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di Pierluigi Magnaschi
Tratto da Italia Oggi l'1 settembre 2010
L'Ulivo era stato ritirato dal mercato italiano perché era fallito come prodotto politico e quindi andava rottamato anche il simbolo che rappresentava quel prodotto.
Non a caso, adesso, uno degli inventori dell'Ulivo, il braccio destro di Romano Prodi Arturo Parisi, anziché esaltarsi per la riesumazione di una sua idea che, negli anni precedenti, era stata frettolosamente seppellita senza una prece nella discarica dei prodotti politici diventati inutili, ha detto: «Se il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, vuol tornare all'Ulivo, deve però spiegarci, prima, perché ce ne si era allontanati». E la stessa Debora Serracchiani, europarlamentare Pd e segretaria regionale del partito nel Friuli, ha fatto notare che il nome valido, per il partito, c'era già ed è «Partito democratico». Aggiungendo poi: «Quando sono entrata nel partito, e non è da molti anni, mi hanno spiegato che il Pd era l'evoluzione dell'Ulivo. Io sono rimasta a questa cosa qui». La Serracchiani, con questa sua osservazione, ha espresso bene la confusione lessicale, e quindi anche strategica, nella quale si è andato a ficcare il partito di Bersani. All'ultima generazione di militanti (quella che non ha mai conosciuto il Pci e che oggi ha meno di 40 anni) il Pd era stato presentato come l'evoluzione, il perfezionamento dell'Ulivo. Come si fa adesso a tornare improvvisamente, senza nemmeno mettere la freccia, all'Ulivo, senza ammettere che è in corso una regressione? Infatti se era vera l'evoluzione dell'Ulivo nel Pd, ritornare indietro significa regredire. Non c'è scampo. Lo impone la logica. Sul piano del marketing, poi, una scelta di questo tipo è autolesionistica. Si dirà, a questo proposito, che un partito non è un prodotto da imporre sul mercato. E qui casca l'asino. Un partito infatti è un prodotto da imporre sul mercato perché, se non riesce a imporsi sul mercato, perde le elezioni. E, sempre da questo punto di vista, il marchio è una componente essenziale della comunicazione. Quindi deve essere manovrato con cura. Non lo si può, insomma, cambiare con disinvoltura. Anzi, non se ne deve cambiare, se non per motivazioni gravissime, non solo la sostanza (cioè il nome vero e proprio, cioè la marca) ma nemmeno la sua configurazione grafica. Anche se la Coca-Cola è sempre meno la bibita che consumano i bimbi nella tradizionale famiglia Usa, con, sullo sfondo, un affabile e gigantesco Babbo Natale, a essa non è stato cambiato né il marchio né la grafica del marchio, anche se quest'ultima è diventata vecchiotta e meriterebbe una rivisitazione che, quando è stata apportata, è stata, ogni volta, di tipo millimetrico, tale da non essere percepita.