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Le priorità ora sono chiare impostare subito la svolta

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Tra gli ultimi in Europa con l’1,4% del pil • Italia maglia nera nella spesa per la famiglia • Urgente avviare la riforma del fisco
di Francesco Riccardi
Tratto da Avvenire del 29 agosto 2010

Non è certo una sorpresa, ma in­quieta ancor di più. L’Italia è tra i Paesi che investono meno risorse per la tutela della maternità e per la famiglia. Appena l’1,4 per cento del prodotto interno lordo nel 2009, cer­tifica il ministero dell’Economia nel­la sua relazione sulla situazione eco­nomica del Paese. È un dato assai distante non solo dal­le punte avanzate del 3,7% della Da­nimarca o del 3% della Svezia, ma perfino dalla media europea del 2,1%. Per capire meglio la dimensio­ne del rapporto, da noi si spende a favore della famiglia la metà di quan­to non avvenga in Francia o in Ger­mania. E non in valore assoluto, ma in proporzione alla ricchezza pro­dotta in ciascun Paese. Da sole que­ste poche cifre che confermano un deficit storico, questo breve con­fronto internazionale che parla di un’Italia agli ultimi posti del Conti­nente assieme a Spagna e Portogal­lo, dovrebbero bastare per rendersi conto che qualcosa non funziona, che esiste un problema oggettivo da affrontare. In maniera strutturale, in via prioritaria, perché gli interventi assunti negli ultimi anni sono stati troppo limitati.

Il nostro, lo sappiamo, non è un Pae­se per giovani. Ma soprattutto non è più da tempo un Paese per madri. E dunque, drammaticamente, non è più un Paese per figli.

Potremmo analizzare a lungo il livel­lo dei servizi offerti alla maternità nel­le nazioni scandinave, raffrontare i sistemi fiscali che, appena al di là del­le Alpi, premiano la famiglia, o fare il computo delle provvidenze, dei con­sistenti trasferimenti diretti previsti ad esempio in Germania. Ma anche senza mettere il naso altrove, guar­dando solo in casa nostra, è ben vi­sibile il deserto nel quale sono state abbandonate la famiglia e la promo­zione della maternità. Quel che resi­ste, resiste per una cultura diffusa e purtroppo sempre più insidiata da martellanti campagne disgregatrici. Prima ancora che per colmare la di­stanza con le altre nazioni europee, la sfida è tutta interna: fermare il no­stro declino, invertire slogan delete­ri e una tendenza alla denatalità che fa nascere in Italia appena 1,3 bam­bini per donna contro i 2,1 necessa­ri ad assicurare il ricambio naturale. E ancora, fermare il progressivo im­poverimento dei nuclei familiari con figli, rimuovere quegli ostacoli ma­teriali che frenano le giovani coppie dal procreare, che condizionano di fatto la scelta di mettere al mondo quanti figli si desiderano. Il gap è an­zitutto con noi stessi, non siamo a­deguati alle nostre necessità più profonde.

Negli ultimi mesi abbiamo resistito ­anche meglio di altri - alla crisi in­ternazionale: il governo ha tenuto be­ne i conti pubblici, il ministro Tre­monti ha stretto i cordoni della bor­sa e il Paese i denti. Ma non ci si può trincerare all’infinito dietro la man­canza di fondi, l’impossibilità di au­mentare il deficit. Perché quello che si chiede non è l’esplodere della spe­sa pubblica, ma la scelta chiara - co­me da programma elettorale, tra l’al­tro - di un investimento. Sul Paese, sulla famiglia come motore di svi­luppo.

Se davvero si vuol trovare un senso al­la forte turbolenza politica alla qua­le abbiamo assistito quest’estate - e che un gran senso non l’ha certo a­vuto per i normali cittadini italiani ­la verifica sul programma è un’occa­sione che non si può perdere. Per ri­mettere ordine nelle priorità - la fa­miglia e il fisco ben prima del pro­cesso breve - per risintonizzarsi con un Paese che attende da troppi anni risposte strutturali a bisogni divenu­ti ancora più urgenti con il deterio­rarsi della situazione economica. Non è più il tempo di collocare la riforma del fisco in un generico oriz­zonte di fine legislatura. È necessario discuterne e lavorarci qui e ora. Da settembre. Per poter approvare al­meno un primo modulo di interven­ti verso il quoziente familiare con la prossima manovra finanziaria.

In fretta e furia, quest’anno, si sono trovati 24 miliardi di euro. Mettendo da parte timidezze, prudenze a fasi alterne, non è impossibile recupe­rarne 3-4 per finanziare la svolta che le famiglie attendono.




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