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di Pierluigi Magnaschi
Tratto da Italia Oggi il 28 agosto 2010
Giulio Tremonti, al Meeting di Rimini, ha fatto l'elogio di Enrico Berlinguer dicendo che l'ex segretario del Pci credeva in un modello politico ed economico che resta di attualità.
Tremonti è troppo scafato per credere a queste sue parole. Avrà avuto i suoi buoni motivi per farlo. Ma ha stravolto la storia per motivi occasionali. Lui, che è l'esatto opposto di Berlinguer. Persino l'ex segretario del Pds, Piero Fassino, nel suo libro Per passione rigettò «l'ultimo Berlinguer» (che è poi quello vero) il Berlinguer, per intenderci, che difendeva gli euromissili sovietici puntati contro l'Europa e contrastava l'installazione di quelli Nato contro questa minaccia; o che voleva ingessare l'economia perpetuando l'inflazione con il congelamento della scala mobile. Contro «questo» Berlinguer (che, ripeto, è il Berlinguer vero), Fassino segnalava «la deriva solipsistica (il solipsismo è la teoria in base alla quale uno pone il suo io al centro di tutto, ndr) imposta da Berlinguer al Pci che, di fronte alla difficoltà del presente, non sapeva che affidarsi alle sirene del passato». Fassino non poteva dire meglio. Berlinguer infatti è stato un esponente vetero-rurale, contrario alla modernità, da lui vista, non solo come una lacerazione della frugalità di un tempo, ma anche come pericolosa innovazione, cambiamento, contaminazione, differenziazione, inquietudine. Berlinguer voleva fermare il tempo. Non a caso, Miriam Mafai, vedova di Giancarlo Pajetta, ha detto recentemente che «a Berlinguer faceva paura quest'Italia frivola, laica, gaudente e insieme aggressiva e plaudente». A Berlinguer, insomma, dava fastidio l'Italia moderna, con i suoi pregi e i suoi difetti ma che, in fin dei conti, resta anche l'unica Italia che abbiamo e sulla quale la politica deve lavorare ma non può certamente pensare di incapsularla nel passato agro-pastorale. Berlinguer, insomma, rifiutava di misurarsi con l'Italia del suo tempo, ricorrendo, per difendersi, a un moralismo che consolava i poveri che non potevano adottare l'immoralismo degli abbienti, ma che non risolveva nessuno dei problemi sul tappeto. È lo stesso moralismo che è stato sparso a piene mani anche dal vescovo di Campobasso, monsignor Giancarlo Maria Bregantini che, intervenendo entusiasticamente a favore dei tre licenziati dalla fabbrica Fiat di Melfi, ha lodato «l'intervento nobilissimo, rapido, incisivo e lucido del presidente Napolitano» accusando, nel contempo, l'azienda di «compiere (addirittura!, ndr) un errore etico». Ma Bregantini è un vescovo, che può prendere scorciatoie lenificanti, non il segretario di un partito.