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Neuroni a specchio e affetti terapeutici: così il cuore "impara" per Cesana e Rizzolatti
di Nello Scavo
Tratto da Avvenire del 29 agosto 2010
Il cervello come un computer. Le nostre vite come quelle di automi, elaboratori elettronici con gambe, braccia e bisogni elementari. «È una visione superata», rincuora tutti il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti. «Questo tipo di modello aveva dei limiti: sosteneva infatti che il nostro cervello fosse un semplice cassetto che incamerava informazioni». Le cose, fortunatamente, non stanno così.
Una prova arriva dalle scimmie, i cui filmati di laboratorio sono stati mostrati all’incuriosita (e sorpresa) platea del Meeting di Rimini. «Si è notato – ha spiegato lo scienziato – che le scariche di alcuni particolari neuroni, definiti “specchio”, si attivano non solo quando il soggetto compie un’azione, ma anche quando la scimmia osserva la medesima azione compiuta da un altro animale e inoltre nel caso in cui semplicemente presagissimo l’atto senza vederlo del tutto realizzato». Proprio come quando una persona afferra un bicchiere e immaginiamo che stia per bere.
«La nostra teoria è molto più ampia», ribadisce Rizzolatti, che è anche docente di Fisiologia umana e direttore del dipartimento per le Neuroscienze dell’Università di Parma: «Il corpo che prova sentimenti ed agisce è elemento essenziale del nostro essere». La capacità di cogliere negli altri un’esperienza propria, si chiama empatia «e ha notevoli riscontri in campo sociale». L’essere umano, insomma, si “specchia” negli altri e di essi ha bisogno per entrare in relazione. Replica Giancarlo Cesana, docente di Igiene all’Università di Milano Bicocca: «La scoperta dei neuroni specchio, dimostra che la vita dell’uomo – suggerisce – è affetto, attaccamento». Senza relazione non c’è umanità, ma la società postmoderna non favorisce questa dinamica. «Ciò porta ad una profonda infelicità delle persone che così si sentono isolate», riconosce Rizzolatti. Un indizio è a suo avviso l’aumento dei casi di autismo, che «in soggetti particolarmente predisposti può svilupparsi – ritene lo studioso –, proprio a causa di condizioni di emarginazione affettiva e marginalità nelle relazioni». Del resto l’autismo «per definizione è determinato da una grave compromissione del riconoscimento del pensiero dell’altro». Ad ulteriore conferma, il fatto che «esistono famiglie particolarmente generose – assicura il neuroscienziato -, che si prendono cura di queste persone, e ciò costituisce un fattore relazionale e terapeutico molto importante». Lo si è osservato in molti degli “orfani di Ceaucescu”, all’apparenza autistci dopo l’internamento nelle strutture durante il regime comunista, ma poi migliorati grazie alle adozioni da parte di numerose famiglie britanniche.
A guidare il dibattito è stato Giorgio Bordin, medico internista e direttore sanitario dell’ospedale “Piccole figlie” di Parma. Anch’egli è certo che «il meccanismo tramite cui conosciamo non è solo intellettuale, ma anche affettivo». Il cervello umano sarà pure il più formidabile dei computer, ma il motore di tutto, come ricorda il titolo del Meeting appena chiuso, resta “il cuore”.