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Paradossi dell'improvvisazione musicale (soprattutto nel jazz)
di Luca Miele
Tratto da L'Osservatore Romano del 2 settembre 2010
Se c'è un'arte che, a partire dal Novecento, ha esplorato territori nuovi giocando la sua identità su registri rischiosi sul filo del rasoio, quell'arte - trascrizione in musica del sentire afroamericano - è il jazz. Il filosofo Davide Sparti scandaglia da tempo - e in particolare in L'identità incompiuta. Paradossi dell'improvvisazione musicale (Bologna, il Mulino, 2010, pagine 168, euro 13, 50) - proprio il "cuore" poetico dell'espressione jazzistica, aprendo i territori musicali alla riflessione filosofica. Che cos'è l'improvvisazione jazz? In cosa consiste la sua novità? Quali certezze terremota? Quali familiarità contesta? Quali paesaggi - non solo sonori - suscita? E ancora: a quali tensioni - e rischi - è sottoposta l'identità di chi improvvisa?
L'improvvisazione, spiega Sparti, è anzitutto un'azione, "l'azione del generare musica nel corso di una performance" (Il corpo sonoro. Oralità e scrittura nel jazz, 2007). Non solo: l'azione jazzistica è davvero tale se si confronta con l'ignoto, se consente di sperimentare il limite. E infrangerlo. Chi improvvisa non sa dove lo condurrà la sua improvvisazione. Se la destinazione fosse nota, e con essa il tragitto da percorrere, non vi sarebbe improvvisazione. Il musicista jazz ricerca l'in-audito, il nuovo, ciò che ha il potere di sorprendere, ciò che non è stato ancora esplorato. La vera cifra dell'improvvisazione jazz è allora la ricerca dell'originalità. Tanto più si allontana da territori sicuri, tanto più riuscirà a essere "sorprendente" e tanto più aumenterà il rischio che fallisca. Ecco perché - spiega Sparti - l'improvvisazione è costitutivamente esposizione al rischio. "Comportando l'abbandono volontario della routine e delle reti di sicurezza che garantiscono lo svolgimento della vita quotidiana, si potrebbe davvero affermare che l'agire improvvisato attualizza il potenziale umano della natalità, dell'uscire allo scoperto".
È qui che il jazz mostra la sua distanza dalla musica classica. Quest'ultima tende all'opera, alla compiutezza, alla perfezione. Il jazz al contrario rifiuta l'estetica del finito, per configurarsi come processo. E tuttavia "almeno in certi casi, improvvisazione e composizione" non sono "una coppia antitetica ma due estremi di un continuum. Si può infatti concepire l'improvvisazione come una forma di composizione istantanea" (Suoni inauditi. L'improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana, 2005). Ma, avverte Sparti, è necessario anche non cedere a una visione romantica del modo di agire jazzistico: "Occorre fare molta attenzione a non lasciarsi sedurre dalla mitologia dell'improvvisazione come qualcosa di totalmente germinale, che avrebbe luogo nel regno dell'assoluta libertà, senza l'ausilio della memoria, un miracolo di spontaneità". Invece "l'improvvisazione è condizionata da un enorme corpo di materiali tradizionali, da esercizio e da esperienza".
Ma torniamo al nodo dell'identità e ai suoi paradossi. Chi improvvisa a quali lacerazioni o dislocazioni sottopone il proprio tessuto identitario? E come conciliare il desiderio che venga riconosciuta la propria individualità artistica (alla quale ogni musicista aspira) al canone dell'originalità che contesta proprio quella riconoscibilità? L'autore riprende un "doppio movimento" tematizzato dallo scrittore Ralph Ellison: "Il jazzista deve perdere la sua identità anche mentre la trova". È il terreno scivoloso nel quale il musicista gioca la sua arte, il nodo nel quale sembra stringerlo la dialettica tra ricerca dell'inaudito e desiderio di consenso e fruizione della sua opera da parte del pubblico. Sparti: "Sospendendo intenzionalmente la certezza dei codici musicali acquisiti, il jazzista ricerca una conversione permanente, una conversione verso nuovi suoni e nuove forme, spogliandosi tuttavia di una parte del riconoscimento acquisito". È a questa consapevole rottura identitaria che il jazzista ricorre o è portato dalla sua musica. "Per improvvisare conta non la padronanza tecnica, il sapersi condurre - la sovranità -, bensì il perdersi, il sapersi collocare in contesti e aree espressive poco familiari che impongono risposte nuove, aprendo al tempo stesso - inevitabilmente - la possibilità dello scacco (ancora l'ombra del fallimento)".
Resta un ultimo nodo da sciogliere. Come è nata l'esperienza del jazz e, più in particolare, della musica afroamericana? E soprattutto, in che relazione essa si è posta rispetto alla vicenda storica dei neri sul suolo americano - alla deportazione e alla schiavitù prima e alla segregazione dopo? La riaffermazione comunitaria è avvenuta attraverso la musica - ma attraverso un genere come il jazz che demolisce ogni sovranità identitaria - e ha consentito agli afroamericani di fronteggiare la frattura dalla quale erano attraversati se è vero - come ha scritto Allen Dwight Callahan - che essi incarnavano la più grande contraddizione della società americana: "Erano schiavi nella terra della libertà. Come schiavi, erano allo stesso tempo persone e proprietà. Come africani, erano gli eredi di una storia antica quanto nobile ed erano inchiodati a un presente ignobile. Relegati ai margini della società americana, essi rimanevano al centro dei suoi più stridenti conflitti. A lungo, anche dopo la caduta del sistema schiavista, i loro discendenti portarono addosso il marchio di queste contraddizioni". Come si spiega allora l'aporia di una identità che si ricostruisce attraverso una musica che in qualche modo tende a contestarla? Il nesso tra jazz ed esperienza diasporica è illuminato da Sparti. Esso passa proprio attraverso l'improvvisazione: l'improvvisazione è "la ripetizione simbolica di un atto fondatore di una comunità che non rimanda all'origine ma è segnata dalla perdita comune, di cui si fa esperienza e che ritorna in forma esteticamente sublimata".