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Mondadori. Mancuso ha deciso: seguirà la coscienza, ma solo dopo aver rispettato il contratto.
di Ubaldo Casotto
Tratto da Il Riformista del 4 settembre 2010
I dilemmi etici personali vanno compresi. Soprattutto quando, invece che venire vissuti nel privato della propria coscienza (là, pare, va coltivata solo la fede) vengono esternati sulle pagine dei giornali in modo da divenire problema pubblico, discrimine della moralità, se non di un popolo almeno della sua classe intellettuale.
Comprendiamo quindi il busillis che attanaglia il filosofo-fiscalista Vito Mancuso, maturato in lunghi anni di collaborazione con una nota casa editrice, un rovello che gli ha lavorato dentro, che gli ha roso le budella libro dopo libro fino a quando è successo l'irreparabile: una legge ad aziendam che sana un contenzioso fiscale della suddetta casa editrice con l'erario. (Va detto che non si tratta di briciole, ma non vorremmo buttarla in quantità, per l'animo morale conta solo il principio, non la somma.) Basta! ha eruttato la kantiana legge morale che era in lui (in Vito), non si può scrivere per gente così. E ha affidato a un editore puro, la debenedettiana Repubblica, il suo grido di dolore alzando il dito accusatorio: ma come fate voi (Scalfari, Prosperi, Augias...) a continuare a scrivere per Mondadori? Non vi tormenta il rimorso per averlo fatto in passato e non vi vergognate a continuare a farlo in futuro?
Non erano propriamente queste le sue parole, il teologo stipendiato dal don Verzé che vorrebbe diventare Papa per andare ad abitare in Africa (e che quindi continueremo a tenerci in Italia insieme a Veltroni) sa usare il linguaggio della dissimulazione, ma la libera parafrasi rende bene quel che è rimasto impresso del suo pensiero.
Gli hanno risposto in tanti. Sostanzialmente dicendogli: ti hanno mai censurato? ti hanno respinto libri? ti hanno chiesto di scrivere certe cose? non ti hanno promosso abbastanza? ti hanno boicottato? A noi non è successo, hic manebimus optime.
Mancuso ha atteso il pronunciamento di Eugenio Scalfari (nel frattempo ha continuato a lavorare al suo prossimo libro per Mondadori) e ieri, sempre dalle colonne di Repubblica, ha pronunciato la sua sentenza. Dapprima, ancora in forma di domanda: «A) l'autore ha il dovere di verificare la correttezza etica (e non solo giuridica) del proprio editore? B) l'autore ha il dovere di chiedersi quali investimenti sostiene con il profitto da lui generato?». Poi fornendo la risposta: «Io penso che discutere pubblicamente delle pubblicazioni sia qualcosa di molto utile se non un dovere, e penso che alle due domande poste sopra si debba rispondere con un netto sì: l'autore ha il dovere di vagliare la correttezza etica della sua editrice (e del Gruppo al quale essa fa capo) e si deve chiedere a quali investimenti contribuisce con il profitto generato dalle vendite delle sue opere». Poi, sputtanando tutti i suoi colleghi autori Mondadori, in primis il Fondatore e illustri firme del quotidiano su cui scrive: «So bene che non tutti possono sempre permettersi questa battaglia, perché esprimere pubblicamente il proprio pensiero è un privilegio abbastanza raro. Primum vivere deinde philosophari, questa antica massima di saggezza vale per tutti, nessuno è chiamato a fare l'eroe. Per quanto mi riguarda poter esprimere liberamente il mio pensiero coincide con la possibilità di “combattere la buona battaglia”, per riprendere la celebre espressione di san Paolo. Naturalmente non condanno nessuno né chiamo nessuno a crociate, mi permetto solo di dire che provo ammirazione per tutti quegli intellettuali che, potendo permetterselo, evitano di contribuire con i proventi delle loro opere a finanziare quel conflitto di interessi che è “la madre di tutti i problemi”». Infine, dimostrando che la logica e il coraggio non sono il punto forte dei pensatori morali: «Cerco solo di dare il mio contributo perché l'Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi. Quando avrò il concluso il volume per il quale ho un contratto in essere con la Mondadori tirerò le logiche conseguenze di tutto questo ragionamento, come lo stesso farò per un piccolo saggio che avrei dovuto consegnare entro dicembre all'Einaudi per un volume a più autori a cura di Gustavo Zagrebelsky». Traduciamo: prima finisco il libro per il quale sono sotto contratto con Mondadori e poi, libero da obblighi contrattuali, li manderò a quel paese.
Ma come? Siamo di di fronte alla «madre di tutti i problemi», annunciamo una «battaglia» per la verità e la purezza del lavoro intellettuale in nome di un ideale etico che non accetta compromessi, tiriamo addirittura in ballo san Paolo (ché anche lui scriveva lettere per l'editore sbagliato?), prospettiamo la ciclopica impresa di far dismettere l'Italia dall'essere il «paese dei furbi»... e ci nascondiamo dietro il rispetto del contratto? È vero che una grande legge morale dice «pacta sunt servanda», ma anche quelli col diavolo?
Suvvia, caro Mancuso, getti il cuore oltre il contratto! Se «Parigi val bene una Messa», la purezza della sua anima e la liberazione del paese valgono bene una penale.