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di Michele Brambilla
Tratto da La Stampa del 7 settembre 2010
È azzardato cercare qualche punto in comune fra il botto che ha provocato Gianfranco Fini e quello che ha ottenuto il nuovo tg di Enrico Mentana? Forse no. E vediamo di capire perché.
Fino a qualche tempo fa i due appartenevano in qualche modo all’universo berlusconiano. Il primo, dopo una vita passata in quell’angolo in cui era relegato il neofascismo italiano, fu sdoganato nel 1993 con una battuta che è il vero esordio politico di Berlusconi («Se fossi un cittadino romano voterei Fini sindaco»). Dopo di che, per sedici anni Fini è stato per il Cavaliere un alleato fedele: per certi versi ancora più fedele di Bossi, visto che mai si è presentato alle politiche da solo (a differenza della Lega); e visto che meno di tre anni fa ha accettato di sciogliere il suo partito, An, per fondersi con Forza Italia.
Il secondo, Mentana, dei giornalisti delle aziende di famiglia non è mai stato uno dei più zelanti adulatori del capo: ma neppure si può dire che sia stato frondista, o men che meno infedele. Dal nulla, ha fatto del Tg5 un grande tg, regalando alla macchina mediatica di Berlusconi un formidabile strumento.
Adesso tutti e due se ne sono andati. Un po’ se ne sono andati e un po’ sono stati cacciati, mettetela come volete. In ogni caso, sono due «pezzi» importanti che il Cavaliere ha perso. Come è potuto succedere?
I berlusconiani più fedeli non hanno dubbi. Per loro la spiegazione è semplice: Fini è un ingrato e un traditore che se n’è andato in cerca di gloria personale; e Mentana è sempre stato, in realtà, «uno di sinistra».
Naturalmente ogni opinione è lecita. Ma come non riflettere su quanti «pezzi» ha ormai già perso il Cavaliere? Nessuno dimentica quella vecchia foto in cui sul palco della Casa delle Libertà Berlusconi era a fianco di Fini e Casini; ora è rimasto solo. Fini e Casini se ne sono andati, così come anni prima se n’era andato Montanelli prima ancora di cominciare, e così come poi se ne sono andati i professori arruolati per dare spessore e programma a Forza Italia, e così come appunto se n’è andato Mentana. Anche Giuliano Ferrara e forse Gianni Letta sono meno ascoltati di un tempo. Contemporaneamente sembrano essere andate via via ingrossandosi le file di consiglieri, collaboratori e parlamentari, insomma di tutta una schiera di fedelissimi che senza offesa non paiono dotati né di autonomia, né di grande acume, quasi a conferma di quel sempre ricorrente vizio che a un certo punto prende molti uomini di successo: il vizio di circondarsi di figure nelle quali l’accondiscendenza conta più del talento. In parallelo, sono diventati più schierati e soprattutto più aggressivi i media che in qualche misura sono riconducibili al premier.
Dire che chi se n’è andato è un traditore, sedotto dalla sinistra, è una risposta ricorrente nel mondo berlusconiano. Ma a parte il fatto che se così fosse si tratterebbe di un singolare caso di salita sul carro degli sconfitti, non è mai diventato di sinistra Montanelli, non lo sono diventati i «professori», non s’è alleato con la sinistra Casini. E nonostante certe battute, con la sinistra non passa Fini, che anzi a Mirabello ha rispolverato icone e citazioni da vecchio Msi. E non fa certo un tg di sinistra, a La7, Enrico Mentana.
Tanti abbandoni sono piuttosto il sintomo, forse, della delusione di tutto un mondo moderato che comincia a considerare non mantenuta quella promessa di «rivoluzione liberale» (meno tasse, Stato più leggero eccetera) e che comincia a essere stufo di un’informazione e una politica fondate più sullo scontro e sulle contumelie che sui contenuti. Sarebbe un grave errore pensare che quelli di Fini e di Mentana siano solo casi di una personale revanche. Il successo che i due stanno ottenendo in questi giorni (nonostante certe battute su «percentuali da prefisso telefonico», i sondaggi danno Futuro e Libertà attorno al sei per cento; e Mentana ha portato il Tg di La7 dal 2, 5 al 10 per cento di ascolti) ci dicono invece che c’è un popolo che non ci sta più al gioco dell’«o di qua o di là», e che vorrebbe qualcosa di nuovo dalla politica e dall’informazione. Ci dicono, insomma, che forse qualcosa sta cambiando davvero.