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*Sì, altro che Ogm

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Tutto quello che i politici italiani non capiscono dell’ultima (strategica) battaglia alimentare
Tre palle, un soldo di Enrico Cisnetto
Tratto da Il Foglio del 27 agosto 2010

Mentre il mondo si occupa della guerra dei fertilizzanti per l’agricoltura, noi ci attardiamo ancora a discutere se gli Ogm fanno bene o male. Da un lato, si è accesa una gara senza esclusione di colpi alla conquista della canadese PotashCorp, specializzata nell’estrazione e produzione di minerali utilizzati in agricoltura come nutrienti del suolo: nata per un’opa ostile da 40 miliardi di dollari lanciata dal gruppo minerario angloaustraliano Bhp Billiton, ora nella battaglia finanziaria sembra voler entrare con una contro-scalata il gruppo chimico cinese a controllo pubblico Sinochem. Si tratta di una guerra che potrebbe cambiare la faccia dell’agricoltura planetaria, perché i fertilizzanti sono sempre più necessari per ottenere la massima resa possibile dai terreni coltivabili, che sono una risorsa limitata per definizione, anche se in molti paesi ad alta industrializzazione, e l’Italia è uno di questi, c’è un progressivo abbandono della terra o un suo uso per altri scopi. In particolare, la guerra è per il controllo del potassio, prodotto in una dozzina di paesi ma consumato in oltre 150. La Potash gestisce il 20 per cento dell’offerta globale, ma adesso anche i maggiori produttori russi, Silvinit e Uralkali, sono oggetto di manovre che, sotto la regia del Cremlino, potrebbero portare alla costituzione di un campione nazionale dei fertilizzanti con dimensioni – e dunque potere di condizionamento del mercato agricolo – superiori a quelle dei canadesi. Ma la stessa Bhp in gennaio aveva già rilevato, per 331 milioni di dollari, un’altra società canadese del settore, la Athabasca Potash Inc. Così come la mineraria brasiliana Vale ha da poco acquisito per 3 miliardi il controllo della connazionale Fosfertil, mentre è di appena quattro mesi fa la conclusione di una lunga battaglia che ha portato alla fusione tra Cf Industries e Terra.

Non solo. Considerato che milioni di persone hanno modificato le loro abitudini e possibilità alimentari – per esempio, in Cina i consumi di carne sono aumentati di sette volte, decuplicati quelli di frutta e verdura – e che l’Onu prevede che nel 2050 la Terra, popolata da 9,1 miliardi di persone, dovrà sfamare 2,4 miliardi di nuove bocche, si è di conseguenza messo in moto un fenomeno, il “land grabbing”, cioè l’accaparramento di terre (soprattutto in Africa), che nasce dalla preoccupazione di non avere abbastanza aree coltivabili. E nello stesso tempo, visti anche i ritmi di insediamento urbano (ormai più del 50 per cento della popolazione mondiale vive in “città”), sono sorte le vertical farm, formula produttiva agricola che si estende verso l’alto a mo’ di grattacielo. Ecco, è in questo scenario che si cala la battaglia ideologica di retroguardia sugli organismi geneticamente modificati (ma preferirei dire “migliorati”) che si svolge in Italia ormai da tempo e che pare tornata di attualità. Lo stridore è assordante: ovunque, tranne che in Italia, si è capito che la produzione del cibo, attraverso l’attività agricola e il collegamento di essa con l’industria di trasformazione, non è una delle ma la partita decisiva per il futuro del mondo globalizzato. E così noi, che del cibo di qualità abbiamo fatto – giustamente – la bandiera più sventolata del made in Italy, ci prepariamo a perderla questa partita. Possibile che mentre tutti si pongono il problema dell’autosufficienza alimentare, l’Italia sia l’unico paese in cui la produzione di cibo è una variabile indipendente? Dario Di Vico, con un coraggioso fondo sul Corriere della Sera, ha dato una risposta che pare convincente: da noi si sono saldate due culture, quella ecologista antagonista e quella radical-chic alla Carlin Petrini di Slow Food che immagina si debba consumare solo il lardo di Colonnata e il pistacchio di Bronte, entrambe avverse a ricerca e innovazione. E per colpa di quel mix il transgenico è avversato non solo con motivazioni ideologiche ma anche per ragioni commerciali, come se Ogm e taroccamento dei nostri prodotti fossero la stessa cosa e dunque come se la salvezza stia nel preservare le produzioni tipiche dalla ricerca scientifica. Una sciocchezza grande come una casa, che fa a pugni non solo con quanto sta succedendo nel mondo – che dovrebbe indurci a riflettere come un paese che voglia recitare un ruolo di primo piano nel mercato globale del cibo non può preventivamente chiamarsi fuori dalla sperimentazione e dalle produzioni intensive – ma anche con quanto accade in Italia stessa, visto che non c’è bovino nazionale, da cui discendono molti dei più pregiati prodotti alimentari made in Italy, che non sia alimentato con soia importata e prodotta in campi Ogm. Altro che opa sul potassio.




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