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di Cesare Maffi
Tratto da Italia Oggi il 2 settembre 2010
Alfredo Biondi, nome storico del liberalismo italiano, ha chiesto a Silvio Berlusconi di convocare la direzione nazionale del Pdl.
I motivi addotti sono più che fondati: «La gravità e importanza e le conseguenze politiche della situazione in atto richiedono un franco dibattito e precise assunzioni delle responsabilità collegiali». Nella direzione Biondi individua «la sede statutaria propria» per discutere e deliberare sulle possibili soluzioni ai contrasti emersi. Giustamente l'ex ministro ed ex vicepresidente della Camera asserisce che molti la pensano come lui, ma non esplicitano le richieste.
Tutto vero. Un partito serio riunirebbe i propri organi, in uno stato di prescissione quale si è determinato (non solo con Gianfranco Fini: si veda il caso siciliano). Vero pure che molti esponenti del Pdl mugugnano e vorrebbero un luogo di dibattito interno, ma non osano avanzare richieste, per timore di future punizioni espresse con la non reimmissione in lista.
Però è pur vero che fin dalla fondazione di Forza Italia, cui Biondi diede solido contributo, mai Berlusconi ha avuto e voluto un vero partito. Delle «sedi statutarie» il fondatore-proprietario si fa un baffo. Il «franco dibattito» lo lascia a riunioni ridotte di consiglieri, i quali spesso gli consigliano quel che egli vuol sentirsi consigliare. L'uomo è fatto così. Se si prende il Berlusconi macchina di voti e di seguito popolare senza alcuno alla pari, bisogna prendersi pure il Berlusconi strafottente quanto a regole di partito, decisionista sulla base di personalismi, nemico di qualsiasi condizionamento dei propri seguaci, per capaci e validi ch'essi siano.