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Boeri, che errore! Così Milano è persa di nuovo

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Disperazione. Non serve un nuovo sindaco, ma una nuova classe dirigente. Per cacciare i mercanti dal tempio.
di Marco Vitale
Tratto da Il Riformista del 4 settembre 2010

Trovo la notizia della candidatura di Stefano Boeri alla carica di Sindaco di Milano scoraggiante. Niente da dire sulla persona, che è un ottimo architetto, è una persona per bene e mi sembra anche animato da una certa sincera passione civile. Ma è scoraggiante che si faccia una scelta così necessariamente perdente e così priva di un sottostante pensiero politico. La sua storia, la sua professione, i suoi necessari coinvolgimenti con i grandi immobiliaristi e con la giunta Moratti, il suo impegno per Expo 2015, lo fanno la persona meno adatta a guidare il grande cambio di marcia culturale e morale del quale Milano ha un disperato bisogno. Insomma sono totalmente d’accordo con Dario Fo.

Io ho fatto il grande errore di sostenere Ferrante e non voglio ripetere un errore simile. Questa città, prima di parlare di sindaci e di programmi deve interrogarsi sui suoi nodi politici di fondo, che vanno affrontati con decisone. Oppure no? Questi punti, a mio parere, sono soprattutto tre:

1) Contenere lo strapotere degli immobiliaristi, alcuni dei quali, in questi anni, hanno svolto la funzione di sindaco effettivo della città e che la crisi rende finanziariamente più deboli e per questo politicamente ancora più pericolosi;

2) Allentare il soffocante assedio di Comunione e liberazione su sanità, attività fieristiche, sviluppi urbanistici e sul “controllo delle tessere” per ogni posizione di qualche rilievo nell’ambito degli enti locali e attività connesse, in competizione con la Lega;

3) Incrinare l’alleanza affaristica tra Comunione e liberazione e la Lega delle cooperative.

Affrontare questi nodi è passaggio obbligato per dare voce a quella parte di città che non ha voce da venti anni e più: alle periferie, agli artigiani, ai piccoli imprenditori, agli studenti, ai poveri, agli intellettuali non allineati, al sociale e al grande mondo del volontariato, ai giovani alla ricerca di lavoro, ai giovani creativi e innovatori, agli anziani e ai longevi, insomma a quella parte di città che, ormai da tanto tempo, è senza voce; e per liberare tutte le energie utili per indirizzarle verso un progetto comune di rinascita e di rivitalizzazione. Poi verrà il programma. Ma è su questi grandi temi politici primordiali che bisogna sin d’ora confrontarsi.

È Stefano Boeri, al di là della sua volontà, in grado di affrontarli con decisione e indipendenza; ha l’esperienza necessaria per gestirli; ha la forza di mandare al diavolo, quando necessario, quelli che sino a ieri e ancora oggi sono i suoi grandi clienti? La mia risposta è un no grande come uno dei bellissimi palazzi disegnati e costruiti da Stefano Boeri.

Pisapia, per la sua diversa esperienza professionale, per la sua sicuramente maggiore indipendenza dagli interessi costituiti, perché sa di diritto e di organizzazione giudiziaria (fondamentali in tutta Italia ma soprattutto a Milano), perché non è un tecnocrate, perché ha fatto politica, perché ha una passione civile e politica più forte, evidente e sperimentata, ha maggiori possibilità di fare bene. Ma prima deve essere eletto. E per esserlo deve cambiare metodo e tavolo da gioco. Sino a che si parlerà di scelta del sindaco come di una passerella personale, come si trattasse di una specie di sfilata di moda, si perderà sempre. Vincerà sempre la Moratti o chi per essa, vincerà sempre chi ha più denaro. Al denaro si possono contrapporre solo o più denaro o persone, idee e onestà. Milano non ha bisogno di un nuovo sindaco, ma di una nuova classe dirigente. Perciò Pisapia deve crearsi una base politica culturale più vasta di quella della ristretta componente politica in cui ha svolto sinora il suo impegno politico. Deve creare da subito una squadra forte, ampia, significativa, trasversale, che trasmetta il non equivoco messaggio che non pretende di fare una corsa personale ma vuole essere il catalizzatore per un cambio di cultura politica e di classe dirigente e realizzare un migliore equilibrio di interessi, cosa che si può fare solo con una squadra.

Bisogna cambiare tavolo da gioco. Mentre gli altri corrono l’inseguimento individuale, lui deve correre l’inseguimento in squadra. E deve prendere posizione forte, non equivoca sui grandi nodi politici sopra ricordati che questa città deve affrontare per tentare di uscire dal pantano, che sono nodi politici e non tecnici e quindi nodi di interessi e di potere. Deve alzare una grande non equivoca bandiera: il Municipio di Milano deve ritornare a essere la casa comune di tutti, dare speranza ai sogni e ai ricordi della città. Deve dire, anzi urlare, senza timori: caccerò i mercanti dal tempio.

Dopo la candidatura di Boeri e il senso di scoraggiamento che essa mi ha trasmesso, è ritornato in me un pensiero amaro e non nuovo: in Italia e a Milano il rinnovamento non può più venire da sinistra; può venire solo dall’interno del centrodestra. Così mi sono augurato, per disperazione, che si ricandidi Albertini.




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