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Nessuno lo dice, ma ormai l'Italia è in svendita

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di Giancarlo Galli
Tratto da cronache di Liberal del 7 settembre 2010

Di quel che veramente sta maturando nel retrobottega della finanza e dell'imprenditoria i comuni mortali ben poco capiscono.

«Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere», m'ammoniva mia nonna, una Carlotti di Gallarate, mentre s'apprestava a vendere (ora direi piuttosto "svendere"), boschi, terre ben coltivate, pascoli, per "far sonante", a dispetto della parentela. I ricordi dell'ava, un tantino cinica ed opportunistica ma apparentemente premurosa e sollecita, mi perseguitano innanzi agli ultimo Fatti & Misfatti che cronisti pur intelligenti ci propongono in versione zuccherina e adulterata. Comprensibile: in Italia (caso unico al mondo) i media sono direttamente controllati da baroni dell'economia, che lasciano dire e scrivere quel che fa loro comodo.

Carlo De Benedetti per Repubblica, gli Agnelli per La Stampa, la Confindustria di Em- ma Marcegaglia per il Sole 24 Ore, una conglomerata di "potentissimi" (da Giovanni Bazoli a Luca Cordero di Montezemolo, Diego della Valle, Cesare Geronzi, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera), sulla plancia di comando del Corriere della Sera); la famiglia Caltagirone al Messaggero. Quanto alle Tv, il circuito filo-berlusconiano (non pago dell'influenza su Il Giornale e Libero), ha voce in capitolo, e che voce!, su Mediaset ed almeno due terzi della pubblica Rai. Definire questa galassia "la voce dei padroni"non è quindi né azzardato né provocatorio.

Così, a farla breve, al "contadino" (la stragrande maggioranza degli italiani), s'ammaniscono soporiferi ed insipidi brodini, ad evitare di spiegare quel che bolle in pentola. Straordinario spettacolo, degno di una troupe di fantasisti-alchimisti, innanzi alla realtà. Siamo al cospetto di una Fiat, da un secolo e passa fiore all' occhiello dell' imprenditoria nazionale, che sotto l'abilissima regia di Sergio Marchionne, sta progressivamente riducendo la presenza in Italia. Sulla scia, industriali come i Merloni, chiudono e delocalizzano. La sacralità (antica) dei contratti di lavoro è posta in discussione: lavorare di più, con busta-paga alleggerita. Non che gli imprenditori abbiano tutti i torti. In molti (troppi) casi, un sindacalismo castal-ideologico-corporativo, incurante per insensibilità alla mondializzazione dell'economia, aveva posto le nostre aziende "fuori mercato". Pesante al riguardo, la cultura ottocentesca della Fiom-Cgil. Ma, sia registrata senza acredine polemica, pure la posizione del nostro Ministro Maurizio Sacconi, ex socialista ed ora berlusconiano doc, che con zelo degno di miglior causa, cerca di conciliare l'inconciliabile.

Che la Fiat, con la prossima ristrutturazione (scissione del settore auto), molli gli ormeggi da Torino è ormai scritto. Dopo il matrimonio con la Crhysler officiato da Barack Obama, sarà più americana che italiana. Il boccone è amaro, ma bisogna prenderne atto. E faremmo bene ad interrogarci sui perché. Domanda rivolta a quelle legioni di economisti che per lustri hanno strologato sui vantaggi dell'internazionalizzazione, la caduta delle frontiere. Dalla Fiat ad Unicredit, uno dei nostri colossi bancari. (L'altro, il San Paolo-Intesa). Se il tandem Marchionne- Agnelli va trasferendo il baricentro da Torino a Detroit, l'amministratore delegato di Unicredit, Alessando Profumo, s'è gettato con entusiasmo nelle braccia dei soci libici. Tripoli infatti, acquisito il 7 per cento del capitale attraverso le sue società finanziarie, diverrà il primo azionista. C'è da avere timore degli investimenti sponsorizzazioni dal colonnello Gheddafi? Innanzi al montare delle polemiche, nel piccolo mondo antico della finanza si replica con sommessa argomentazione: «I libici sono azionisti come gli altri...». Qualcuno, sottovoce argomenta. Primo, la Libia, nonostante tutto, è sempre stata riconosciuta dalla comunità internazionale come "zona d'influenza"italiana. Si tira in ballo la guerra italo-turca del 1911 contro l'Impero Ottomano, e quel che ne seguì. Gheddafi, nella sua ultimissima e fresca visita a Roma, gli abbracci col premier cavalier Silvio Berlusconi, non avrebbe in sostanza altro fatto che riallacciare uno storico legame. Secondo. La Libia non ha una classe dirigente adeguata alle dinamiche economiche mondiali. Ricchezza "transitoria e transuente", la sua. Legata all'estrazione di un petrolio che fra qualche decennio potrebbe esaurirsi. Perché non sfruttare l'opportunità? Quindi, lasciamoli entrare, coi loro petrodollari, nelle nostre aziende... Oltretutto, in materia abbiamo esperienza da vendere: negli Anni Settanta, il dominus di Mediobanca Enrico Cuccia salvò la Fiat portando i libici nell'azionariato, salvo successivamente sbarazzandosene. Quali timori, allora? Non bastasse, in virtù dei più recenti accordi, in un gran balletto di miliardi (investimenti- risarcimenti nostri), profitti petroliferi, in Libia costruiremo strade, raffinerie, ogni sorta di opere pubbliche. Quasi un giroconto! Sarà vero? Nel frattempo, i tripolini s'apprestano a conquistare una posizione dominante nell'azionariato di Unicredit, e gli addetti ai lavori (in Borsa) assicurano che stavano rastrellando il titolo da tempo, profittando della sua debolezza, poiché la Banca naviga al pari dell'intero settore, in acque non proprio calme. Sennonché, coi libici in posizione dominante, gli interrogativi sul "che faranno?"si moltiplicano. Facendo tremare i polsi, qui passando dal terreno finanziario a quello politico, ai tre maggiori azionisti attuali: il tedesco Dieter Rampl (presidente dell'Istituto) che rappresenta i soci mitteleuropei, la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e soprattutto la Fondazione CariVerona di Paolo Biasi. Soffermiamoci un attimo su questo personaggio, potentissimo quanto poco conosciuto, poiché allergico alle luci della ribalta: non a caso ribattezza to "La sfinge". Sino a poche settimane fa, era il primo azionista di Unicredit, e da quella posizione spalleggiato da Dieter Ramp e dalla Fondazione CRT teneva sotto scacco l'amministratore delegato Alessandro Profumo. Questi ha però deciso di liberarsi dalla stretta, lasciando spazio ai libici senza avvertire della mossa gli altri soci di riferimento. Tant'è che la Consob, l'organismo di controllo delle società quotate in Borsa, a buoi scappati, ha aperto un'indagine, per verificare il rispetto delle regole. Delle due l'una, comunque. I libici sono davvero "azionisti come gli altri" e non covano ambizioni egemoniche, come sostengono il finanziere franco-tunisino Tarak Ben- Ammar (per inciso grande amico di Silvio Berlusconi) e l'ambasciatore di Tripoli a Roma Abdulhafed Gaddur, oppure... gatta ci cova. Non sarà che a latere dei recentissimi trattati siglati a Roma da Berlusconi-Gheddafi esistano protocolli aggiuntivi e segreti? Il timore od il sospetto, chiamiamolo come si preferisce, prende corpo nell'establishment finanziario, e non solo.

Le ricadute "in politica" sono state immediate. Facendo tuonare il quotidiano leghista La Padania, che dà voce alle ansie del Governatore veneto Luca Zaia, del sindaco di Verona Flavio Tosi, del neogovernatore piemontese Roberto Cota. Alle ultime elezioni regionali, conquistati Piemonte e Veneto, i colonnelli bossiani avevano immediatamente posto gli occhi sulle Fondazioni bancarie (dove le nomine dei consiglieri dipendono dalle amministrazioni locali), con l'intento di entrare nelle "stanze dei bottoni" della finanza. Ed il settantenne veronese Paolo Biasi, ricco industriale ed immobiliarista, un passato di flirt dalla Dc a Massimo D'Alema, s'era con balzo gattopardesco schierato con gli uomini del Carroccio. Senonché il cambio di cavalli di Alessandro Profumo, imprevisto e forse imprevedibile, li ha spiazzati. Tuttavia Bossi non pare avere intenzione di chiedere spiegazioni a Berlusconi che «non può non sapere». Perché? Unicredit è al centro di altre manovre. Dai 4700 esuberi preannunciati per il prossimo triennio, alla cessione di Pioneer (180 fondi d'investimento) al francese Crédit Agricole. Già, i francesi. Vincent Bolloré, l'imprenditore transalpino con una robusta partecipazione in Mediobanca, va manifestando il proprio interesse per le Generali. Lì, un modesto investimento non gli ha impedito di arrivare nella terna dei vicepresidenti. Provvisoria conclusione. Grandi e tutt'altro che trasparenti manovre sono in corso ai piani alti della finanza, del banking e dell'industria nazionale. Eppure se ne parla poco, comunque con linguaggio cifrato, comprensibile solo agli addetti ai lavori. Anche coloro che hanno in qualche misura le mani in pasta, si chiedono se dietro le quinte (con quale regista?) non sia in atto un trasferimento strisciante, verso l'estero. Libia, Francia, Usa. Con sostanziale distacco dalla Germania, sino a poco tempo fa partner privilegiato. Chissà perché di tutto ciò nessuna discussione in Parlamento. Alla faccia di ogni elementare principio di democrazia finanziaria.




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