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di Peppino Caldarola
Tratto da Il Riformista del 6 settembre 2010
È stato facile profeta Giorgio Napolitano quando giorni fa pronosticò per il “processo breve” la stessa fine della legge sulle intercettazioni telefoniche.
Solo che questa volta non è stata la guerriglia parlamentare ad affossare le nuove norme sulla giustizia ma un gesto unilaterale di Silvio Berlusconi che ha tolto il processo dai cinque punti su cui chiederà la fiducia in Parlamento.
Il realismo ha spinto il premier a evitare le trappole parlamentari anche se molti credono che nei prossimi mesi verranno avanzate dal Pdl nuove proposte che mettano al sicuro Berlusconi dai fendenti della spada di Damocle giudiziaria. La rinuncia di ieri è contenuta in un messaggio rivolto ai militanti ma diretto principalmente a Fini e ai suoi parlamentari ai quali, in caso di ritorno indietro, il premier ha promesso una sicura rielezione nelle prossime elezioni politiche.
L’estate folle del centrodestra si conclude con una mezza marcia indietro. Probabilmente è tardi per riparare una frattura che si sta rivelando insanabile ma sicuramente è in atto il tentativo di riduzione del danno. Il “processo breve” faceva parte di quel 5% di dissenso sul documento del Pdl raccontato dai finiani all’indomani del summit agostano di Berlusconi. Sparito il 5% è quasi certo che in Parlamento il governo troverà la fiducia. Ma basterà questo a garantirne la vita?
Lo stato maggiore berlusconiano adesso teme le elezioni anticipate anche se non cessa di metterle in conto. I sondaggi non sono entusiasmanti per il Pdl, il governo tecnico non è svanito all’orizzonte. In ogni caso Berlusconi non vuole apparire come il killer della legislatura. Il messaggio di ieri lascia il cerino acceso nelle mani di Gianfranco Fini che oggi a Mirabello dovrà delineare lo scenario della sua quarta svolta. Se romperà sarà indicato come il responsabile dello scioglimento delle Camere. Se si limiterà a rivendicare la propria autonomia restando nella maggioranza, sposterà più in avanti i termini dello scontro finale. Berlusconi e Fini sono arrivarti esausti a questo appuntamento settembrino. Fini è ancora al centro di una campagna stampa che ne ha indebolito l’immagine. Berlusconi deve fare i conti con il fallimento del blitzkrieg mediatico. Sono entrambi dimezzati, dovranno provare a convivere con le armi in pugno. Berlusconi, cacciando i dissidenti, ha guadagnato la piena disponibilità del suo partito pagando il prezzo di una navigazione parlamentare piena di scogli. Il presidente della Camera afferma la sua leadership ma deve trovare il suo elettorato. Finisce così una lunga stagione politica.
Ancora una volta di fronte alla durissima guerra fra i cofondatori e alla prospettiva di una difficilissima pace fra di loro, si inserisce il protagonismo di Giulio Tremonti. Il ministro dell'Economia continua a volare alto sul campo di battaglia. Nell’intervista di ieri a Repubblica si ingegna in una operazione-monstre. Quattro sono gli aspetti politici rilevanti del suo intervento. C’è un messaggio ottimistico rivolto alla pubblica opinione sulla tenuta del paese e sulla conclusione del periodo più terribile della crisi. C’è la definitiva conversione europeistica che fa dimenticare lo scetticismo di qualche anno fa. C’è un appello all’opposizione per varare assieme una politica economica in grado di aggredire le fondamenta della debolezza strutturale della nostra industria e della nostra economia. C’è il tentativo di porre su nuove basi la ragione di vita del governo e di dare un senso al prosieguo della legislatura. Siamo sicuramente di fronte al più importante tentativo di affermazione di una nuova leadership. Probabilmente questo dato non è sfuggito a Berlusconi che vede con allarme il suo ministro ritagliarsi il ruolo di salvatore dell’economia e di ricucitore dei rapporti politici a tutto campo. Tuttavia anche Berlusconi non può fare a meno del “traghettatore” Tremonti di fronte alla fragilità della sua nave e alle onde anomale provocate dal terremoto finiano. Siamo di fronte alle prove tecniche di una nuova lunghissima transizione.