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Meglio relazioni industriali moderne che un intervento pubblico in Fiat
Tratto da Il Foglio del 31 agosto 2010
Extra stato nulla salus? A leggere l’analisi di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera di ieri, parrebbe così, se è vero che la nostra classe dirigente “non può non vedere come le ultime grandi imprese industriali siano fiorite (e sfiorite) sotto l’egida dello stato e di Mediobanca”.
Ma da qui alla richiesta velata o indiretta di un intervento pubblico, diretto o indiretto che sia, nel capitale della Fiat (“le fondazioni, la Cassa depositi e prestiti, la Sace”), seppure per compensare la presenza dell’azionista Casa Bianca in Chrysler, il passo è fin troppo breve. Perché mai il governo dovrebbe allungare le sue spire sul gruppo del Lingotto, e perché mai la Casa di Torino dovrebbe essere interessata a una simile prospettiva quando cerca di scardinare vetuste regole contrattuali e di relazioni industriali?
Per la prima volta da decenni, non solo la Fiat non riceve sussidi a spese dei contribuenti; non solo non ne chiede; addirittura non ne vuole. Se i fatti daranno ragione a Marchionne, il nostro paese potrà finalmente partecipare al gioco della competizione globale con capitalisti e capitali veri, e non con i soldi degli italiani. Forse è proprio l’idea di un’economia che si emancipa dalla protezione pubblica a spaventare, perché è l’idea di un’Italia nuova e forte e di successo, meno sensibile alle trame del potere politico e ai condizionamenti degli intellettuali. La Fiat è finalmente maturata: perché dovremmo ricacciarla nell’irresponsabilità?