro che avevano ceduto spinti dalla fame, seppe esprimere nella figura del
Vedraista l'istanza d'una resistenza non individualistica, ma testimoniata quotidianamente con la forza dell'esempio e con l'eticità del comportamento. Sul
Vedraista - che per aver manifestato insistentemente i suoi dubbi sulle future inchieste, e aver garantito sulla confusione tipicamente italiana che avrebbe sicuramente impedito di "districare la matassa", aveva di fatto sospinto molti nella strada della collaborazione, persuadendoli che sarebbe stata priva di conseguenze - Guareschi sembra non avere dubbi: magari il
Vedraista è alfine sempre rimasto nel lager, senza mai collaborare coi tedeschi, ma il suo apporto alla resistenza è stato nullo; anzi dannoso, avendo egli contribuito a sgretolare la coesione della comunità, e a inficiare la politica dei
Fiduciari che, al contrario, insistevano talvolta anche con argomenti minacciosi sul principio di responsabilità personale. E cosi anch'egli, per i danni provocati dall'aver fatto credere che nel buio del dopoguerra tutti i gatti sarebbero apparsi grigi, dovrà in qualche modo rendere conto della sua ignavia e della sua sciocca sicumera:
Vedrai, vedrai - diceva il vedraista. - Vedrai...
E a forza di sentir dire "vedrai, vedrai", parecchi ci credevano e partivano per la Repubblica Sociale o per il lavoro, fiduciosi nell'immancabile confusione finale. Il vedraista dovrebbe pensarci, adesso, perché li ha sulla coscienza un po' lui. [...] Perché ora - credo - dovrebbe cominciare a pensare un po' seccato che (come ha comunicato la radio) ai rientro bisognerà rendere conto di quel che si è detto e fatto in prigionia. Il vedraista ci pensa magari. Ma alla fine - sono certo - alza le spalle.
Vedrai, vedrai - dice a sé stesso - Vedrai che poi...
Vedremo!...[91]
Ne deriva una visione etica della resistenza, fondata su una responsabilità a tutto campo, che coinvolge i comportamenti pubblici e privati, i discorsi, e facendosi abito morale agguanta tutto ciò che sfugge alla giurisdizione di codici e regolamenti: per la loro intrinseca capacità di suscitare energie e stimolare azioni, alle parole sono quindi legate responsabilità morali che investono coloro che le pronunciano, e non sono mai declinabili.
Conclusioni
Accanto all'azione resistenziale che abbiamo cercato di mettere in evidenza attraverso una rilettura critica dei pezzi giornalistici letti nelle baracche, l'opera complessiva di Guareschi nel lager deve essere valutata nel suo complesso, tenendo conto anche della gran mole di materiale che egli raccolse fin dai primi mesi d'internamento, quando ancora si pensava di rimpatriare in tempi brevi, o comunque di trovare tutela efficace nelle convenzioni internazionali. In quel contesto ciascuno raccontava la sua storia, l'8 settembre da lui vissuto, con quella soggettività dovuta alla conoscenza parziale degli eventi, visti dal proprio battaglione o dalla propria batteria: così
le storie si moltiplicavano e si sommavano le une alle altre, consentendo di riflettere e discutere; ognuno narrava episodi grandi e piccoli vissuti sui fronti di cui aveva avuto esperienza, e non è esagerato sostenere che già nei primi mesi di prigionia si fosse riusciti, attraverso le discussioni
in libertà, a elaborare un quadro generale complessivamente abbastanza fededegno delle guerre combattute dagli italiani
[92]. Sicché molti Imi durante la prigionia poterono compiere una rielaborazione critica del passato personale e nazionale, conclusasi con una maturazione morale e un'assunzione di responsabilità individuale e collettiva assieme, svincolata da interessi privati e convenienze familiari, tutt'altro che a-fascista o ispirata da un mero rispetto formale del giuramento, bensì apertamente anti-fascista e pervasa da sincero spirito solidaristico nei confronti dei popoli oppressi dal nazismo.
Guareschi annotava meticolosamente questo materiale in agende e quaderni - mai pubblicati sinora - che i figli Alberto e Carlotta normalmente chiamano nel loro complesso
Grande Diario. Le testimonianze ivi raccolte sono quanto mai eterogenee, e riguardano prevalentemente la situazione delle truppe sui diversi fronti all'8 settembre 1943, le modalità con cui gli italiani furono disarmati e catturati dai tedeschi e il trattamento subito nei vari lager: si tratta di brani ricopiati da diari di altri compagni, trascrizioni da conversazioni fra internati, testimonianze su episodi di rilievo, lettere di protesta di fiduciari italiani, testimonianze sulle condizioni delle infermerie, elenchi di spettacoli e attività culturali tenute durante e dopo la prigionia, lettere e relazioni inoltrate agli angloamericani. È evidente che la documentazione contenuta nel
Grande Diario debba essere presa, ai fini della considerazione e valutazione in sede storiografica, per ciò che è: ovvero una sorta di reportage in presa diretta ad opera di uno dei più attenti giornalisti d'allora, reduce da un lungo tirocinio di cronaca. Tuttavia essa non manca di spunti senz'altro interessanti. In alcune pagine, per esempio, Guareschi raccolse testimonianze di prima mano sul rapporto tra gli italiani e i cetnici in Jugoslavia, compiendo un'analisi acuta della situazione, da lui poi definita "in complesso, un maledetto ginepraio che costò tanto sangue e tanto danaro alla nostra povera Italia". Proprio a causa dei buoni rapporti con i cetnici,
nasce un profondo odio, dei croati in generale e degli Ustascia in particolare, contro gli italiani per il fatto che essi armano e proteggono i loro nemici. Perché, naturalmente i cetnici - trovandosi tra le mani dei buoni fucili, non si limitano a picchiare sui partigiani, ma approfittano dell'occasione per tirare qualche bottarella anche agli ustascia. Pavelic interviene presso Hitler e ottiene che si ordini agli italiani di disarmare i cetnici. Gli italiani sono costretti così a togliere le armi ai cetnici e ciò accade verso il giugno del 1943. Un reparto italiano al comando del colonnello S [Scotti, n.d.a.] accerchia un convento diroccato nei pressi di Trebinje, nel quale - si informa - deve trovarsi il deposito d'armi d'una banda cetnica. Il nascondiglio è facilmente trovato e fucili e munizioni vengono caricati sulle carrette. Ed ecco che un vecchio capo cetnico, alto e maestoso, dalla lunga barba, dai lunghissimi capelli e dall'antica sporcizia, si getta piangendo ai piedi del colonnello italiano.
- Non toglietemi le armi! - implora - Se ci disarmate come faremo a difenderci dai croati e dai comunisti?
- Benedetto uomo - risponde irritatissimo il colonnello - Come faccio? I soldati hanno visto tutti che le armi ci sono, mica posso dire che non ho trovato niente! Vi avevo pur mandato ad avvertire l'altro ieri che oggi sarei venuto! Perché non le avete portate via le armi?
Questo episodio spiega come in pratica venisse eseguito dagli italiani l'ordine di disarmare i cetnici. [...]
I cetnici, datisi per la massima parte alla montagna con tutte le armi attaccano perciò gagliardamente i reparti tedeschi coi quali vengono a contatto, ma si ritirano davanti ai reparti italiani: "Noi non combatteremo mai contro voi" - dicono i cetnici. E nascostamente cercano di collaborare ancora con gli italiani. Poi, quando dopo l'8 settembre gli italiani vennero catturati dai tedeschi, i cetnici, senza più l'appoggio italiano, abbandonati dagli inglesi (che li aiutavano in quanto - pur combattendo i cetnici contro i partigiani sostenuti dagli inglesi stessi - i cetnici s'erano messi a contrastare il comune nemico tedesco) i cetnici prenderanno tre strade:
1. passano ai tedeschi
2. passano ai partigiani
3. continuano a combattere un po' contro tutti.
Sembra che, per questa gente, l'importante sia combattere, l'importante sia poter sparare contro qualcuno.
Guareschi non manca di registrare i crimini di guerra degli ustascia, "alleati dell'Italia e dell'Asse", contro i quali le truppe italiane non intervennero sino a quando i massacri non ebbero raggiunto "preoccupanti proporzioni":
Una ragazza diciottenne, appartenente a famiglia di serbi ribelli, viene catturata come ostaggio, condotta nella caserma Ustascia e seviziata e violentata da una trentina di militi. Le radono i capelli e poi la rimandano a casa completamente nuda. Alcuni giorni dopo - in seguito a una azione, pare, compiuta dai ribelli serbi, la riacciuffano e, dopo averla nuovamente seviziata, la legano a una sedia minacciando di fucilarla qualora non sveli il nascondiglio dei ribelli. La ragazza acconsente a parlare a patto che la sleghino: appena libera, strappa il pugnale dalla cintura d'un ufficiale e glielo immerge nel ventre, riuscendo a fuggire. Inseguita lungo la strada e colpita da una scarica di "parabellum" si abbatte. La crivellano di colpi e l'abbandonano in mezzo alla via. Di lì a poco un contadino serbo, sopraggiunto col suo carro, raccoglie il cadavere per dargli sepoltura, ma dalla porta della caserma, un ustascia vede e aggredisce urlando l'uomo e gli spara sul viso a bruciapelo una pistolettata. Poi taglia la testa al cadavere della ragazza, la getta per terra e, a calci la fa rotolare nel fosso[93].
Guareschi raccolse anche due testimonianze su Cefalonia, dalle quali emergono almeno tre fatti importanti: la conflittualità elevatissima esistente all'interno della Divisione Acqui, con ricadute devastanti sotto il profilo disciplinare, al punto da portare alcuni soldati a minacciare di morte un comandante di reggimento e a parlare "d'ammazzare il generale"; l'assenza di qualsiasi riferimento al
referendum condotto tra i soldati, punto forte della memorialistica che l'ha sempre descritto come coinvolgente "tutti i soldati" e dall'esito "travolgente" sfociato nella "unanime autodecisione della scelta della Resistenza armata" (riferirono anzi i due testimoni di Guareschi che al principio delle operazioni di fucilazione, mentre alcuni ufficiali tentavano di occultarsi fra i soldati nascondendo la propria condizione, "soldati denunciano vari ufficiali")
[94]; infine la vicenda degli ufficiali risparmiati dai tedeschi il 24 settembre al termine del massacro di San Teodoro, ai quali fu salvata la vita in cambio dell'adesione alle forze armate germaniche. L'interesse di Guareschi nel raccogliere le testimonianze si appunta anche qui sui crimini di guerra tedeschi:
Venti, tra soldati e ufficiali, furono messi al muro e mitragliati. Mentre quindici morirono, cinque soltanto feriti e vengono tratti dal mucchio di cadaveri e medicati e rifocillati: "Kamarad", dicevano giovialmente i soldati tedeschi picchiando loro amichevolmente la mano sulla spalla. Miracolo? Crudeltà di normale amministrazione: la sera, i cinque vennero rimessi al muro e fucilati. [...] Sotto la fortezza di Argostoli, tre ufficiali italiani fatti prigionieri da un reparto tedesco, furono ospitati cortesemente alla mensa tedesca, dove mangiarono e bevettero in lieti conversari. Alla frutta un tedesco, chiamati tre soldati italiani, ordinò loro di scavare tre fosse in riva al mare e di tornare a riferire quando il lavoro fosse eseguito. - È fatto - venne a dire dopo mezz'ora uno degli sterratori. Allora possiamo andare - esclamò il tedesco rivolto ai tre ufficiali. Li condussero davanti alle fosse e li fucilarono. [...] Ad Atene. Un ted[esco] viene avvicinato da un bambino che vendeva qualcosa. Lo caccia via. Poiché il bambino non s'allontanava, il soldato gli afferrò con ambo le mani un braccio e glielo spezzò col ginocchio. A Corfù un bambino che portava acqua ai prigionieri italiani fu ucciso da una sentinella tedesca[95].
Anche dopo la liberazione del campo d'internamento di Wietzendorf, divenuto Campo italiano n. 83, durante la lunga attesa del rimpatrio Guareschi non smise di raccogliere documentazioni e testimonianze dalla viva voce di quei militari che, da altri lager, venivano fatti affluire a Wietzendorf, subendo in quella sede gli interrogatori da parte della commissione istituita dal comandante italiano allo scopo di formulare capi d'imputazione a carico del personale germanico e per discriminare gli italiani collaborazionisti dai resistenti (tra queste anche le deposizioni rilasciate dai soldati Gino Bonazzi e Dante Rosso provenienti dal lager di Dora liberato)
[96].
Per avviarci alla conclusione, occorre ribadire che una qualsivoglia proposta di lettura della produzione guareschiana nata nel lager deve tenere conto a mio avviso del contesto reale dei campi germanici, nei quali si produsse la stessa separazione che divideva allora l'Italia del re e quella del duce, e insieme si verificò pertanto "la rappresentazione simbolica delle due opzioni di civiltà che si sono date battaglia sul teatro del secondo conflitto mondiale"
[97]. Soltanto a partire da questa presa d'atto è possibile dare risposta ad alcuni tra i punti nodali in ordine alle interpretazioni del
Diario clandestino. In primo luogo a Guareschi è stato attribuito "il ruolo di cantore collettivo" degli Imi, secondo una lettura del
Diario come "non l'opera più o meno letteraria di un singolo, quanto la voce collettiva di un autentico coro 'tragico'"
[98]. Tale interpretazione è a mio avviso centrata (per quanto desunta principalmente dall'introduzione più che dai pezzi veri e propri, e quindi per certi versi decettiva), ma va precisata nel senso che Guareschi fu "cantore collettivo" in quanto pubblicista militare in grado nobile, impegnato a interpretare e divulgare - seppur in maniera libera, con la sua personale passionalità e sapienza cristiana - le direttive resistenziali del Comando italiano: ciò imponeva che tali linee guida fossero iscritte in un sentimento collettivo, sino a costruire una comunità d'intenti e di comportamenti
[99]. D'altra parte l'appropriazione dell'opera di Guareschi da parte degli Imi - in parole, immagini e canzoni - è riconducibile al fatto che egli, tra uno scherzo e l'altro, fu per loro una guida spirituale e morale di prim'ordine, in termini di pensiero e di azione: una
voce che, nel soffrire assieme a loro, continuamente parlò alle loro coscienze, durante e dopo la prigionia, senza abbandonarli mai, rendendo così i giorni della sofferenza tutt'altro che persi, poiché - parafrasando una sua lettera dal carcere di Parma
[100] - nessun istante del tempo concesso da Dio all'uomo è inutile. Guareschi contribuì ad alimentare il
sentimento della speranza nei suoi compagni di prigionia, approfondendolo e sviluppandolo secondo diversi livelli di consapevolezza: da quello più superficiale (speranza intesa come aspettativa di vita, di rimpatrio e di reinserimento nella famiglia), a uno un po' più profondo (speranza come aspettativa circa la vita), sino al livello più maturo sotto il profilo della spiritualità cristiana (speranza come capacità di guardare oltre la morte nella convinzione che oltre alla morte ci sia la vita eterna)
[101]. Al tempo stesso contribuì a sviluppare il
sentimento della pietà cristiana verso i più disagiati, ritrovando la sacralità dei legami umani originari. Da tali presupposti derivò di necessità un movimento di energie morali - inteso come "iniziativa" e assunzione di responsabilità - che era resistenza al collasso esistenziale che il lager intendeva procurare, e diveniva
sentimento di libertà all'interno dello spazio della coscienza, ovvero l'ambito vitale proprio dell'uomo, assumendo un significato universale che trascende l'esperienza del lager
[102].
L'altro nodo è costituito dalla presunta "vena antiretorica" che pervaderebbe il
Diario[103]. Qui ho cercato piuttosto di mettere in luce come i più celebrati pezzi scritti da Guareschi nel lager non siano affatto privi di retorica: una retorica della semplicità, della genuinità e dell'umanità, intenzionalmente contrapposta a quella sterilmente militarista del regime fascista, ma pur sempre retorica intesa come capacità di costruire e veicolare efficacemente un messaggio finalizzato a persuadere a determinati comportamenti e azioni. S'è visto nel pur limitato (e non poteva essere diversamente) campionario esaminato, come Guareschi sapesse gestire un linguaggio prevalentemente emozionale, facendo abilmente leva ora sul sentimento impulsivo ora sullo sdegno (più cautamente sulla razionalità), con inopinati passaggi dal feroce al comico attraverso il grottesco, non mancando d'attribuire al
nemico caratteri animaleschi o antiumani, e come sempre concludesse indicando in modo chiaro un'azione precisa da compiere, si trattasse d'un comportamento da tenere (il rifiuto di aderire alle proposte del momento) o d'un sentimento da confermare e manifestare (l'ostilità verso gli optanti), nella consapevolezza che l'uomo - per parafrasare liberamente un colloquio tra don Camillo e il Cristo - è fatto non soltanto di carne e di cervello, ma anche di cuore
[104]. È altresì documentato nelle testimonianze dei compagni di prigionia come egli, attraverso un uso accorto dell'umorismo e sovente con il ricorso al codice degli affetti privati, dell'esperienza condivisa e dei sentimenti più elementari, sapesse sia intrattenere che impressionare gli astanti, focalizzando poche "idee" per volta, in maniera rapida e facilmente comprensibile, ma con forza e convinzione. Non si può quindi escludere che Guareschi abbia fatto ampio uso anche della retorica: solo che la sua è una retorica praticata con sincerità e onestà, e posta al servizio - almeno nel lager - della giustizia e della verità.
Per concludere il discorso, vale la pena di ricordare come la scelta di resistenza degli Imi - originata da una volontarietà e sostenuta da motivazioni resistenziali che ai deportati razziali, per le condizioni di vita in cui furono gettati, non erano consentite
[105] - ebbe una molteplicità di cause e spiegazioni diverse. Decifrarla (come hanno fatto taluni) essenzialmente come una riuscita del codice etico-professionale del militare non è sufficiente e può risultare anzi fuorviante, poiché i medesimi valori potevano spingere in buona fede verso scelte opposte. Il successo della resistenza nei lager derivò dallo stesso dramma morale degli internati, cioè il dovere continuamente fare i conti con se stessi, rinnovando giorno dopo giorno la scelta iniziale ed evitando d'incorrere nella disapprovazione generale. In tale ottica l'azione degli ufficiali più maturi fu essenziale, ma ancora di più lo fu, forse, quella di un pensatore capace di trovare sempre le parole, le immagini e le atmosfere più adatte - perché giuste e vere - a toccare i cuori nel profondo, capace di orientare il gruppo attraverso l'identificazione in un sentimento e in un indirizzo comune e condiviso, capace di elevare moralmente i suoi compagni di prigionia, e di arricchirsi assieme a loro. Quel medesimo che in una risposta a un lettore di
Candido scrisse:
Nel '43 ho rifiutato di servire tedeschi e fascisti e mi hanno portato in un Lager dove ho usato tutta la mia intelligenza e la mia abilità per impedire che i tedeschi riuscissero a prendere per fame i disgraziati che erano con me. Ho fatto un buon lavoro[106].
E che forse, come ha acutamente osservato Giovanni Lugaresi, deriva la sua fortuna di scrittore proprio dall'incessante ricerca di quel che c'è
dentro l'uomo
[107].
NOTE:
1 Sull'argomento confronta anche P. NELLO,
La "resistenza clandestina": Guareschi e gli internati militari italiani dopo l'8 settembre, in «Nuova Storia Contemporanea», V, 2001, 6, pp. 147-158; poi riprodotto coi titolo:
Guareschi, gli internati militari italiani e il Diario clandestino, in G. PARLATO, a cura di,
Un Candido nell'Italia provvisoria: Giovannino Guareschi e l'Italia del "mondo piccolo' ', Roma, Fondazione Ugo Spirito, 2002, pp. 39-58.
2 Questo contributo è la relazione (ampliata) tenuta il 16 marzo 2006 al Circolo Ufficiali del Presidio Militare di Bologna nell'ambito dell'incontro sul tema "Guareschi, l'irriducibile della resistenza dei militari italiani nei lager nazisti", promosso dall'Associazione Nazionale Ex Internati. Sull'internamento dei militari segnalo il repertorio bibliografico più recente: A. FERIOLI,
Dentro i lager: breve rassegna bibliografica sull'in ternamento dei militari italiani nei lager del terzo Reich, in «Archivio Trentino», LI, 2002, 2, pp. 323-332.
3 G. GUARESCHI,
Diario clandestino, Milano, Rizzoli, 2aed., 1950, p. XIV.
4 S. BARTOLINI,
Guareschi romanziere, in: G. PARLATO,
Un Candido nell'Italia provvisoria, cit., p. 33.
5 Sicché, fermo restando che un'opera artistica va giudicata principalmente secondo criteri estetici e non storiografici, non sembra fuori luogo affermare che la tesi di fondo del film di R. Benigni e V. Cerami,
La vita è bella (1997), che vuole che si possa combattere il lager attraverso l'umorismo, avrebbe trovato di mostrazione più facilmente nei campi di prigionia militari piuttosto che in quelli di sterminio, dove invece risulta francamente inappropriata e improponibile anche esteticamente, come ha dimostrato il coro di critiche levatosi dai reduci, e in particolare l'ottima argomentazione di D. VOGELMANN,
Si possono scrivere favole su Auschwitz?, in «Il triangolo rosso», XXIV, 1998, 1. Neppure chi ha proposto un parallelismo con
La favola di Natale di G. GUARESCHI, di cui il film sarebbe "una copia patinata e furba" (P. BUTTA FUOCO,
Guareschi nello stalag, una vita così bella da ispirare Benigni, in «Il Foglio», 17 febbraio 1998), ha però colto la diversità radicale delle due esperienze d'internamento. Non per nulla Benigni, che ha cono sciuto il lager dall'esperienza diretta del padre, è figlio di un Imi e non di un deportato "razziale".
6 Per questi concetti: A. FERIOLI,
Giornalisti con le stellette: la resistenza dei pubblicisti italiani nei campi di prigionia germanici nel corso della seconda guerra mondiale, in «Rivista Marittima», CXXXVII, 2004, 11, pp. 75-88.
7 Questo almeno fu l'argomento più diffuso tra gli ufficiali. Andrebbe attentamente valutato lo spunto fornito, nell'allocuzione tenuta alla cerimonia a Padova (25 settembre 2005) dal generale Max Giacomini, presidente dell'Anei, secondo il quale molti giovani si resero pienamente conto proprio in quel momento del valore del giuramento.
8 E. ALLORIO,
Giornale parlato, in P. PIASENTI, a cura di,
Il lungo inverno dei lager: dai campi nazisti, trent'anni dopo, Firenze, La Nuova Italia, 1973, pp. 148-150 (con tagli).
9 Sulla questione degli optanti e i metodi impiegati: A. FERIOLI,
Dai lager nazisti all'esercito di Musso lini: gli Internati Militari Italiani che aderirono alla Rsi, in «Nuova Storia Contemporanea», IX, 2005, 5, pp. 63-88.
10 G. GUARESCHI,
Diario clandestino, cit., pp. 92-93.
11 Usando un'espressione di Giuseppe Marotta a proposito dei racconti di
Mondo Piccolo - riportata in A. GNOCCHI,
Giovannino Guareschi: Una storia italiana, Milano, Razzoli, 1998, p. 157 - si può affermare anche qui che Guareschi allinea non parole ma cose. Il che non soltanto rafforza l'efficacia del messaggio, come sostengono anche i moderni comunicatori, ma ne agevola altresì la rielaborazione da parte del destinatario, conformemente alla nota regola fissata da Gaston Bachelard secondo cui "noi comunichiamo con la retina" (G. BACHELARD,
Il nuovo spirito scientifico, Roma-Bari, Laterza, 1978, p. 119).
12 Non era infrequente, nel corso della prima Grande Guerra, che si cantasse la
Rivista per trarre coraggio in vista del combattimento: in un volume miscellaneo di qualche anno fa un ufficiale ricordava che una notte, da una colonna di autocarri in marcia verso il nemico, partì spontaneamente, dai soldati, un coro -
e le stellette che noi portiamo son disciplina - che, da semplice bisbiglio, si fece sempre più robusto e minaccioso sino allo scontro con gli austriaci (G. PINTACUDA,
Un patatrac... tira l'altro, in E. FALDELLA, a cura di,
I racconti della Grande Guerra, Milano, Mondadori, 1966, pp. 123-127). Sull'uso della "tradizione" in Guareschi rimando a G. MORRA,
Guareschi: Italia provvisoria, in M. FINAZZER FLORY, a cura di,
Conformismi Anticonformismi, Venezia, Marsilio, 2003, p. 48
passim.
13 Nell'Archivio Guareschi (d'ora in poi AG), sez. Lager, è conservato un disegno realizzato da un com pagno di prigionia, in cui dalla grottesca combinazione di pezzi di vestiario e di stracci emerge un solo particolare nitido e del tutto fedele alla realtà: le stellette.
14 Il tema della coerenza ritorna costantemente anche nei racconti di
Mondo Piccolo, riassumendosi in una battuta semplice ma netta di don Camillo in risposta a una provocazione di Peppone: "In questi ultimi tempi s'è vista tanta gente voltar gabbana [...]. La mia gabbana è di stoffa che non si può rivoltare" (G. GUARESCHI,
Mondo piccolo: Il compagno don Camillo, Milano, Rizzoli, 1963, p. 166). Preciso che i riferimenti ai racconti di
Mondo piccolo avvengono qui per campionatura - quindi senza alcuna pretesa di esaustività o di sistematicità - al solo scopo di evidenziare la continuità, nel corso dell'intera esistenza di Guareschi, delle tematiche già affrontate e impostate nel lager.
15 Sulle componenti risorgimentali nella resistenza degli Imi e sull'uso di Dante cfr.: A. FERIOLI,
Medioevo internato: Suggestioni medievali nella resistenza dei militari italiani nei campi di prigionia tedeschi (1943-1945), in «Quaderni medievali», XXIX, 2004, 58, pp. 115-149, e Id.,
Fu veramente un ''secondo Risorgimento"?, in «Rivista Marittima», CXXXVII, 2004, 7, pp. 35-50. Quella di Guareschi è la retorica patriottica risorgimentale adattata alla lotta resistenziale del momento: pensare Guareschi esclusivamente in funzione antiretorica può essere talora non corretto, poiché Guareschi resta sempre, culturalmente, un borghese, un conservatore, e come tale non contrario per principio alla retorica.
16 G. GUARESCHI,
Ritorno alla base, Milano, Rizzoli, 1989, pp. 73-74. Commentando nel dopoguerra le foto di Vittorio Vialli, pubblicate su «Oggi» in undici puntate dal n. 3 (15 gennaio 1946) al n. 13 (26 marzo 1946), scrisse nella didascalia della foto n. 38, raffigurante il cappellano militare nell'atto di amministrare la Cresima su delega del Nunzio Apostolico: "Il dio tedesco, il truce Gott vestito di ferro guata attraverso le nuvole e si morde le mani. Egli ha circondato il Lager di filo spinato e di sentinelle, eppure l'altro Dio, quello dei vinti e degli oppressi, è riuscito a entrare ugualmente. Farà un cicchetto a Himmler" («Oggi», II, 7, 12 febbraio 1946, p. 9). Il senso di una contrapposizione totale fra italiani resistenti e tedeschi, come in una divisione manichea fra Bene e Male, si rileva anche in un'altra opera di G. GUARESCHI,
La favola di Natale, Milano, Rizzoli, 1971, la cui narrazione procede proprio per opposizione Bene/ Male anche tra i personaggi incontrati da Albertino, che riflettono la divisione della Terra nel Paese della Pace e nel Paese della Guerra: il Guardiaboschi Buono
vs. Guardiaboschi Cattivo; l'abete e l'alberello secco
vs. la vecchia quercia; i Funghi Buoni
vs. i Funghi Velenosi; le api e i tre passerotti
vs. le cornacchie; l'uomo e la donna sull'asinelio
vs. l'uomo e la donna sul carro armato; il Dio della Pace
vs. il Dio della Guerra; i vecchi Re
vs. i Nanetti. Il Male è in definitiva riconducibile al Dio biblico, che è Dio della guerra e ha posto la guerra come verità ultima del cosmo e come fine dell'agire dei suoi adoratori.
17 E. COLLOTTI,
I tedeschi, in M. ISNENGHI, a cura di,
I luoghi della memoria: personaggi e date dell'Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 67.
18 O. ASCARI,
La lunga marcia degli alpini nell'inferno russo (1942-43), in «Nuova Storia Contempora nea», VII, 2003, 5, pp. 63-82.
19 G. GUARESCHI,
Ritorno alla base, cit., pp. 75-76.
20 Come si evince dagli ampi stralci riportati nel mio
Dai lager nazisti all'esercito di Mussolini, cit., p. 88. Ricordo, a proposito dei comunisti, un motto di don Camillo in cui si riflette l'assenza di odio di Guareschi: "Bisogna odiare il male ma amare il malato" (G. GUARESCHI,
Tutto don Camillo, a cura di C. e A. Guareschi, voli. 1, Milano, Razzoli, 1998, p. 1088), nonché il racconto
Le due strade in cui si fa la distinzione tra l'errore e l'errante inconsapevole (
Ibidem, pp. 372 ss.). Tuttavia Guareschi non ebbe mai scrupoli allorquando la causa da lui sposata richiedeva la massima aggressività possibile: "In politica la malvagità è una dolorosa necessità - dice don Camillo - perché in politica non si tratta con uomini ma coi partiti. E i partiti non sono creature del buon Dio" (G. GUARESCHI,
Lo spumarino pallido, Milano, Rizzoli, 1981, p. 39).
21 G. GUARESCHI,
Ritorno alla base, cit., pp. 215-287 (cfr. anche, alle pp. 10-11, le osservazioni di G. Lugaresi).
22 Il che tuttavia non gli impediva di continuare a sostenere la necessità di una discriminazione, come si evince anche dal commento alle foto di Vittorio Vialli pubblicate su «Oggi», dove emerge sovente il desiderio di un accertamento delle responsabilità individuali. Così la didascalia della foto n. 6, relativa al comizio di un repubblicano, recita: "Chi è venuto a invitarci al tradimento si chiama Sommariva ed è tenente colonnello degli alpini. Dov'è adesso?" («Oggi», II, 3, 15 gennaio 1946, p. 9); e quella della foto n. 36 recita: "Arriva una nuova commissione per indurre gli ufficiali italiani a passare ai tedeschi. Hanno impiantato l'altoparlante, e i soliti messi della solita repubblica hanno detto le solite fesserie. Nota per la giustizia democratica caso mai volesse dar loro un premio: i messi sono il gen. Risini e il s. ten. Leporati" («Oggi», II, 7, 12 febbraio 1946, p. 8). Mentre sul piano dei comportamenti individuali censurabili non si faceva scrupolo di chiamare i responsabili per nome e cognome (come nel caso di Einaudi e De Gasperi), nelle sue polemiche giornalistiche contro ideologie diverse Guareschi colpì sempre le idee soltanto, e mai le persone.
23 G. GUARESCHI,
Diario clandestino, cit., p. 161.
24 «Oggi», II, 6, 5 febbraio 1946, p. 8.
25 G. Guareschi,
Ritorno alla base, cit., pp. 40-41.
26 VE. GIUNTELLA,
Magri ma sani, in
Dalla guerra al lager, Bologna, Anei-Bologna, 1995, pp. 59-60.
27 Mi riferisco a tre opere esposte alla mostra
Ricordando l'ex Imi Giovannino Guareschi a sessant'anni dalla liberazione dai Lager (Busseto, 1-29 maggio 2005), e tutte presenti nell'AG, sez. Lager: nella prima (un disegno a matita) un soldato tedesco esamina con la lente d'ingrandimento un fiore sbocciato su una pianta all'interno della recinzione, mentre un altro tedesco è pronto ad apporvi il timbro
geprüft (appro vato); nella seconda (un diploma per i vincitori del torneo bocciofilo a Sandbostel) compare un cartello appoggiato al filo spinato con la dicitura: "ALT! E fatto fuoco su chiunque guarda questo filo di fero [5z'c]"; nella terza (diploma per i partecipanti al medesimo torneo) tre internati giocando a bocce ne lanciano una oltre il cartello suddetto, e la sentinella tedesca spara alla boccia trapassandola (con allusione all'assassinio del tenente Vincenzo Romeo). In questa nuova battaglia Guareschi dovette trovare conferma di quanto egli stesso aveva scritto qualche anno prima, nel 1937: "Una buona vignetta umoristica nel campo della guerra di popoli equivale a un colpo di 305 che cade nel centro della rosa di tiro. È un colpo che va asegno, micidiale, silenzioso" (cit. in A. GNOCCHI,
Giovannino Guareschi, cit., p. 84), La consapevolezza dell'importanza della vignetta in quel contesto trova conferma anche nel fatto che - secondo quanto mi hanno riferito Alberto e Carlotta Guareschi, per ottenere la carta e i colori necessari per i suoi schizzi, ritratti e menabò, lo scrittore parmigiano rinunciava spesso anche a cibo e sigarette.
28 G. GUARESCHI,
Italia provvisoria, Milano, Rizzoli, 1947, p. 24.
29 A. BERRETTI,
Attenti al filo!, pref. di G. Guareschi, Capriate, Carminati, 1981, p. 6.
30 G. GUARESCHI,
Ritorno alla base, cit., p. 82. Secondo Guareschi, fatti salvi i sentimenti d'amicizia e simpatia personali tra individui, nessuna conciliazione era possibile tra i liberi lavoratori e i resistenti "puri". Allo stesso modo lo scrittore parmigiano predicò per l'intera sua esistenza l'incompatibilità di dottrine e ideologie tra loro opposte per definizione, e criticò aspramente coloro che si dimostravano disponibili ad annacquare i loro principi in nome di un non ben precisato "dialogo": l'intera raccolta di racconti che hanno come coprotagonista don Chichì (confluiti in G. GUARESCHI,
Mondo piccolo: Don Camillo e i giovani d'oggi, Milano, Rizzoli, 1969) dimostra il fallimento di certi preti moderni che, in nome d'un malinteso "giovanilismo" e della "distensione" con i comunisti, mentre trovano parole e messaggi adatti ai più disparati uditori, perdono l'identità e sviliscono la loro stessa missione.
31 1 G. GUARESCHI,
Ritorno alla base, cit., p. 43.
32 AG, sez. Lager.
33 La metafora del filo è in: G. GUARESCHI,
Il compagno don Camillo, cit., p. 146.
34 G. GUARESCHI,
Chi sogna nuovi gerani?, Milano, Rizzoli, 2002, p. 460 e 489. E ancora, citando alla rinfusa: "Io bado molto alla mia coscienza: preferirei essere condannato dalla Giustizia ed essere assolto dalla mia coscienza piuttosto che essere assolto dalla Giustizia ed essere condannato dalla mia coscienza" (
Ibidem, pp. 355-356); "un giornalista veramente libero come io sono deve sempre sostenere la causa che egli, in piena coscienza, ritenga giusta, costi quel che costi" (
Ibidem, p. 394); "io obbedisco rigidamente alla mia coscienza e [...] la mia coscienza obbedisce esclusivamente alle intoccabili leggi di Dio e della morale e non può conoscere compromessi" (
Ibidem, p. 553). A don Camillo invece il Cristo raccomanda: "la voce della tua coscienza dovrebbe essere la voce del tuo Dio" (G. GUARESCHI,
Tutto don Camillo, cit., p. 374). Nel racconto
Togo, al maresciallo che gli dice che il carabiniere non è mai solo ma ha sempre un carabiniere di guardia dentro, don Camillo risponde: "Io, qui dentro, [...] ho la mia coscienza che può insegnare molte cose a lei e al suo carabiniere" (
Ibidem, p. 470).
35 Non è un caso che in tempi recenti un fine teologo come l'Arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra abbia definito una frase di Guareschi, pronunciata per bocca di Peppone, "degna di tutti i grandi pensatori del Cristianesimo" (G. MAZZUCA,
"Sì, nell'attenzione all'uomo mi sento un po' don Camillo", intervista a C. Caffarra, «Quotidiano Nazionale», 7 ottobre 2004).
36 G. GUARESCHI,
Chi sogna nuovi gerani?, cit., p. 553.
37 Anche nelle storie di don Camillo e Peppone il tema dominante e risolutore di tutti i problemi, anche gravi, è sempre la coscienza. Nei dialoghi serrati tra don Camillo e il Cristo c'è l'uomo di fronte alla propria coscienza, che coincide con la coscienza dell'autore: don Camillo cerca tutte le vie di scampo possibili, anche con inganni infantili o con cavilli quasi gesuitici; talvolta è così spudorato da pretendere di impar tire lezioni proprio al Cristo, e tal'altra, quando si vede incalzato da domande penetranti, alle quali non vorrebbe rispondere, cerca addirittura di sgattaiolare con pretesti poco seri; ma il Cristo lo richiama, e non lo lascia libero finché non ha ammesso tutte le sue colpe, con convinzione e sincero pentimento. E quando don Camillo l'ha fatta davvero grossa, il Cristo rimane muto, e non gli parla più finché lui non ha fatto penitenza. E lo stesso Peppone ha una coscienza: Guareschi non ce la rappresenta, perché non è una coscienza cristiana: ma c'è, e prova ne è che anche Peppone sa ammettere con onestà i propri errori. Se qualcuno - scrive Guareschi - "si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma
il mio Cristo: cioè la voce della
mia coscienza. Roba mia personale, affari interni miei" (G. GUARESCHI,
Mondo Piccolo: don Cannilo, Milano, Rizzoli, 1952, p. XXXVII).
38 Su Radio B90: G. GUARESCHI,
Ritorno alla base, cit., in particolare pp. 141-196; A. RAVAGLIOLI,
Storie di vana prigionia nei lager del Reich millenario, Roma, Anrp, 2002; S. FRONTERA,
I militari italiani internati a Wietzendorf, tesi di laurea, Università degli Studi di Roma La Sapienza, Facoltà di Sociologia, A.A. 2003-2004; V NOSEDA,
Radio B90: un'esperienza di comunicazione in ambito concentrazionario, tesi di laurea, Università degli Studi di Roma, Facoltà di Scienze Politiche, A.A. 2003-2004.
39 "Fu allora che, aiutato da un gruppo di amici della mia baracca (la n. 90) fondai 'Radio B90'. Rubac chiato un vecchio apparecchio radio ricevente e costruito con mezzi di fortuna un microfono, la parte tecnica risultò a posto perché, installato sul frontone della baracca, l'apparecchio radio ricevente funzio nava da diffusore, mentre il microfono, installato sotto una tettoia dietro la baracca, funzionava egregia mente da emittente. Radio B90 funzionò da maggio fino alla vigilia del rientro. E potè pure spostarsi per distrarre compagni che attendevano in altri campi o in qualche ospedale. I programmi erano congegnati piuttosto bene perché comprendevano rapide chiacchierate orientative composte sulla base di notizie captate attraverso la radio, piccola posta, scenette e raccontini umoristici, le canzoni del Lager eccetera" (G. GUARESCHI,
Vita con Giò, Milano, Rizzoli, 1995, p. 241).
40 Primo annuncio, Wietzendorf 26 maggio 1945 (AG, Radio B90,
busta trasmissione n. 1, ff. 3-4).
41 Dalla rubrica
Piccola posta: "4-6-945 Cara Radio B90, dacché hai iniziato le tue trasmissioni, Guare schi è diventato l'incubo della mia Camerata. Il suo nome viene pronunziato in media 30 mila volte al giorno, ed entra in tutte le manifestazioni della nostra vita quotidiana. Così, per esempio, c'è chi mangia alla Guareschi, chi sorride alla Guareschi; c'è il soffritto alla Guareschi e lo spezzatino alla Guareschi. [...] Vorrei conoscerlo perché, vedi, vale la pena conoscere quel tale che è riuscito con la sola forza della sua dialettica, a rivoluzionare l'anima di 50 ragazzi. [...] Egli è l'uomo del giorno" (AG, B90,
b. trasm. n. 2, f. 29).
42 Esempi: "5 giugno 44 l'alto spirito dei soldati che si addestrano in Germania - Il soldato Domenico Quadrone così si esprime: Cara mamma, non stare in pensiero per me, perché quelli che dicono che in Germania si sta male, sono dei disgraziati" (AG, B90,
b. trasm. n. 8, f. 27). "22 - Novembre - 1943 - Tu mi capisci, soldato italiano, e sai già quale è la tua via - Il Duce e un eroico generale che nella carne portano il segno del sacrificio e dell'onore hanno rialzato la gloriosa bandiera della vera Patria" (AG, B90,
b. trasm. n. 2, f. 31).
43 AG, B90,
b. trasm. 2, ff. 48-49.
44 P Piasenti,
Giovannino Guareschi come l'ho conosciuto nei lager di Polonia, in «Il Fogliaccio», I, 1988, 1.
45 Anche in molti canti partigiani è evidente una rielaborazione dalla tradizione patriottico-militare, specialmente bersaglieresca e alpina, del resto coerente con le finalità prettamente belliche del canto in quel contesto: c'è tuttavia ancora ostinazione nel non volere spiegare tale fenomeno con la presenza di militari nelle formazioni partigiane. Sulla funzione del canto partigiano cfr. E. GRADASSI,
I canti partigiani come documento: materiali ed analisi su canti partigiani nell'Aretino, in I. TOGNARINI, a cura di,
Guerra di sterminio e resistenza: la provincia di Arezzo 1943-1944, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1990; un'interessante classificazione dei canti partigiani per derivazioni culturali è proposta in R. LEYDI, "Inni e canti della Resistenza",
Enciclopedia dell'antifascismo e della resistenza, Milano, La Pietra, 1976, vol. 3, pp. 56-71. Come si evince da uno tra i più noti reduci della Rsi (C. MAZZANTINI,
A cercar la bella morte, Venezia, Marsilio, 1995), anche i giovani che si trovavano dall'altra parte della barricata attingevano energie morali da gettare nella lotta proprio dal "loro" repertorio canoro, a conferma d'una derivazione (parzialmente) comune dalla tradizione militare. Anche in
Mondo piccolo entrano i canti militari: nel racconto "L'altoparlante" don Camillo diffonde le note
dell'Inno al Piave proprio mentre Peppone tiene un comizio antimi litarista, e al suono della musica il discorso di Peppone si trasforma in un fervorino patriottico (G. GUARESCHI,
Tutto don Camillo, cit., vol. 1, pp. 490 ss).
46 La canzone
Magri ma sani - vera e propria bandiera della resistenza collettiva nei lager nazisti - con densa la battaglia di contro-propaganda condotta a Benjaminow per contrastare la campagna d'arruola mento per le forze armate della Rsi, e ripresa a Sandbostel per osteggiare le adesioni al lavoro volontario: "È nata nell'estate dello scorso anno, a Sandbostel e non a caso, ma con uno scopo ben preciso. Era quella l'epoca dell'offensiva per il lavoro: si tentava in ogni modo e con ogni allettamento e con larvate minacce di avviare gli ufficiali al lavoro volontario. La canzone fu creata come risposta a quegli allettamenti e a quelle larvate minacce. Riprendendo il motto della vecchia baracca 18 di Beniaminovo, quando c'era in ballo la campagna per l'adesione alla Repubblica, Giovannino compose la canzone e Coppola la musicò. Magri ma sani: magri fisicamente, ma sani moralmente" (AG, B90,
b. trasm. n. 7, ff. 4-5; 15-16). Più pre cisamente, l'idea era nata da un disegno di Giuseppe Novello, che rappresentava l'uscita dal lager dell'uf ficiale optante per la Rsi, grassottello per l'aumento di viveri concessogli dai tedeschi subito dopo l'ade sione; l'optante salutava con la mano il collega che restava internato, mentre campeggiava il motto, ap punto, "magri ma sani" (V.E. GIUNTELLA,
Il ritorno a casa, in P. VAENTI, a cura di,
Il ritorno dai lager, Cesena, Il Ponte Vecchio, 1996, p. 79).
47 Proprio la canzone
Carlotta, che rappresenta il dramma di tutti gli Imi che a causa della prigionia non hanno visto nascere i propri figli (che perciò non dicevano "papà" ma "marito di mammà"), è stata inse rita nello spettacolo teatrale di e con G. TEDESCHI,
Smemorando: la ballata del tempo ritrovato, regia di G. Fenzi, portato sulle scene nella stagione 2005-2006. Va ricordato che le canzoni
Magri ma sani e
Carlotta furono eseguite nel corso del convegno "Il ritorno: partigiani, internati politici e razziali" (Cesena, 20-21 ottobre 1995), e raccolte in musicassetta; i testi sono pubblicati nel volume P VAENTI, a cura di,
Canti della Resistenza italiana all'estero, Cesena, Il Ponte Vecchio, 1995, pp. 64-66. In uno scritto pubblicato postumo così Guareschi raccontava l'origine della canzone: "Si avvicinava, dunque, il Natale del '44 e il mio pensiero correva continuamente a casa. Anche perché, a casa, c'era qualcuno che non conoscevo. Sempre dispettosa, la Pasionana aveva aspettato che io mi trovassi in un campo di prigionia da ben duemesi per venire al mondo. La cosa mi aveva fatto perdere la calma quando, alcuni mesi dopo, io l'avevo saputo: a tal punto che scrissi - mi vergogno a confessarlo - i versi di una canzonetta che farebbe sbudellare dalle risa i Beatles-fans. In essa, lo squinternato paroliere, dopo aver informato che la Carlotta se ne stava sul balcone ad aspettare quel papà che non aveva ancora visto, costringeva la piccola infelice a cantare roba come questa: 'Chi sa chi sa, come sarà / questo famosissimo marito di mammà / forse avrà i baffon / la pipa ed il baston / e gli occhiali col cordon / Chi sa chi sa che scassatissimo papà...'. Una cosa da far rabbrividire: tanto più che, rivestita di musica, la patetica scemenza diventò il successo canzonettistico dell'estate 1944, e la si sentiva cantare un po' dappertutto nel campo" (G. GUARESCHI,
Vita con Giò, cit., p. 224). È inutile soffermarsi sulla genialità della trovata che alla bambina di quasi due anni fa vedere il papà vittorioso nonostante le condizioni miserevoli nelle quali egli le si presenta: "Ed ecco appare all'angolo uno splendido guerrier, / le stelle ha sul cimier, / d'argento è il suo piastrin: / il giustacuore azzurro ed i bottoni tutti d'or: / è il babbo! E torna quasi vincitori" Forse soltanto per gli occhi innocenti dell'infanzia gli Imi sarebbero potuti apparire come vincitori.
48 AG, B90,
b. trasm. n. 8,1 9.
49 AG, B90,
b. trasm. n. 7, f. 7.
50 Scrisse Guareschi nel dopoguerra: "La prigionia, per comprenderla, bisogna viverla. E per ricordarla, bisogna riviverla. Non si può avere l'esatta sensazione di quelle sofferenze ripensando alla vicenda cumu lativa. Occorre considerarla tappa per tappa. Niente visioni panoramiche, ma dettagli. Scegliere, nei film arrotolati dentro i casellari della memoria, un fotogramma solo" (A. BERRETTI,
Attenti al filo, cit., p. 3).
51 Così annotava nel proprio diario un ufficiale alla data dell'8 giugno 1945: "Alla radio parla Guareschi. Parla bene: il martello del Capitano Novello, la morte di quell'ufficiale che voleva metter l'asciugamano al filo, c'era una volta il treno, c'era una volta la razione tedesca, c'era una volta il castello; noi ti comprendiamo, Guareschi: ma quelli a casa!" (R. TURRINI, a cura di,
Memorie: Mario Turrini profugo, orfano di guerra, soldato, internato militare, Trento-Arco, Il Sommolago, 2005, p. 224).
52 Mi ha riferito l'ex-Imi Gaetano Montanari che il nostro comune amico Cirillo Milzani, anch'egli un ex-Imi, da tempo ammalato, poco prima di morire, appena qualche mese fa, gli confidò nel corso di un colloquio di essere in attesa di quel "treno fantasma" di cui parla Guareschi in
Diario, cit., p. V. Al tempo stesso vado riscontrando che alcuni ex-Imi che proprio in questi giorni stanno scrivendo i loro memoriali (di scarso interesse storiografico, purtroppo, perché troppo tardivi e troppo condizionati dalla lettura di altri testi ormai classici) fanno un ricorso continuo e quasi furioso a espressioni e immagini guareschiane, quasi che, anche a più di sessant'anni da quelle vicende, non vi sia altra forma per esprimere la condizione e lo spirito dell'internato militare.
53 A. Ferioli,
Imilitari internati, l'altra Resistenza, in «Il Resto del Carlino», 24 aprile 2003.
54 AG, B90,
b. trasm. n. 6, ff. 14-18.
55 AG, B90,
b. "trasm. milanesi", ff. 4-7.
56 AG, B90,
b. trasm. n. 2, f. 10.
57 AG, B90,
b. "trasm. milanesi", f. 17.
58 AG, B90,
b. trasm. n. 2, f. 11. Anche nell'attività letteraria e giornalistica del dopoguerra il sentimento di riconoscenza verso i caduti ritorna periodicamente, e assume quasi i contorni d'una rivisitazione del tema classico della discesa agli inferi compiuta per fare atto di contrizione e al contempo per acquisire sapienza dai defunti: come nel caso di Ulisse, Orfeo, Enea, Psiche, Persefone, Ercole, e perfino - seppur con motivazioni diverse - lo stesso Gesù Cristo, il rapporto con i morti è ammissione della nostra insuf ficienza (e quindi della necessità di avere sostegno dai defunti) e insieme tentativo di portare i morti dentro alla vita. A testimonianza della frequenza con cui ricorre il tema dei morti, basti ricordare un confronto fra don Camillo e Peppone nel racconto
Autunno, dove a Peppone che boicotta le celebrazioni del 4 novembre ritenendole "sporca propaganda militarista, guerraiola e monarchica" l'arciprete risponde: "Sei su una strada sbagliata, Peppone. Qui non si tratta di esaltare una guerra. Si tratta di rendere un omaggio di riconoscenza a coloro che in quella guerra hanno sofferto e ci hanno rimesso la pelle" (G. GUARESCHI,
Don Camillo, cit., p. 290). Quello stesso culto maniacale dei caduti fu all'origine del violentissimo articolo con cui nel 1959 Guareschi - con toni eccessivi e per la prima volta, forse, davvero inappropriati - si scagliò contro Mario Monicelli, colpevole a suo dire d'aver oltraggiato i 600.000 morti del 1915-18 con il film
La Grande Guerra, d'ispirazione troppo macchiettistica (A. GNOCCHI,
Giovannino Guareschi, cit., pp. 267-270). Nuovamente nel 1963 dedicava il suo
Il Compagno don Camillo ai soldati americani morti in Corea, ai soldati italiani morti in Russia nel combattimento o nei lager staliniani e ai preti emiliani assassinati dai comunisti, tutti idealmente accomunati come caduti sul campo della lotta anticomunista (G. GUARESCHI,
Il compagno don Camillo, cit., p. XI). L'ultima parola la dice don Camillo all'antimilitarista don Chichì, in quella seconda metà degli anni Sessanta in cui il militare era equiparato all'assassino: "La sua campagna contro la guerra [...] è giusta: ma non si può trattare da criminali coloro che l'hanno combattuta e, magari, ci hanno rimesso la salute o la vita" (G. GUARESCHI,
Don Camillo e i giovani d'oggi, cit., p. 58). Nel racconto
Ricordando una vecchia maestra di campagna, la festa degli alberi indetta dalla scuola diviene occasione per ricordare la maestra deceduta e gli ex compagni di scuola morti anzitempo: per Peppone gli alberi sono come il legame tra la vita e la morte: la morte che sta sotto e la vita che sta sopra: "E ciò significa che l'avvenire è alimentato dal passato. Guai a coloro che non coltivano il ricordo del passato: sono gente che seminano non sulla terra ma sul cemento" (G. GUARESCHI,
Lo spumarino pallido, cit., p. 39).
59 I cinque articoli rispettivamente in: AG, B90,
b. trasm. n. 2, f. 9;
b. trasm. n. 4, f. 15;
b. trasm. n. 4, f. 25;
b. trasm. n. 8, f. 2;
b. trasm. n. 8, f. 68.
60 Come ad esempio è testimoniato dall'appassionato dibattito che si svolse sulle pagine di un periodico realizzato in un Campo assai poco conosciuto, per il quale rimando a: A. FERIOLI,
"Ritorno": giornale degli ex internati militari italiani del campo di Osnabrück, in «L'Impegno», XXIV, 2004, n.s., 2, pp. 29-51.
61 AG, B90,
b. trasm. n. 4, fogli vari.
62 Sicché Enrico Zampetti, che riferisce questa circostanza, annotava in una lettera del 12 maggio 1945: "Dio ci faccia ora capaci e degni del compito per il quale abbiamo voluto conservarci incontaminati" (E. ZAMPETTI,
Dal lager: Lettera a Marisa, Roma, Studium, 1992, p. 356). Francesco Ierace scrive nei suoi ricordi posteriori: "Non conoscevamo il volto dell'Italia libera. Eravamo certi, però, di quello che la no stra Italia aveva intenzione di essere per il futuro. Ma era un'Italia distrutta, povera e piagata dove c'era tutto da ricostruire dalla coscienza alle case. Eravamo certi che ci attendeva con ansia perché aveva biso gno anche del nostro aiuto provato dall'esperienza del dolore, una esperienza di violenza sadica, morale, materiale, psicologica che ci aveva fatto imparare la pazienza, la sopportazione e la fermezza per fronteg giare le prove successive della vita a livello personale e come contributo alla rinascita della democrazia nel nostro Paese" (F. IERACE,
La resistenza dei militari italiani, in «Sud Contemporaneo», VI, 2005, 1-2, p. 46). E indicativo dello stato d'animo del reduce anche il discorso tenuto da Orlando Lecchini poco più di due mesi dopo il rimpatrio, a Pontremoli, l'11 novembre 1945 in occasione della Giornata del reduce: l'oratore, dopo aver ripercorso le tappe della prigionia in Germania, fissava i proponimenti etici che pos siamo così riassumere: l'impegno di portare il frutto dell'esperienza concentrazionaria
nella famiglia, con i principi morali e religiosi conquistati nei lager;
nella società, senza nulla chiedere in riconoscimento del sacrificio compiuto ma senza appartarsi da essa, per realizzare un'autentica giustizia sociale;
nella patria, contribuendo con la propria integrità sia pubblica che privata alla rieducazione morale degl'italiani (O. LECCHINI,
Per non chinare la testa: Un lunigianese nei lager nazisti, Pontremoli, Editrice Il Corriere Apua no, 1988, pp. 149-158). In altre parole gli Imi in attesa di rimpatrio ritenevano che la loro esperienza di guerra e di internamento li avrebbe resi portatori di un "valore aggiunto" a beneficio della società: inten dendo il lager come una sorta di iniziazione, la maturità raggiunta dai reduci avrebbe potuto contribuire a vaccinare contro nuove follie, anche in nome dei morti di cui essi avrebbero costituito il monumento vivente. Invece la delusione per una società che considerò i reduci soltanto come soggetti destinatari di sussidi o benefici combattentistici - nel migliore dei casi -, e tese a marginalizzarne l'esperienza, sovente rifiutandosi di prestarvi ascolto, indusse poi di conseguenza il disadattamento di molti di questi. Negare un contributo dei reduci alla ricostruzione morale del paese equivalse insomma a negare il significato stesso del termine "veterano" nella sua accezione più strettamente etimologica (sul reducismo in generale cfr. J. HILLMAN,
Un terribile amore per la guerra, Milano, Adelphi, 2005, pp. 47-49). Perciò uno di essi scrisse che "davvero c'era una guerra da continuare nella pace ed intendevamo non disertarla, sostenuti dagli stessi valori che avevamo coltivato nei due anni di prigionia" (A. RAVAGLIOLI,
Quell'otto maggio nel lager nazista, in «Rassegna dell'Anrp», XXIII, 2002, 5-6). Sul ritorno degl'italiani reduci dalle diverse prigionie: A.M. ISASTIA, a cura di,
Il ritorno dei prigionieri italiani: tra indifferenza e rimozione, Roma, Anrp, 2006.
63 Sull'impossibilità di comprendere appieno le difficoltà del rientro del reduce nella società mi ha dato recente testimonianza il colloquio con un caro amico, ex-partigiano, deportato politico a Ebensee: dopo aver perduto la compagna di una vita, pochi mesi or sono, egli ha ripensato a tutte le tappe dell'esistenza vissuta assieme, e ne ha concluso - con un po' di meraviglia anche da parte sua, nonostante sia un attento studioso della deportazione - che il momento fondante della loro unione forse stava proprio nella grati tudine di lui, mai espressa compiutamente, per essere stato accettato e amato nonostante i terribili traumi subiti. Cosa difficile da capire, e ancor più da riportare in una nota a piè di pagina.
64 AG, B90,
B. trasm. n. 3, f. 18.
65 AG, B90,
b. trasm. n. 1, f. 6.
66 AG, B90,
b. trasm. n. 5, ff. 24-25.
67 G. GUARESCHI,
Ritorno alla base, cit., pp. 159 ss. Nella prefigurazione del disinteresse generale di pressoché tutte le componenti della società italiana intorno al sacrificio degli Imi, Guareschi dimostrò una delle doti migliori del giornalista: la lungimiranza. Il ritorno di Guareschi è narrato dallo stesso in
Italia provvisoria, cit., pp. 68-71.
68 AG, B90,
b. trasm. n. 7, f. 34.
69 Risposta alla lettera di Carlo M. (AG, B90,
b. trasm. n. 2, ff. 49-50). Sulla missione di don Pasa: A. FERIOLI,
Quel "buon compagno di prigionia": l'opera di don Luigi Francesco Pasa per gli internati militari italiani nei lager del terzo Reich, in «Ricerche Storiche Salesiane», XXII, 2003, 1, pp. 7-65.
70 A. RavaglioLI,
Quell'otto maggio nel lager nazista, cit.
71 Lettera datata 6 giugno 1945, a firma "Enrico l'Uccellatore" (AG, B90,
b. "piccola posta", f. 5).
72 Le quattro lettere qui sintetizzate sono rispettivamente in: AG, B90,
b. trasm. n. 8, ff. 53-54; f. 56;
i. 47; f. 49.
73 Lettera datata 2 giugno 1945. A tale critica la redazione rispose: "Siamo d'accordo con te. È neces sario un contegno dignitoso specialmente adesso che gli stranieri ci guardano e non soltanto quando si esce in massa ma anche quando ci è successo di uscire alla spicciolata" (AG, B90,
b. trasm. n. 7, ff. 19-20).
74 AG, B90,
b. trasm. n. 7, f. 32.
75 AG, B90,
b. "piccola posta", ff. 15-18.
76 Alcuni esempi. Un ufficiale commenta il caso di un soldato in prigionia a Leopoli che, richiesto da un capitano di mettergli qualche chiodo nelle scarpe, si rifiuta perché le sigarette offerte in cambio non sono di suo gradimento: "Come se noi non fossimo qui per la stessa ragione, per cui lui è qui, senza colpa nostra. Come se noi non fossimo stati richiamati, combattenti, sofferenti come lui... come se noi fossimo la sua rovina [...] Voglio sperare che sia un caso sporadico, quantunque abbia notato che qualche altro soldato si mostri verso di noi in modo non molto differente da questo. Anche da loro dunque ci dobbiamo guardare? Sono dunque riusciti a far credere che noi siamo colpevoli di tutto?". Lo stesso ufficiale in data 8 febbraio '44 annota che un collega ha fermato un soldato che rubava dalle cucine, per farlo punire, e subito gli altri soldati gli si sono fatti attorno gridando "E quando rubavate voialtri? Le pagherete tutte e tutti, altro che attendente" (R. TURRINI, a cura di,
Memorie: Mario Turrini profugo, cit., pp. 127; 154). Sempre a Wietzendorf un ufficiale di Marina attribuisce il rigore degli inglesi esclusivamente alle malefatte di soldati, civili e "zebrati" - ovvero i reduci dal campo di Dora, così detti per la divisa a righe - definendoli (ingiustamente) delinquenti comuni, razziatori e violentatori (E. COLANTONI,
Diario di prigionia 1943-45, Foligno, Editoriale Umbra, 1999, p. 179). Un anziano capitano, trasferito dopo la liberazione da Cross Hesepe a Veersen, in attesa del rimpatrio, è costretto ad andare a riempirsi il pagliericcio da solo perché i soldati di servizio non lo fanno: "E dire che in questo Campo, che è Campo per ufficiali, vi sono i soldati di servizio per tutti i servizi... che a loro piacciono. Poveri noi dove siamo ridotti!" (T.A. MELISURGO,
Una stona dal campo di concentramento: aprile-settembre 1945, Treviso, Jubal, 2005, p. 34). Il diario del caporal maggiore Tiziano di Leo, persona dotata di cultura e arguzia allora e oggi, offre invece il punto di vista del soldato nel descrivere il primo incontro con gli ufficiali dopo la liberazione, il 7 giugno: "qui a Strausberg ci sono cinquecento ufficiali i quali, d'accordo con il comando russo, hanno inquadralo tutti i soldati [...] in battaglioni, hanno imposto nuovamente la disciplina militare, hanno ripreso in pieno, o quasi, tutta la nauseante boria derivante dal grado, con il conseguente abuso di autorità. [...] Forse che non furono gli ufficiali, che ci consegnarono disarmati ed avviliti in mano ai tedeschi? Forse che non furono i veri traditori, quelli che non vollero eseguire, o non seppero, gli ordini che Badoglio aveva dato? Forse che non furono essi un tempo, come sempre, i padroni del soldato, coloro per i quali un uomo del reggimento cessava di essere un uomo per divenire un numero, uno schiavo? Noi soldati abbiamo avuto dagli ufficiali le punizioni ed i peggiori oltraggi che un uomo possa infliggere ad un altro uomo". Lo stesso Di Leo, di fronte a un colonnello dei Carabinieri che pretendeva che egli si mettesse sull'attenti, fece finta di non sentire, e ricevette per questo un lungo rimprovero sul dovere di salutare e di ubbidire (T. DI Leo,
Berlino 1943-1945: diario di prigionia, Fabriano, Centro Studi don Giuseppe Riganelli, 2000, pp. 264 ss.).
77 Un reduce racconta di essere sempre rimasto colpito dall'accoglienza ostile ricevuta dalla truppa sin dal febbraio 1941, quando giunse ad Asti per il corso Allievi Ufficiali: all'indirizzo dei giovani ancora in abito borghese furono lanciati insulti e minacce gravissime, al punto da lasciarli inebetiti. Soltanto succes sivamente si seppe che i soldati richiamati da oltre un anno, e già combattenti in Africa e Spagna, consi deravano gli studenti universitari della classe 1921 responsabili diretti dell'entrata in guerra dell'Italia, a causa delle manifestazioni inscenate nelle piazze (R. MEREGHETTI,
Le avventure di un giovane che andò soldato e fece la guerra... e altre cose piacevoli, Reggio Emilia, Tecnograf, 2005, pp. 6-7).
78 Così il sottotenente di vascello Enzo Colantoni comandato all'inquadramento dei soldati, di cui tuttavia si dichiara alfine soddisfatto (E. COLANTONI,
Diario di prigionia 1943-45, cit., p. 179).
79 Una critica esplicita riguardo al saluto è anche in una stringata e non completamente decifrabile let tera alla redazione (AG, B90,
b. trasm. n. 8, f. 52).
80 E noto un foglio d'ordini riservato del Partito Nazionalsocialista in data 5 dicembre 1943 - riprodot to in «Quaderni del Centro di Studi sulla deportazione e l'internamento», V, 1968, 5, pp. 72-76 - contenente istruzioni per il trattamento dei militari italiani deportati: al punto n. 9 indica l'opportunità di insistere nei confronto tra il tradizionale spirito di casta dell'ufficialità italiana e i rapporti camerateschi esistenti tra uf ficiali e truppa nell'esercito tedesco, allo scopo di far risaltare l'iniquità del "vecchio sistema".
81 L. GANAPINI,
La repubblica delle camicie nere, Milano, Garzanti, 1999, p. 37
passim. Certamente non è un caso che i provvedimenti presi dalla Rsi in sede di ricostruzione delle forze armate abbiano sempre insistito sul superamento dei privilegi del passato, prevedendo innovazioni quali l'accesso ai ruoli degli ufficiali direttamente dalla truppa e per meriti esclusivamente militari, l'abolizione dell'attendente e la condivisione dell'uniforme e del rancio.
82 Sulla ricostituzione del Regio Esercito così si esprimeva in dicembre un editoriale de «L'Unità», (edi zione meridionale) intitolato
Vogliamo un Esercito senza scudetto: "L'esercito fascista è stato battuto per ché i soldati erano maltrattati e malnutriti, perché il distacco fra ufficiali e soldati ne faceva un esercito di repressione sociale molto più che una forza nazionale. [...] Orbene, l'esercito che il preteso governo del re sta penosamente tentando di rimettere in piedi, assomiglia all'esercito fascista come una goccia a un'al tra goccia. Gli stessi capi incapaci e insolenti, [...] gli stessi quadri (salvo poche eccezioni) tecnicamente impreparati, politicamente corrotti, moralmente infidi: lo stesso ambiente mefitico, lo stesso disprezzo affettato dagli ufficiali per gli uomini". L'editoriale concludeva auspicando un esercito formato da "cittadini-combattenti", con capi "fedeli al popolo" ed epurato dagli "agenti del fascismo" e da "certi sottufficiali dei quali l'educazione fascista ha fatto, non dei soldati, ma degli sgherri vili ed arroganti" (P. SECCHIA-F. FRASSATI,
Storia della Resistenza: la guerra di liberazione in Italia 1943-1945, vol. 2, Roma, Editori Riuniti, 1965, p. 515). Come attesta la memorialistica, nel corso della risalita dell'Italia più volte i soldati del I Raggruppamento Motorizzato furono oggetto dell'animosità dei fautori dei partiti antifascisti montati dalla propaganda comunista, dal che nacquero risse e inni contro il congresso di Bari del Cln (E. DAMIANI,
Ci riconosceremo sempre fratelli: gli allievi ufficiali nella guerra di liberazione 1943-1945, Chiari, Nordpress, 2004, pp. 60 ss.; 92 ss.).
83 Un ufficiale medico impegnato nell'equa distribuzione delle poche risorse disponibili, riporta nel suo diario diversi episodi di soperchierie e furbizie compiuti da ufficiali superiori, così concludendo: "Ho avuto da fare con molti ufficiali superiori in tanti mesi di servizio d'infermeria; in pochissimi ho trovato l'uffi ciale veramente degno, tutti gli altri mi hanno sempre fatto pietà. Travolti dalla sventura non hanno mai dato un esempio di virile fortezza e sono degli opportunisti, dei deboli, senza peritarsi talora di ricorrere ai mezzucci ai quali i soldati stessi non ricorrono" (G. MARELLO,
Prigioniero 589: appunti di prigionia di un tenente medico, Asti, Espansione Grafica, 2002, p. 97). Un capitano a Veersen scrive a proposito di alcuni ufficiali che invadono i campi per rubare rape: "Quello che fanno tutti questi Ufficiali - specie quelli superiori, dai Maggiori ai Colonnelli - non si crede se non si vede" (T.A. MELISURGO,
Una storia dal campo di concentramento, cit., p. 76).
84 Lettera datata 5 giugno 45, a firma "SQUIK La suocera" (AG, B90,
b. "piccola posta", ff. 6-7). È in dicativo il fatto che le lettere di critica siano il più delle volte firmate con uno pseudonimo, a evitare le conseguenze di prese di posizione impegnative su argomenti molto caldi.
85 AG, B90,
b. "piccola posta", ff. 10-11.
86 Un ufficiale racconta che a Wietzendorf già il 16 aprile '45, poco prima dell'arrivo degli inglesi, "sono affluiti al campo degli ufficiali e dei soldati che erano andati al lavoro. Alle nostre ombre vogliono salvarsi la pelle. Il col. francese non li voleva accogliere. Ma Testa sì. E sono rientrati. Sono italiani. Tutta la po polazione di Wietzendorf stanotte è venuta al campo per salvarsi". Lo stesso annota, alla data del 4 mag gio '45, l'arrivo al campo di mille lavoratori italiani, e scrive di temere che si faccia "tutto un fascio" mescolando i resistenti "assieme a chi è uscito ha mangiato e ora è qui come se niente fosse" (R. TURRINI, a cura di,
Memorie: Mario Turrini profugo, cit., pp. 207; 218). Un capitano che si è sempre rifiutato di collaborare anche col lavoro, appena giunto a Veersen, nota alcuni ufficiali venuti prima "i quali, a quanto pare dai loro visi rubicondi e dalla loro muscolatura potente, debbono essere stati liberi lavoratori che, al momento dell'avvicinarsi della bufera, dopo la loro liberazione, hanno reputato conveniente rifugiarsi nei lager ove ora vigliaccamente cercano di nascondere ai comandi la loro qualità di ex-lavoratori volontari, ovvero la loro qualità di antipatrioti per aver collaborato col nemico" (T.A. MELISURGO,
Una storia dal campo di concentramento, cit., pp. 33-34). Sempre a Veersen nei medesimi giorni un altro capitano appun tava: "Altro motivo di malcontento, non solo per me. Il trattamento che sembra ci verrà riservato. Pre metto che parlo solo di noi ex prigionieri in Germania e solo degli ufficiali - quello che è avvenuto in Italia, o fra i soldati, non mi riguarda: da quanto ho potuto capire mi pare che in Italia si faccia ben poca differenza tra chi ha passato tutta la prigionia nei lager ed i cosiddetti collaborazionisti. E questo non è giusto". Lo stesso, sulla base del principio per cui "non è degno di essere ufficiale chi è mancato al pro prio dovere", auspicava per i lavoratori volontari almeno la degradazione e l'esclusione dai pubblici uffici: la posizione di questo ufficiale è singolare, in quanto egli riconosce come attenuante la motivazione ideale dei repubblicani, mentre per la debolezza di cui si sono macchiati i lavoratori non esistono scusanti; per entrambe le categorie egli sperava comunque che venissero chiamati a rispondere (G. BAGLIONl,
Diario: 12-9-43/9-9-45, s.l., s.e., f.c, 2005, pp. 81 e 32). Va detto che se le possibilità di operare la discriminazione erano aleatorie nei campi germanici liberati, ancor peggio le cose andarono nei pochi ospedali rimasti nei Balcani, liberati nell'ottobre 1944 e affidati alla sorveglianza dei partigiani: tutti gli ex-aderenti a quel punto si dichiararono resistenti, e il Comando inglese scelse la riappacificazione forzata. Talché - scriveva un tenente medico dopo la liberazione dell'ospedale di Atene - "molti che deliberatamente fanno del male, restano e resteranno impuniti e [...] altri possono salvare e godere vere fortune accumulate sulla sventura, sulla fame dei connazionali che hanno seguito la via del vero onore. La sofferenza, non lo ripeterò mai a sufficienza, che il prigioniero ha veramente sofferto è stata ancora una volta ironicamente beffata dalla vita goduta, spregiudicata e viziosa" (G. MARELLO,
Prigioniero 589, cit., p. 141
passim).
87 Anzi, ignorata a tempo debito dai Distretti Militari competenti, la problematicità nel distinguere le diverse situazioni si è col tempo aggravata, sia per la perdita di documentazione importante, sia per l'odierna propensione (agevolata in ciò anche dalla legge 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria) a trasformare il concentrazionario in spettacolo per il grande pubblico, con l'effetto d'indurci a prestare fede a qualunque "storia" ci venga raccontata dai reduci, a prescindere dalla sua documentabilità.
88 Ne fa fede la relazione (ricopiata da Guareschi) della commissione di discriminazione, sottoscritta l'11 giugno 1945 dai componenti e indirizzata al Comandante il Campo di Wietzendorf: "La Commissione ha indagato nei confronti di tutti gli ufficiali italiani che hanno dato la loro adesione alle SS naziste o alle bande repubblicane italiane o che hanno prestato la loro opera quali lavoratori in Germania, sia che si tratti di ufficiali di questo campo come di campi diversi, dei quali tuttavia abbia potuto avere notizia certa attraverso le segnalazioni di colleglli qui presenti. Hanno servito quale materiale d'indagine: - Gli elenchi di lavoratori volontari e di lavoratori obbligati compilati dal comando sulla scorta delle annotazioni rilevate sulle schede personali già tenute dal comando tedesco; - I rapporti informativi redatti dai capi camerata; - Gli elenchi sottoscritti dai dirigenti delle varie organizzazioni esistenti nel campo (Gruppi Reggimentali - Ass. d'Arma, Ass. Regionali); - Le dichiarazioni personali presentate e sottoscritte da singoli Ufficiali; - Le liste dei partenti per il lavoro corredate dell'annotazione della qualifica di volontario od obbligato, compilate da personale del comando su indicazioni raccolte al momento. Non sempre è risultata corrispondenza piena tra la qualifica contenuta in un documento e quella risultante da un altro. In tali casi la commissione ha adottato il criterio di attenersi ai responsi dei capi-camerata [...] Si è pervenuti così alla raccolta del materiale necessario a determinare per ognuno se è uscito dal campo per sua volontà o meno e si sono compilati i relativi elenchi. Ma non in tutti i casi ciò è stato possibile. Nei confronti di molti, il materiale a disposizione non ha consentito di stabilire la volontarietà o l'obbligatorietà del loro invio al lavoro. Costoro sono stati pertanto inclusi nell'elenco dei 'Casi dubbi' [...]. Dopo l'elenco degli aderenti alle SS naziste e alle bande repubblicane italiane la commissione ha infine redatto l'elenco degli ufficiali che sono stati assolutamente estranei alla questione del lavoro". La Commissione propose che a costoro fosse rilasciato "un attestato comprovante la loro presenza nel campo alla data della liberazione, e la loro ininterrotta permanenza di 20 mesi nei campi di concentramento tedeschi"; tutti gli altri si sarebbero dovuti intendere automaticamente riconosciuti collaborazionisti. La Commissione sollecitò inoltre la definizione di alcuni criteri da far valere per tutti gli ufficiali di qualsiasi campo: "1) Determinare le circostanze concorrendo le quali deve ritenersi che la precettazione tedesca sia stata obbligatoria. 2) In conseguenza stabilire se sia giusto equiparare la qualifica di lavoratore volontario tra chi è andato al lavoro in un periodo in cui la pressione tedesca non esisteva (nel nostro campo fino al sett. 1944) e chi si è deciso al tempo in cui ogni giorno venivano d'autorità precettati numerosi contingenti d'ufficiali e da parte del comando tedesco si affermava l'obbligatorietà del lavoro per tutti (fine gennaio 1945). 3) Decidere la qualifica da attribuirsi a quegli ufficiali che precettati obbligatoriamente hanno poi sottoscritta una dichiarazione di volontaria sottomissione all'autorità germanica. 4) Decidere la qualifica da attribuirsi a quegli ufficiali che precettati obbligatoriamente per un determinato lavoro si sono poi volontariamente prenotati per essere impiegati in altro modo. 5) Decidere la qualifica da attribuirsi a quegli ufficiali per i quali risulta che sulle loro schede personali hanno segnalato a domanda del comando tedesco il genere di lavoro a cui avrebbero preferito essere adibiti. 6) Decidere la qualifica da attribuirsi a quegli ufficiali che partiti volontariamente si sono senz'altro ricreduti tanto da essere inviati nei campi di punizione - rimandati in quelli di concentramento per essersi rifiutati di prestare il loro lavoro" (AG,
Grande diario, pp. 82-88).
89 Così Guareschi commentava la foto n. 63 di Vialli: "Sono lavoratori civili venuti da ogni parte a met tersi al sicuro nel Lager. Hanno lavorato, durante questo tempo, praticamente liberi; stavano benone grazie alla borsa nera, quasi tutti erano venuti volontariamente in Germania. Rientreranno assieme ai prigionieri, considerati, come loro, reduci e faranno un sacco di baccano" («Oggi», II, 11, 12 marzo 1946, p. 9).
90 R.P. DOMENICO,
Processo ai fascisti 1943-1948, Milano, Rizzoli, 1996, pp. 238-239.
91 AG, B90,
b. trasm. n. 3, ff. 18, 23, 24.
92 Lo scriveva proprio Guareschi nel
Diario : "Racconti di guerra: Russia, Croazia, Albania, Montenegro, Africa, cielo, mare. Qui si vivono mille vite, la guerra si moltiplica in mille episodi, e non è più una parola, ma un concetto di spaventosa, terrificante, infernale evidenza" (G. GUARESCHI,
Diario clandestino, cit., p. 39).
93 Questa citazione e la precedente da: G. Guareschi, "Riflessioni sulla situazione in Jugoslavia", fogli sparsi (AG, sez. lager). Sui cetnici: S. FABEI,
I cetnici nel conflitto mondiale: collaborazionisti e resistenti, in «Nuova Storia Contemporanea», IX, 2005, 5, pp. 31-62.
94 R. APOLLONIO,
La Divisione da montagna Acqui nelle isole toniche di Cefalonia e Corfù. Ordini, trattative, operazioni di guerra, rappresaglie. Cenni sulla continuazione della lotta a Cefalonia, in B. Dradi Maraldi-R. Pieri, a cura di,
Lotta armata e resistenza delle Forze Armate italiane all'estero, Milano, Angeli, 1990 (citazioni dalle pp. 426-427 e p. 444). S'intende che le annotazioni qui riportate non hanno alcuna pretesa di apportare un contributo decisivo alla risoluzione dei nodi controversi del dibattito in corso.
95 G. GUARESCHI, "Cefalonia", fogli sparsi (AG, sez. lager).
96 A. FERIOLI,
Gli Internati Militari Italiani nei lager nazisti: storia di una relazione perduta sull'Oflag 83 di Wietzendorf, in «Nuova Storia Contemporanea», IX, 2005, 2, pp. 83-98, e relativa bibliografia. Noi ovviamente non sappiamo il motivo per il quale Guareschi operò tali trascrizioni: forse non è fuori luogo pensare che il giornalista avesse in mente un'opera di ampio respiro sulla deportazione dei militari italiani in Germania da scrivere al ritorno in patria, e da corredare di testimonianze alle quali a quel punto non avrebbe potuto più accedere. Né è da escludere che ritenesse opportuno affiancare alla raccolta della documentazione per via gerarchica quella del cronista, nel caso in cui la prima fosse andata perduta o volutamente distrutta.
97 R. CHIARINI,
Le origini dell'Italia repubblicana (1943-1948), in G. SABBATUCCI-V. VIDOTTO, a cura di,
Storia d'Italia: la Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 15.
98 P. NELLO,
La "resistenza clandestina", cit., p. 44.
99 "La mia scuola di giornalismo politico io l'ho fatta in un lager", scrisse Guareschi nel 1954 (G. GUARESCHI,
Chi sogna nuovi gerani?, cit., p. 393); mentre qualche mese più tardi annotava due date cruciali della sua vita professionale: "8 settembre 1943 - 26 maggio 1954: la mia carriera di giornalista politico è incomin ciata onorevolmente in un Lager tedesco ed è onorevolmente finita in una galera italiana" (
Ibidem, p. 478).
100 Riportata in: A. GNOCCHI,
Giovannino Guareschi, cit., p. 246.
101 Per dirla con le parole di don Camillo, "la speranza, anche se è apparentemente originata da cause materiali, è sempre di origine divina" (G. GUARESCHI,
Tutto don Camillo, cit., p. 269).
102 Il che oltretutto porta a spezzare la successione delle fasi psicologiche attraversate dai deportati, così come definita dalla letteratura e riassunta in A. DEVOTO,
Il contributo della psicologia allo studio della deportazione: un consuntivo, in «Quaderni del Centro di Studi sulla deportazione e l'internamento», XI, 1983-86, 11, p. 10 passim: fase dello shock iniziale, comune a tutti i deportati, caratterizzata da arresto, trasporto e arrivo al campo; fase di adattamento al lager contrassegnata da fame, degradazione e repressione d'ogni sentimento; fase di rassegnazione segnata da insensibilità fisica e morale, obbedienza, depersonalizzazione.
103 P. NELLO,
La "resistenza clandestina", cit., p. 44.
104 G. GUARESCHI,
Don Camillo, cit., p. 126.
105 Difatti per costoro, secondo Primo Levi, l'unica facoltà rimasta, da difendere con ogni vigore, era "la facoltà di negare il nostro consenso" (P. LEVI,
Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2005, p. 36).
106 G. Guareschi,
Chi sogna nuovi gerani?,cit., p. 273.
107 G. LUGARESI,
La fortuna di Guareschi, in «Il Fogliaccio», XII, 1999, 26.
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