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Fini ha risposto a tutto. Nulla sugli affari del cognato

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La sua scelta si spiega soltanto con l'ipotesi che per lui, parlare, sia peggio che tacere • Pericoloso ignorare tali accuse che, in passato, hanno affondato più di una carriera politica
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi il 7 settembre 2010

Niente «ribaltone», dice, e nessun «nuovo partito», cioè nulla di memorabile. Ma è soltanto l'inizio del discorso. Alla fine della predica, il nuovo partito è nato e c'è anche una mezza minaccia di ribaltone nell'aria: un governo benedetto dal Pd, se la coabitazione si rivelasse impossibile, per cambiare la legge elettorale. Gianfranco Fini, a Mirabello, Ferrara, aveva un cappello e dentro il cappello, se non c'era un piccione, poiché «non siamo ornitologi», nel senso che non siamo interessati «né ai falchi né alle colombe», c'era in compenso un coniglio: la richiesta d'un patto di legislatura.

Non è una richiesta da poco. Anzi è una richiesta (come direbbe Francis Scott Fitgerald) «grande come l'Hotel Ritz». È cioè una di quelle richieste che un partito (specie ai tempi della prima repubblica, ma anche dopo) presentava a un altro partito in vista di un'alleanza di governo. Fini, attraverso i suoi portavoce, l'aveva anticipata già nei giorni scorsi, ma a Mirabello è stata formulata in via ufficiale dal leader di Futuro e libertà, o Fli, una sigla politica nuova di zecca. Un partito senza elettori, eppure già dotato d'un discreto numero di parlamentari (di cui il Cavaliere, secondo il suo costume, sta tentando la riconquista offrendo prebende e allungando zuccherini). Futuro e libertà, che per il momento è ancora una specie di banda giovanile, con le sue strette di mano segrete e i suoi segni di riconoscimento ma senza un'identità precisa, antiberlusconismo a parte, aspira a diventare la «terza gamba» della maggioranza, come ha detto l'ex cofondatore con un'espressione stravagante. Quanto alle altre due «gambe», sono la Lega, naturalmente, e «Forza Italia allargata», cioè quel che rimane del Popolo della libertà dopo l'allontanamento dei finiani dal Popolo della libertà, che con ciò ha finito d'esistere, paf, bum, bang, patatrac, come direbbe Tommaso Maria Marinetti, il futurista originario (che Gabriele d'Annunzio, uno che si guardava raramente allo specchio, considerava «un cretino fosforescente»). Quale idea dell'Italia coltiva il nuovo partito? Fini non l'ha detto e in fondo non ha importanza. Per il momento basti sapere che non c'è decisione del governo (dai «tempi tecnici» del federalismo al destino dei precari della scuola, condannati dal governo alla disoccupazione e all'indigenza soltanto per risparmiare qualche miserabile miliardo di euro, quando ce ne sono tanti) che non vada ridiscusso da capo a fondo col presidente della camera e con i suoi nuovi colonnelli, da Italo Bocchino in giù. In particolare sono i costi del federalismo a preoccupare Futuro e libertà. Con «costi» qui s'intendono gli effetti che il federalismo fiscale potrebbe avere sulle entrate delle regioni meridionali. Va benissimo il federalismo, infatti, «ma non a scapito del Meridione», e soprattutto non a scapito dell'«unità nazionale, di cui ricorre quest'anno il 150mo anniversario», ha ricordato Fini ai suoi seguaci. No (in pratica) al federalismo fiscale e difesa a spada tratta del pubblico impiego, precari in testa: non sarà un'identità precisa, ma è a tutti gli effetti un programma elettorale. Solo che non è il programma elettorale del centrodestra ma quello del centrosinistra e dell'opposizione. Adesso il cerino è a Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Che cosa faranno? Torneranno a invocare le elezioni anticipate? Daranno tempo ai futuristi d'organizzarsi in vista di elezioni da tenersi alla data che decideranno insieme con Pier Luigi Bersani? Che cosa dicono i sondaggi?

Com'era facile prevedere, il presidente della camera non ha neppure accennato all'affaire monegasco e alle altre faccende della famiglia Tulliani, salvo che per lamentarsi dell'«ignobile campagna di stampa» di cui è stato vittima insieme con la sua signora (e al cognato in Ferrari da 200. 000 euro, tanti da sfamarci per un anno almeno una ventina di precari). Sbaglierò, ma temo sia pericoloso ignorare simili accuse, che da Tangentopoli in poi hanno affondato, vere o false che fossero, più d'una carriera politica. A meno, naturalmente, che non ci siano alternative e che parlare sia peggio che tacere.




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