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Venezia, Vallanzasca vince le primarie

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di Alessandro Boschi
Tratto da cronache di Liberal del 7 settembre 2010

Il film di Michele Placido Vallanzasca - Gli angeli del male è un film molto divertente, ben diretto, benissimo recitato dal protagonista Kim Rossi Stuart e con una perfetta ricostruzione degli anni Settanta. Il guaio è che la lettura che viene data delle vicende del "bel René" è invece del tutto sbagliata.

D'altra parte, sta diventando una moda piuttosto consolidata quella di trasformare delinquenti in quasi eroi, o comunque in gente che ha sì fatto del male (dei "disastri", come li definisce Vallanzasca-Stuart in una intervista), ha sì ucciso della gente, è sì stata condannata ad ergastoli e a centinaia di anni di reclusione, ma in fondo solo perché si sentiva attratta dal alto oscuro dell'anima, ma che comunque ha sempre mantenuto un proprio codice d'onore. Alla faccia.

La lettera apparsa ieri sul Corriere della Sera firmata da Emanuela Piantadosi, Presidente della Associazione vittime del dovere, afferma quella che a noi pare una verità e un principio incontestabili: «Non è ammissibile riscrivere la storia e una memoria collettiva dei fatti che riguardano spietati assassini attraverso le loro logiche». Michele Placido, che da regista brillante e spregiudicato qual è si è fatto prendere la mano, ha davvero esagerato. La pellicola, va detto, ieri mattina è stata accolta da molti applausi, e noi crediamo che al regista in fondo interessasse solo questo. Perché se avesse avuto un po' più a cuore tutte le vittime che Vallanzasca ha lasciato dietro di sé, tutte le rivolte fomentate in carcere di cui peraltro non c'è traccia nel film (se non in maniera indiretta), avrebbe trattenuto la smania di schierarsi decisamente dalla parte del suo affascinante protagonista. Cosa che fa in maniera ancora più palese, ma dubbi non v'erano, mettendo la propria foto accanto a quella di Stuart-Vallanzasca in una immagine che mostra delle riviste dell'epoca che molto risalto davano al boss della Banda della Comasina. Un messaggio nemmeno tanto subliminale.

Francamente, fossimo stati nei panni del regista, avremmo fatto lo stesso film, avremmo raccontato la stessa storia, ma non ci saremmo serviti di un pericoloso riferimento come il bandito milanese. Ma si sa, Vallanzasca "tira". Che poi il film è pure divertente, ed è esattamente qui che risiede il rischio. Rossi Stuart che parla in dialetto milanese, che fa lo sbruffone dimostra da un lato quanto egli sia sempre più bravo e quanto la regia abbia insistito nella creazione di un personaggio simpaticamente sfrontato, solo un filo assassino, come dicono a Milano. Che fino a prova contraria ha provveduto all'esecuzione di Massimo Loi, membro della sua banda che il bel René, non tollerando il suo pentimento, ha provveduto ad uccidere in carcere con le proprie mani (e il rassicurante appoggio del branco…). Naturalmente in tutto ciò sarà stata trovata una rispettabile coerenza in quanto il comportamento messo in atto risponde a uno dei due principi del Vallanzasca pensiero: il primo è che non si traffica in stupefacenti, il secondo che non bisogna pentirsi mai. Chi canta merita di morire. Insomma, il ritratto che esce del criminale nativo di Lambrate ha molti più lati positivi di quanto non siano quelli negativi. Anche la ricostruzione degli scontri a fuoco, in particolare l'assalto all'Esattoria civica di Piazza Vetra a Milano tiene conto della versione di Vallanzasca, che sostiene l'esecuzione di un suo compagno, freddato mentre era già a terra. Ed è questo che Placido ci mostra. La verità diventa quella del bandito, perché la verità è diventata quella del film. D'altra parte, la glorificazione del criminale Vallanzasca era nell'aria, se è vero che la produzione del film aveva fatto sapere alla stampa di non aver voluto deliberatamente portare Renato Vallanzasca in carne ed ossa al Lido per fare pubblicità alla pellicola. Segno che un po' di riguardo, di timore per l'eccessivo rumore, c'era. D'altro canto, nulla di male a fare film sui criminali (la storia del cinema ne è piena); nulla di male ad accettare il chiaroscuro degli personaggi negativi, ma certo confondere i personaggi con gli eroi è un espediente pubblicitario molto ambiguo. Comunque...

Poi, si va alla conferenza stampa e si scopre che non ci abbiamo capito nulla. Afferma Placido: «Il mio non è certo un film assolutorio. Quello che fa Vallanzasca è fin troppo chiaro: ammazza poliziotti, scanna il suo amico più caro in carcere. Se uno vede una glorificazione non ha capito. È un criminale fino in fondo ma un criminale con una sua etica del male». Ma Michele Placido pensa che siamo tutti scemi? Evidentemente sì. A parte la discutibilità di una formula come quella indicata dal regista: «etica del male». Vallanzasca possiede l'etica del male. Ci sembra interessante invece, ed onesto, quello che dice Kim Rossi Stuart: «Pensavamo fosse giusto mettere il protagonista sulla graticola e far emergere sia il bene sia il male. E speriamo di esserci riusciti». Ma Kim Rossi Stuart ammette di avere visto solo un premontato, e forse non sa che questo bene e questo male hanno subito una bella "indirizzata" dal regista. In favore del protagonista. Forse però la spiegazione sta in un'altra dichiarazione di Placido: «Ci sono persone che stanno in Parlamento e hanno fatto peggio di Vallanzasca». Vero o non vero che sia, non sta certo a noi dirlo, va da sé che se proprio questi «signori che hanno fatto peggio di Vallanzasca ci fossero» in futuro volesso promuovere la produzione di un film su di sé, saprebbero a chi rivolgersi.




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