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di Edoardo Narduzzi
Tratto da Italia Oggi il 2 settembre 2010
I Tea party stanno animando la politica americana. Con gli ultimi sondaggi, che danno i repubblicani in vantaggio di ben dieci punti alle prossime elezioni di novembre, il presidente Barack Obama è stato costretto a cambiare strategia.
Archiviato il monopolio keynesiano nello staff dei suoi economisti, visti gli scarsi risultati ottenuti sul fronte dell'occupazione, il primo cittadino americano ora punta alla riduzione delle imposte per il ceto medio. Lo aveva promesso già nel 2008 in campagna elettorale, ma poi è stato costretto a dirottare i soldi pubblici verso le banche e le imprese da salvare e quindi il programma è rimasto sulla carta. Ma ora sono proprio quelli che qualche anno fa si consideravano ancora ceto medio ad animare le riunioni dei Tea party. I nuovi conservatori americani sono populisti perché non sono più un ceto di mezzo tra gli operai e la ristretta élite capitalistica del Novecento. Adesso sono, più modestamente, membri di una classe massificata dai nuovi meccanismi di produzione e consumo a livello globale. Aspirerebbero a essere ancora ceto medio e per questa ragione corrono a frotte ai Tea Party che spopolano ovunque negli Usa. Sognano la tranquillità e le certezze del ceto medio americano degli anni settanta o ottanta che nessuno può più offrire. Neanche Obama. Neanche Barack, che ai loro occhi appare come un pericoloso comunista. Per questo è un po' sorprendente che la campagna elettorale americana si stia giocando tutta intorno a un protagonista ormai scomparso dall'azione sociale. Il ceto medio è un idealtipo di una classe che, prima, fu (prodotta dall'innovazione mercantile e borghese) e poi venne rafforzata dalla rivoluzione industriale. Essa non è più, quindi, uno strato politico distinto al quale la politica può rivolgersi direttamente. Correttamente, i Tea party evocano i piaceri passati del ceto medio per far leva politica sul populismo e accrescere il proprio peso parlamentare. Offrono il sogno di un passato che si vorrebbe riacciuffare e che non c'è più, per colpa della globalizzazione, dei cinesi, della troppa socialità obamiama e via di questo passo. Politicamente intelligente anche se non fa un programma di governo. Obama, invece, promette di ridurre le tasse a insegnanti che ormai si percepiscono come marginalizzati o a liberi professionisti in parte proletarizzati nei guadagni medi. La priorità, per loro, non è più la semplice riduzione delle tasse, bensì la sopravvivenza in una società che percepiscono come sempre più rischiosa. Non si sentono più ceto medio da tempo e sanno che non ritorneranno ad esserlo per qualche punto in meno di aliquota sui redditi. A loro Obama dovrebbe offrire un modello per sentirsi consumatori del ventunesimo secolo rassicurati nelle loro aspettative di benessere quantomeno non decrescente.