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Febbraio 1945: 2000 altoatesini, reclute della Wermacht, rifiutano di prestare giuramento al Fuhrer e vengono per questo inviati sul fronte dell'Est, da cui molti non tornarono • Parla un superstite, poi diventato prete • Don Pöder: «Non ci eravamo messi d’accordo prima, ma molti erano cattolici e non volevano aderire al nazismo»
di
Lorenzo Fazzini
Tratto da

del 29 giugno 2006
Fu uno dei protagonisti di quel gesto – semplice nella pratica, eclatante per la portata – di non prestare giuramento a Hitler come soldato della Wermacht. Allora aveva solo 19 anni e, grazie al suo buon bilinguismo (parlava bene italiano e tedesco), era stato assegnato agli uffici del Polizeiregiment Brixen. Oggi don Peter Pöder, originario di Lana, ha 80 anni, presta il suo servizio nella Curia vescovile di Bolzano, dopo diversi incarichi come cappellano di Silandro e Merano, quindi come decano a Kaltern (Caldano) per 18 anni. E quando ripensa a quel giorno piovoso del febbraio 1945 in cui negò la sua adesione al Führer, l’anziano e vispo sacerdote vaga con gli occhi al di là della finestra del suo ufficio e si specchia nel cielo terso alla ricerca del perché di una scelta così coraggiosa.
Reverendo, cosa la spinse a non giurare fedeltà a Hitler?
«Furono la mia fede cattolica e la mia formazione famigliare a non farmi prestare giuramento. In casa, mio padre e mia mamma ci avevano sempre ribadito che i discorsi di Hitler non erano cristiani. Con quel gesto i nostri capi volevano l’adesione di tutti noi soldati alla causa del nazismo: ma come potevo giurare se io avevo un altro credo?».
Perché i suoi commilitoni non risposero «Ja!» alla formula di giuramento?
«Ancora oggi non so spiegarmi questo gesto: io, personalmente, non avevo parlato con nessuno della mia decisione interiore e non sapevo che tutti avrebbero fatto così. Tra noi soldati non c’era grande comunicazione e soprattutto non veniva fatta alcuna propaganda antinazista».
Può raccontarci cosa avvenne di preciso?
«Ci radunarono per il giuramento di rito al termine del corso di addestramento: eravamo in 1400, di lì a poco dovevamo essere mandati nel Bellunese. Quando venne il momento del giuramento, si levò solo un brusio, un piccolo mormorio. Franz Hofer (il rappresentante di Hitler nell’Alpenvorland, ndr), arrivato per l’occasione a Bressanone, gridò 5 o 6 volte "Più forte, più forte!", per incitar ci ad alzare la voce. Ma nessuno lo fece. Hofer si stupì molto e sbottò: "Come è possibile che tutti stiano in silenzio?". Poi, ad un certo punto, furibondo, se ne andò. Venni a sapere, tramite il mio superiore, che Hofer aveva sentenziato: "Questo non è un giuramento!". E così venne deciso di inviarci al fronte orientale, in Slesia».
Come venne interpretato il vostro mutismo dai capi?
«Capirono benissimo che si trattava di una ribellione. Compresero molto chiaramente che noi volevamo respingere il nazismo e non aver niente a che fare con Hitler».
Lei, interiormente, come reagì al silenzio unanime dei suoi commilitoni?
«Pensai subito: è giusto così. Era il nostro modo di rifiutare una mentalità pagana. Molti di quei soldati erano credenti e cattolici, e non riuscivano a capire l’idea del nazismo. Certo, non avrei mai pensato a un castigo così pesante come l’invio sul fronte orientale».
Che voleva dire la morte quasi certa: sapevate che, non giurando, sareste incorsi nella punizione di essere spediti su un fronte pericoloso?
«No, non ne eravamo a conoscenza. Dopo pochi giorni noi del Brixen venimmo spediti in Germania e qui il battaglione venne sciolto, perché i capi temevano un complotto. Io mi ritrovai solo 3-4 compagni del vecchio battaglione».
Cosa le successe in seguito?
«In Germania venni inquadrato nelle SS e mi sarei dovuto sottoporre al cosiddetto "rito dell’impronta", con il quale ogni soldato scelto veniva segnato sul braccio con un marchio per segnalare – in caso di pericolo di vita e di necessarie trasfusioni di sangue – che lui era delle SS. Ma io non mi feci fare nulla e nessuno se ne accorse. Così, quando mi catturarono i russi, non trovarono l’impronta da SS e, anche grazie alla mia carta d’identità italiana, riuscii a salvarmi. Fatto prigioniero dai russi, scappai con 3 commilitoni, arrivai in Baviera, che era stata liberata dagli americani, e poi al Brennero. Quindi a piedi tornai a casa».
Per poi entrare in seminario …
«Sì. Finii il lic eo da privatista, feci la maturità nel 1947 e l’anno seguente a Innsbruck mi iscrissi alla facoltà teologica, dove ebbi il grande Karl Rahner come docente: un uomo umile, dalla fede che veniva dal cuore. Feci il dottorato in dogmatica con suo fratello Hugo. Poi fui ordinato prete e prestai il mio servizio in diverse parrocchie».
In che modo l’esperienza della guerra influenzò la sua vocazione?
«In casa si diceva spesso che il nazismo era contro la Chiesa, e per questo sapevo che il nazismo non era una cosa buona. Una volta tornato dalla guerra, mi resi conto che la fede cristiana faceva di un uomo una persona diversa dalle altre e le famiglie cattoliche erano differenti, più unite e aiutavano gli altri. Così ho deciso a diventare prete»
Quale significato ha avuto, per lei, il gesto di non giurare al nazismo?
«Nella nostra famiglia (eravamo in otto: anche il papà e due miei fratelli sono andati in guerra) mi avevano insegnato che chi aderiva al nazismo era su una strada sbagliata. Secondo i miei genitori Hitler era un uomo che non aveva la minima fede e che non aveva niente a che fare con i cristiani. Per questo quel giorno decisi di restare in silenzio».
Il caso
Gli eroi del Brixen, resistenti dimenticati

Chi l'ha studiato lo definisce «uno dei più grandi atti d'insubordinazione militare nei confronti dei nazisti». Ma soprattutto da un punto di vista civile la vicenda del Polizeiregiment Brixen ha dell'incredibile, perché dimostra la possibilità di una "diversa" resistenza a Hitler: circa duemila soldati (una cifra ricostruita, in assenza di documenti certi) arruolati a forza nell'esercito tedesco che, al momento del giuramento, rimasero in silenzio e non aderirono al nazismo. Per questo vennero puniti con l'invio sul fronte orientale, che nel tardo inverno del '45 significava la morte quasi certa, che arrivò per la metà di loro.
Lo storico trentino Lorenzo Baratter ha riportato alla luce la vicenda nel suo recente, documentato saggio
Le Dolomiti del Terzo Reich (Mursia), in cui vengono tratteggiate le vicende dell'Alpenvorland (Zona di Operazioni delle Prealpi), regione formata da Trentino, Alto Adige e zone montane del Veneto che, all'indomani dell'8 settembre, finirono sotto controllo nazista. Baratter ricostruisce la genesi di questo reggimento di polizia formato da 2 mila soldati: il 15 ottobre iniziò l'addestramento a Bressanone per compiti di rastrellamento contro i partigiani nel Bellunese. Ma accadde l'incredibile: a fine febbraio il Gauleiter (commissario supremo) Franz Hofer presenzia al giuramento delle reclute secondo la solita formula: «Giuro a te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te l'ubbidienza fino alla morte, che Dio mi assista». Ma - è la ricostruzione di Baratter - «duemila soldati restarono in silenzio. Nessuno fiatò. Nonostante le minacce e il tentativo di ripetere il giuramento, nessuno degli uomini del Brixen fece mai il suo giuramento ad Hitler».
«Un pezzo di storia che si è voluto dimenticare»: questa la conclusione del giovane studioso. Il motivo? «La vicenda di quei duemila soldati che non giurarono a Hitler non giovava a nessuno. Questo reggimento era composto da italiani, altoatesini, ladini; da persone che nel '38 avevano optato per la Germania e altri rimasti dalla parte dell'Italia. La Resistenza "politica" non si è mai interessata a questo fatto perché non era strumentalizzabile, soprattutto a sinistra».
E quali furono invece le radici di un ammutinamento così particolare? Baratter le descrive così: l'addestramento durissimo, la convinzione religiosa, il trattamento malvagio dei nazisti nei confronti di questi soldati. Resta un dato: «In tutta la storia del Terzo Reich non si trova un altro precedente del genere», chiosa lo storico. A più di sessant'anni da quel gesto, la coraggiosa testimonianza degli "eroi dimenticati" del Brixen viene ripresentata come una gemma di coraggio civile e morale che parla ancora oggi.
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