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Ecco quanto pesa lo spin off antropologico di Marchionne dagli Agnelli

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Sotto il pullover – la Fiat da istituzione ad azienda
di Ugo Bertone
Tratto da Il Foglio del 28 agosto 2010

Ma che cosa avrebbe fatto, in un momento simile, l’Avvocato Agnelli?

Avrebbe dato l’altolà a quel manager, Sergio Marchionne, emigrato troppo presto in Canada per apprendere il galateo dell’Italian style? E poi, quel maestro d’eleganza avrebbe tollerato al suo fianco quel signore sempre in maglioncino blu, mai una volta allo stadio o su una pista da sci? Se lo chiedono in tanti, a sinistra, di fronte all’animale Marchionne, l’ex borghese buono che di colpo si è trasformato in un “modello autoritario”. Facile rispondere se si dà uno sguardo alla storia.

L’Avvocato Giovanni Agnelli, come fece alla vigilia dello scontro cruciale del 1980, si sarebbe defilato al momento del conflitto, come accadde nei 35 giorni dell’occupazione di Mirafiori, per evitare il pressing di politici e sindacalisti cui amava dare del tu e gratificare con qualche “scoop” sulla Juventus. Poi, una volta finito il “lavoro sporco” di Cesare Romiti, sarebbe spuntato sull’orizzonte per riaprire il dialogo con le parti sociali. Come si conviene a un uomo delle istituzioni quale la Fiat, simbolo della tenuta del capitalismo in un paese a rischio, era diventata nei fatti, se non prima, almeno dal ’45 in poi. Da una parte il manager “cattivo”, chiamato a gestire le relazioni quotidiane della vita di fabbrica, dall’altra il padrone illuminato contestato ma ammirato dai suoi operai, in un rapporto di amore e odio che ha scandito la Costituzione materiale italiana, con il contributo determinante dello stato. Uno schema che, con i correttivi obbligati dall’anagrafe, ha retto fino a pochi mesi fa. Già, Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Fiat in attesa della maturazione di John Philip Elkann e del cugino Andrea Agnelli, è stato, a modo suo, il sostituto naturale, seppur limitato, dell’Avvocato. E, non a caso, la sua uscita di scena ha coinciso con un cambio di passo della politica del gruppo, secondo il credo di Marchionne, il figlio del carabiniere Concezio che ha deciso di trasformare – una volta per tutte – la Fiat da istituzione ad azienda qualsiasi. E’ questo lo spin off culturale, il più delicato, che si è già consumato, con venti giorni di anticipo rispetto al momento in cui l’assemblea degli azionisti Fiat approverà la separazione delle sorti dell’auto dal resto del gruppo. Certo, John Philip Elkann ha un ruolo importante nelle vicende di quest’estate: è stato lui a ricomporre lo “strappo” in Confindustria ed è toccata a lui la prima telefonata con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo la lettera del capo dello stato sui tre operai di Melfi. Ma nessuno dubita che la Fiat di oggi, soprattutto quella a quattro ruote che Marchionne presenterà agli analisti tra poche settimane, sia solo una creatura del manager cresciuto in Canada, con una valigia da emigrante o poco più. Per diverse ragioni.

La prima, la più importante, è che il futuro dell’azienda si gioca in America, cioè nel valore di quella quota Chrysler che Marchionne si è fatto dare da Barack Obama a costo zero e che potrebbe presto aumentare di alcuni miliardi il patrimonio di Fiat. Ma negli Stati Uniti Marchionne è, se possibile, ancor più insostituibile che a Torino. Grazie a quei modi rudi che tanto dispiacciono alla sinistra radical chic di casa nostra, ma che al contrario convincono le tute blu del Midwest che scoppiano in applausi quando Sergio the Boss, musica di Bruce Springsteen in sottofondo, commenta così la ripresa di Chrysler: “Non me ne voglia Carlo Marx se gli rubo la battuta, ma la ripresa economica rischia di essere l’oppio delle aziende: datevi da fare che siamo solo a metà del guado”. Difficile che questo stile possa garantirgli applausi, almeno nel prossimo futuro, a Melfi o a Pomigliano. Ma lui non si preoccupa: la “discontinuità”, la “cultura del cambiamento” di cui ha parlato a Rimini, in Fiat è già una realtà acquisita. L’istituzione che fu, pilastro della pace sociale italiana, sostenuta da aiuti pubblici reinvestiti in fabbriche nel mezzogiorno dalla redditività incerta, e dai laccioli imposti alla concorrenza altrui, appartiene al passato. E gli eredi dell’Avvocato, pur con la dovuta prudenza, hanno ormai intrapreso la strada della separazione dai destini dell’Auto, affidandosi alla leadership di un manager che, suo vero handicap, trova simpatie e discepoli, ma non collaboratori. In questi mesi, l’uomo che lavora venti ore al giorno, tra Detroit, Torino e le trasvolate atlantiche, ha dedicato ogni sabato a visionare i possibili candidati per rafforzare la sua magra squadra: molti li ha scartati, alcuni, dopo aver chiesto in giro le condizioni di lavoro (niente weekend, niente vacanze, molte chiamate notturne) hanno dato forfait. E’ un grosso handicap. Ma, d’altro canto, anche così si costruisce la leggenda del leader che vuol portare il profitto nelle fabbriche italiane di Fiat. Il che, per il nostro futuro, non guasta.




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