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di Marcello Sorgi
Tratto da La Stampa del 2 settembre 2010
Il tono ironico, scherzoso - inusuale per un Presidente formale come Napolitano -, con cui ieri a Venezia ha risposto alle domande dei giornalisti, non deve ingannare: il Capo dello Stato è autenticamente preoccupato della situazione politica che s’è generata dopo la rottura all’interno del Pdl, ma nello stesso tempo privo di dati certi che gli consentano di intervenire o di prepararsi a quel che sarà.
Questa della mancanza di rapporti istituzionali o informali tra il Quirinale e il governo è un cruccio che Napolitano ha ormai da tempo. In una normale prassi il presidente del Consiglio e i ministri sono soliti intrattenere con il Presidente della Repubblica un filo costante di comunicazione, vanno a fargli visita, lo informano sull’evoluzione delle questioni aperte, gli chiedono consiglio. E, sia pure con l’irregolarità che caratterizza tutto l’andamento dell’attuale governo, una prassi del genere si era stabilita anche all’inizio di questa legislatura.
Ministri come Alfano e Gelmini, tanto per fare qualche esempio, impegnati in riforme rilevanti come quelle della giustizia o della scuola e dell’università, di tanto in tanto chiedevano udienza al Quirinale per condividere qualche valutazione.
Ma da un anno a questa parte, più o meno dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il lodo Alfano e che Berlusconi ha considerato frutto di un complotto tra il Presidente della Repubblica e i giudici della Consulta, le relazioni si sono interrotte. Come se avessero ricevuto un ordine preciso, i ministri hanno prima diradato e poi cancellato del tutto le loro salite al Colle. Anche le comunicazioni con Gianni Letta sono divenute meno frequenti e spesso legate a situazioni d’emergenza. L’unico canale istituzionale rimasto positivamente aperto, con risultati che si sono visti di recente nei giorni della manovra economica, è ormai quello con Tremonti e la tecnostruttura del ministero dell’Economia.
Per il resto, le valutazioni del Presidente sono rimaste affidate quasi solo all’esame dei documenti formali, spesso trasmessi solo all’ultimo momento dagli uffici ministeriali. E la «moral suasion» che Napolitano prima esercitava in modo riservato ha dovuto prendere sempre più spesso la strada delle esternazioni, com’è avvenuto appunto per la (mancata) legge sulle intercettazioni e come rischia di ripetersi per il processo breve.
Perfino in un’estate politicamente torrida come quella che volge alla fine, Berlusconi e Napolitano si sono sentiti al telefono una sola volta. Chi ha assistito alla conversazione seduto vicino al premier riferisce che il Cavaliere s’è guardato bene dal parlare di elezioni anticipate, richiesta di dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera, corteggiamento a Casini e insomma di tutti i temi che quotidianamente e personalmente agitava sui giornali. Ha detto solo che presto tutto sarebbe stato risolto e ha fatto notare, con una certa soddisfazione, che anche nell’ora più difficile il suo indice di gradimento restava al di sopra del 60 per cento, mentre quello di Sarkozy era sceso al 27.
Forse è per questo che in una situazione tragicomica com’è quella attuale del centrodestra, il Capo dello Stato s’è rassegnato ad attendere il volgere degli eventi. Non senza ricordare, come ha fatto anche ieri, che la decisione ultima sul destino della legislatura tocca a lui.