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Sono sicuramente fascisti i fautori della violenza politica che, all'inizio, è solo verbale • Quella degli attivisti arrabbiati e minacciosi è una specie che da noi continua a prosperare
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi l'8 settembre 2010
Tutti danno del fascista a tutti: in Italia, negli ultimi sessant'anni, è stato una specie di sport nazionale, come la lapidazione degli eretici in Iran o il rodeo in Texas. Di solito sono esagerazioni, naturalmente. Persino i postfascisti, che accusano di «squadrismo» i loro avversari politici, erano evidentemente meno fascisti di quanto, in tempi anche recenti, credessero loro stessi. «Fascista», col tempo e le nespole, è diventata un'accusa sempre più vaga, sempre meno legata a un qualsiasi contesto storico e politico. Si è «fascisti» come si è imbecilli, o anche soltanto antipatici a qualcuno. «Fascista» è ormai una specie d'insulto razzista. Come «finocchio», o «terrone».
Ciò non toglie che si possa essere fascisti anche in senso proprio. Si può essere nostalgici del Ventennio, per esempio; anche se quella dei nostalgici, non fosse che per motivi anagrafici, è ormai una specie in estinzione. Oppure si può essere fascisti in quanto fautori della violenza (all'inizio soltanto verbale) in politica; e quella degli attivisti arrabbiati e minacciosi è una specie che da noi continua invece a prosperare. Anche dopo Piazzale Loreto l'Italia è stata sempre piena di «fascisti» di tutte le possibili sfumature. Erano fasciste le bombe dei primi gruppuscoli mussoliniani nel dopoguerra. Erano peggio che fasciste, negli stessi anni, le trucide imprese dei partigiani stalinisti. Erano fascismo puro, con tutti i loro ridicoli richiami a Trotzky o al Presidente Mao, i gruppuscoli sessantotteschi, quelli clandestini come quelli legali (era facile distinguerli: i primi usavano mitra e pistole, i secondi fionde e spranghe). Erano fascistissimi gli eredi, anche qui sia occulti sia legali, della Repubblica di Salò fino allo scioglimento dell'Msi e alla nascita d'Allenza nazionale: i bombaroli assatanati, i parlamentari in camicia nera, i pistoleros adolescenti, i vecchi e giovani rimbambiti che continuavano a salutare, due Ventennii dopo, col braccio teso. Tangentopoli, infine, ha diffuso il morbo «fascista» (tutti in galera, anzi tutti al muro, legge e ordine, democrazia imbelle e plutocratica, magistrati a noi) in tutte le direzioni. In particolare a sinistra, tra gli eredi dei sessantottismi e del partito comunista, per una loro tradizionale e costitutiva inclinazione all'iperbole e alla violenza.
Oggi sono «fascisti» in senso proprio, e dunque potenzialmente pericolosi, i giustizialisti puri e duri di Beppe Grillo, che danno allegramente del «mafioso» al presidente del senato, gl'impediscono di parlare alla festa del partito democratico e poi, per bocca di Beppe Grillo in persona, rivendicano il diritto d'insultare e togliere la parola a chiunque non appartenga alla loro banda: il blog dei trinariciuti. Sono fascistissimi, e persino più pericolosi, i commandos dipietristi che, a nome d'un partito rappresentato in parlamento, che raccoglie qualcosa come il sei o sette per cento dei voti su scala nazionale, hanno fatto lo stesso servizio a Marcello Dell'Utri (stava presentando i suoi pretesi Diari di Mussolini, a dimostrazione che in Italia la lingua batte sempre dove il dente duole).
Si tratta, almeno per ora, e finché dura, d'una deriva soltanto culturale: le vene del collo di Tonino Di Pietro che si gonfiano sempre fin quasi (ma solo quasi) a scoppiare, i «vaffa» di Beppe Grillo, il Fatto quotidiano di Marco Travaglio e Antonio Padellaro, i discorsi trucidi da bar. Ma non ha torto Giampaolo Pansa quando scrive che dalle parole ai fatti la strada è breve, e per di più tutta in discesa. In Italia (dove la democrazia è sempre gobba e storta, e dunque qualcuno la deve pur raddrizzare) è già stata percorsa anche troppe volte. Morale: siamo sempre lì, a doverci guardare dall'«eterno fascismo italiano», come lo chiamava Leonardo Sciascia.