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Il tentativo spartano e dirigista di Berlinguer riscoperto da Tremonti

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Civiltà )( Barbariedi Michele Magno
Tratto da Il Foglio del 31 agosto 2010

C’è chi vi ha letto una presa di distanza dall’edonismo berlusconiano. C’è chi invece ha protestato per il suo uso strumentale, volto a giustificare la presunta eticità di una gestione severa dei conti pubblici.

In realtà, l’invito di Giulio Tremonti a rileggere il celebre discorso sull’austerità di Enrico Berlinguer è stato per la sinistra un’occasione mancata. Perché quel discorso, pronunciato il 15 gennaio 1977 davanti alla platea di intellettuali riuniti da Giorgio Napolitano e Aldo Tortorella al teatro Eliseo della capitale, si presta a una riflessione più generale sulla vicenda del comunismo italiano.

Il tentativo di Berlinguer, un po’ dirigista e un po’ spartano, non è insensibile alle elaborazioni e alle tesi di Franco Rodano, Claudio Napoleoni e della rivista Trimestrale. In sostanza la crisi energetica e valutaria di quegli anni sollecitava la ricerca di un modello di sviluppo alternativo, fondato sulla riduzione delle rendite e del parassitismo. In verità la parola d’ordine dell’austerità viene lanciata in un comitato centrale del Pci nell’ottobre 1976, in cui il gruppo dirigente di Botteghe Oscure assume di fatto il pacchetto deflazionistico del governo, riservandosi il compito di renderlo “più equo”. Le parole chiave della sfida berlingueriana sono già chiaramente definite: sacrifici, buongoverno, questione morale. Parole che però non trovano corrispettivo alcuno nel linguaggio socialdemocratico europeo. Da un lato, una visione del potere che fa del fenomeno della corruzione il punto centrale dell’analisi e della proposta politica. Dall’altro lato, la convinzione che la difesa degli interessi operai possa sempre entrare in contraddizione con gli interessi generali del paese.

Se si legge il discorso dell’Eliseo senza intenti apologetici o riserve critiche pregiudiziali, l’interpretazione berlingueriana della tradizione comunista, con la sua concezione moralistica e insieme fortemente elitistica della politica, vede la sua specificità nella saldatura piena – che essa per la prima volta realizza – tra la politica dell’unità nazionale e questa visione rigoristica del processo riformatore. Se si vuole un esempio, c’è il paradosso di un partito operaio che, in nome del risanamento del deficit statale, per oltre un triennio chiede alla propria base sociale un rigido contenimento della sua spinta redistributiva, senza nemmeno avanzare ipotesi di riforma di un sistema fiscale tra i più ingiusti e i più inefficienti del mondo occidentale. Come osservarono Leonardo Paggi e Massimo D’Angelillo in un pamphlet del 1986 (“I comunisti italiani e il riformismo”), il paradosso è spiegabile se non facendo riferimento alla cultura politica profonda della sinistra italiana. Solitamente si afferma che l’austerità berlingueriana non era una ricetta economica, ma un progetto di società. Occorrerebbe però spiegare perché, nella singolare miscela di togliattismo e salveminismo che il leader del Pci adotta nella seconda metà degli anni Settanta, c’è sia la ragione del successo di immagine che esso realizza in prima battuta, sia l’origine della sua successiva disfatta politica. Infatti, mentre l’adozione di un profilo moralizzatore interpreta in qualche misura il distacco dalla Dc di strati sociali abbienti e garantiti, i contenuti delle politiche economiche e sociali in cui finisce per concretarsi tale scelta alienano una parte rilevante dei ceti operai e popolari. Insomma: il problema irrisolto della saldatura tra rivendicazioni e riforme, la cui soluzione positiva è alla radice dei successi socialdemocratici negli anni Settanta, sta alle origini del disfacimento di tutto l’esperimento berlingueriano.

La denuncia dell’arretratezza e della corruzione delle classi dirigenti nazionali, architrave del discorso di Berlinguer all’Eliseo, suscitò forti perplessità. Entro quel quadro di riferimento analitico, infatti, la condanna moralistica anche aspra del partito dominante si combinò con l’appoggio a politiche di risanamento che, rivolte a tagliare le unghie alla Dc, ebbero in realtà l’effetto di indebolire la forza contrattuale del movimento operaio.




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