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«Dal mondo cattolico un esempio di unità»

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Meeting dell'amicizia 2010Vittadini: tocca alla politica ora passare ai fatti • Il leader di Cl traccia un bilancio del Meeting: «Si rassegni chi sostiene che siamo divisi tra progressisti e conservatori. I movimenti danno fastidio solo perché coerenti a certi valori»
di Paolo Viana
Tratto da Avvenire del 29 agosto 2010

Il Meeting è finito, il 'cuore che desidera cose grandi' è soddisfatto?
Il tema del desiderio di cose grandi come vera natura dell’uomo – ci risponde al ter­mine del Meeting di Rimini Giorgio Vittadi­ni, che guida la Fondazione per la Sussidia­rietà ed è uno dei leader di Cl – ha informa­to tutto. Dall’incontro con don Stefano Al­berto e il cardinale Scola a quello tra il me­tropolita Filaret e il cardinal Erdo, agli innu­merevoli dibattiti con islamici, ebrei, prote­stanti, e poi indiani, ugandesi, egiziani... An­che questo è stato un Meeting di caratura mondiale; scelta voluta, perché Cl è un mo­vimento sempre più internazionale. Ora si continua al Cairo, in ottobre, dove un grup­po di giudici costituzionali ci ha invitato a organizzare un’edizione di due giorni. Il de­siderio costruisce ponti.

Quelli tra i movimenti ecclesiali reggono?
Si rassegni chi sostiene che siamo divisi, co­me dicono, tra progressisti e conservatori: siamo unitissimi. L’unità si fa con i movi­menti, non con le riviste: qui ho incrociato esponenti di Sant’Egidio, Acli, Mcl, Azione cattolica. Certo, all’esterno fa comodo divi­dere il mondo cattolico perché esprimiamo valori che danno fastidio, siamo coerenti su temi che, sia a destra che a sinistra, divido­no. Al di là dei diversi carismi, abbiamo un plafond comune persino più forte degli an­ni della Prima Repubblica, anche se contro di noi è in atto una strategia 'divide et im­pera' affinché certe questioni non finiscano in agenda.

Cosa pensa delle pressioni per una 'rifor­ma' della Chiesa?
Il Concilio Vaticano II è una cosa grande che dobbiamo ancora attuare fino in fondo. Non abbiamo bisogno di riforme ma di vivere l’e­sperienza di vita nuova che ci ha indicato il Papa nel 1982 a Rimini. La fede tornerà a es­sere un giudizio sul mondo, un fattore di no­vità e di sviluppo: la fede è un fattore di ra­zionalità, sviluppo e pace; il suo messaggio va ben al di là i confini del mondo cattolico.

Tra pochi mesi a Reggio Calabria si terran­no le Settimane Sociali. Su quali punti sarà evidente quest’unità?
Sull’emergenza educativa, su un welfare che non divida ricchi e poveri, su un federalismo che non spacchi l’Italia e sulla necessità di u- na risposta alla crisi in termini di sviluppo.

Questo è stato il Meeting dell’economia, ep­pure il tema della sussidiarietà è rimasto in penombra...
Non l’abbiamo dichiarato preventivamen­te, ma in tutti gli incontri la sussidiarietà è e­mersa come l’esito del desiderio. Barroso, Formigoni, Marchionne, Marcegaglia: il de­siderio di costruire la società dal basso è e­merso eccome, come l’alternativa vera alla crisi. Non dimentichiamo che con Maroni abbiamo parlato di realtà che integrano, con la Carfagna e Alemanno di quoziente fami­liare...

Ne avete parlato anche con Tremonti e Sac­coni, ma non si passa dalle parole ai fatti. Qualche delusione su questo punto?
Meglio che i ministri vengano qui a dire dei sì e poi si continui a lavorare per realizzare le cose, piuttosto che non ne parlino affatto. Al Meeting la politica si confronta con pro­blemi reali – non dimentichiamo la discus­sione tra Alfano e Violante sulla riforma del­la giustizia – e questo spiega anche certe len­tezze, ma non c’è nessuna delusione. L’im­portante è incontrarsi.

Avete incontrato anche Bersani, ma non l’a­vete invitato. Non è più un amico del Mee­ting?
Macché, con Bersani c’è un rapporto di lun­ga data, grazie all’iniziativa dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. È venuto a visitare il Meeting e io ne sono stato molto contento perché è un’esperienza che vale davvero la pena di vedere e perché è impor­tante che il dialogo vada sempre avanti. Se fosse venuto anche Berlusconi penserei al­lo stesso modo.

È vero che non lo avete voluto?
Nessuna preclusione. Noi abbiamo fatto un meeting con un programma di un certo ti­po e in questo contesto abbiamo pensato che né Bersani né Berlusconi avrebbero po­tuto avere una collocazione adeguata.

Berlusconi può essere stato 'dissuaso' dal­le critiche contro la classe politica con cui si è aperto il Meeting...
Ho detto ai giornali cose che dico sempre: io sono contro la cooptazione e sono a favore della scelta dei politici dal basso, credo nel ruolo del Parlamento, che la politica non si fa con un solo leader, né Berlusconi né un al­tro. In politica servono persone che lavora­no sui problemi reali, mentre ora ci si illude di risolvere tutto con la Finanziaria. La 'vec­chia' classe politica nasceva dal territorio e lo rappresentava davvero, ma dopo il 1992 abbiamo commesso l’errore di considerare questi legami solo clientelismo e delin­quenza. Ora si teorizza che ci debba essere solo l’individuo e lo Stato, senza nessun cor­po intermedio. Conviene a pochi, lo paghia­mo tutti. Berlusconi, come tutta la classe po­litica attuale, ha i limiti di questa concezio­ne. Ricordiamolo, questo sistema elettorale è figlio di un accordo tra destra e sinistra.

Comunione e Liberazione è anche una ga­lassia di associazioni, gruppi, imprese, in­teressi. Cosa chiedete al governo?
Di cambiare le leggi in termini sussidiari. La politica deve intermediare meno, quindi me­no spesa pubblica, più voucher, più doti sco­lastiche, ecc. Soprattutto chiediamo una riforma fiscale: il 5 per mille è un esempio di come si può intervenire sul welfare e il quo­ziente famigliare permetterebbe di aiutare le famiglie più dell’ennesima legge di spesa. Certo, gli strumenti che già ci sono devono funzionare. I ritardi con cui viene versato al terzo settore il 5 per mille devono finire, al­trimenti è una presa in giro.




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