il Mascellaro è diventato Miradouro   [leggi perchè]
Da oggi puoi utilizzare l'indirizzo www.miradouro.it
Cristo risorto Medaglia miracolosa
Samizdatonline.it

Avviso ai naviganti

Questo non è il sito della
Associazione Culturale
il Mascellaro
.
Per andarci, cliccare
sull'albero qui sotto.

Flannery nei territori del diavolo

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampa

Meeting dell'amicizia 2010Riscoperta newmaniana della O’Connor, “tomista zoticona”, grande scrittrice cattolica e molto americana
di Andrea Monda
Tratto da Il Foglio del 26 agosto 2010

Secondo padre Michael P. Gallagher, decano emerito di Teologia fondamentale all’Università Gregoriana, la scrittrice cattolica americana Flannery O’Connor è una “esploratrice religiosa”. Nel suo ultimo saggio pubblicato da poco in Inghilterra, “Faith Maps: ten religious explorers from Newman to Joseph Ratzinger”, la colloca nella “top ten della fede”. La scrittrice è in ottima compagnia: oltre a Newman e a Ratzinger, tra i dieci esploratori ci sono nomi altisonanti come di Maurice Blondel e di Hans Urs Von Balthasar, di Bernard Lonergan e del filosofo canadese Charles Taylor. A fine giugno è uscito in Italia per i tipi della casa editrice Ancora, il primo libro interamente dedicato alla O’Connor, un agile saggio scritto da Elena Buia Rutt, una giornalista che si è laureata in filosofia proprio con una tesi sulla scrittrice americana: “Flannery O’Connor, il mistero e la scrittura”, con prefazione del gesuita Antonio Spadaro, critico letterario della Civiltà cattolica. E in questi giorni (vedi l’articolo in questa pagina) il Meeting di Comunione e Liberazione dedica una mostra-evento a questa singolare figura di narratrice che si dichiarava scrittrice “non sebbene, ma proprio in quanto cattolica”.

Senza dubbio un certo “catholic pride” scorre nelle pagine, specie quelle saggistiche, della O’Connor e in questo si può intravedere una prima ragione della riscoperta attenzione nei confronti di un’autrice scomparsa nel 1964 da parte di teologi, critici e lettori.

Flannery O’Connor è una donna del sud degli Stati Uniti con i modi spicci e anti intellettualistici di quei luoghi, dotata di cervello fine, lingua tagliente e una forte dose di ironia (e autoironia). Nata a Savannah nel 1925 e morta sempre in Georgia, a soli 39 anni dopo una vita segnata dalla malattia, il lupus heritematosus ereditato dal padre, scriverà nel 1956: “Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa, e un luogo dove non trovi mai compagnia, dove nessuno ti può seguire. La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna e chi non ci passa perde una benedizione del Signore”. Come sottolinea la Buia nel suo saggio, questo della malattia e del Male (e del suo mistero), è uno dei grandi temi dell’opera della O’Connor: due romanzi, ventisette racconti e, soprattutto, alcuni saggi di critica letteraria che, insieme a una cospicua produzione epistolare, conosciuti ancora solo in parte dal pubblico italiano. Il titolo dei saggi letterari, “Nel territorio del diavolo”, è fortemente rivelativo perché questo è il campo d’indagine di Flannery, la “religious explorer”: il male, il peccato, l’ombra dell’esistenza, l’unico luogo dove, proprio perché in ombra, la luce può splendere. La O’Connor infatti non è una sociologa o psicologa del male, affatto; il suo approccio è teologico, spirituale e, soprattutto, “cattolico”: con tutto il gusto cattolico per il paradosso (saltano in mente i nomi di Chesterton, Péguy, Greene): per la scrittrice di Savannah il territorio proprio della narrativa è il dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, un dramma in cui “il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace”. Da ciò deriva che “la narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate di impolverarvi, non dovreste tentare di scrivere narrativa” e che il diavolo diventa in qualche modo “una necessità drammatica dello scrittore”; del resto “il mistero dell’esistenza è in parte peccato” e quindi la scrittrice non può fare a meno di riconoscere che i suoi racconti parlano “dell’azione che la grazia esercita su un personaggio poco disposto ad assecondarla” anzi per meglio dire “dell’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”.

L’azione della grazia nei racconti della O’Connor è sempre un’irruzione, violenta, improvvisa e imprevista che fa saltare gli schemi di un mondo (quello rurale e fuori dal tempo dei villaggi del sud degli Stati Uniti). C’è molta puzza di zolfo, il male è raccontato in tutte le sue sfumature, follie e (de)gradazioni. Non a caso la O’Connor, che in vita non ebbe figli, può essere considerata “madre” di diversi artisti dell’ultimo mezzo secolo, da John Huston (il grande regista realizzò un film dal suo romanzo “La saggezza nel sangue”) al punkrocker Nick Cave, da Quentin Tarantino al Bruce Springsteen di “Nebraska”, album molto dark scritto dopo la lettura dei suoi racconti. E non è un caso che la scabrosità di questi racconti, con l’uso ricorrente di toni violenti, ironici e grotteschi, ha sempre sollevato un alone di disagio e anche in ambiente cristiano da parte della critica più “tradizionale”.

Il punto è che la O’Connor, per dirla con il linguaggio corrente, è decisamente anti buonista e anti moralista, e quindi il lettore beneducato e perbenista è preso in contropiede dalle sue storie. Nel 1956 una recensione definì il messaggio della sua opera “immoralistico in senso gidiano”: cinquant’anni prima il futuro premio Nobel aveva pubblicato un romanzo intitolato “L’immoralista” in cui il protagonista, un marito non innamorato della moglie, compiva un viaggio in Africa che corrispondeva a un viaggio dentro se stesso per liberarsi dalla rigidità puritana e convenzionale, lasciandosi andare alla sensualità e, attraverso questa, alla affermazione del vero sé. Niente di più radicalmente opposto rispetto alla visione della O’Connor, che verso Gide provava letteralmente “nausea”, spiegata in una lettera tesa proprio a rispondere a quella critica: “Sono convinta che il senso morale dello scrittore debba coincidere con il suo senso drammatico e questo significa che il giudizio morale deve essere implicito nell’atto della visione. Per dirla in soldoni: io scrivo dal punto di vista dell’ortodossia cristiana. Niente mi ripugna di più dell’idea di allestire un piccolo universo scelto da me, per diffondere un piccolo messaggio immoralistico. Scrivo sulla base di una solida fede in tutti i dogmi cristiani. Trovo che questo non limiti in alcun modo la mia libertà di scrittrice e che amplifichi anziché ridurre la mia visione […] Per lo scrittore di narrativa, non credere in niente equivale a non vedere niente".

Flannery O'Connor è dunque una "esploratrice" che vede, per dirla con Gallagher che mette come primo dei suoi "esploratori religiosi" proprio il cardinale Newman (che Graham Greene vorrebbe come patrono dei romanzieri cattolici) e chiude con Benedetto XVI che, nella "Deus Caritas est" afferma che il programma del cristiano è "avere un cuore che vede". La scrittura della O'Connor, che si dichiarava una "tomista zoticona", è "sacramentale": la realtà non solo esiste, ed è donata all'uomo, ma resiste anche all'aggressione del nichilismo, del relativismo e del tedium vitae. Altro che "affermazione del vero sé", per lei la salvezza dell'uomo è sempre "fuori", e precisamente chi salva l'uomo è solo il Dio incarnato in Gesù di Nazareth. Talmente ancorata alla fede che, come scrive nella prefazione al saggio della Buia padre Spadaro, "la narrativa di Flannery è in grado di 'resettare' una vita umana, farle ricostruire le gerarchie dei valori, ricombinare i pezzi, rivedere i giudizi e i punti di vista. Per questo la lettura di Flannery non è facoltativa, ma obbligatoria".




I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori.
Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari.

Tutto il materiale presente su miradouro.it, mascellaro.it, mascellaro.eu è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d'uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di comunicarcelo via e-mail (nella sezione "Contattaci") attestando le sue dichiarazioni comprovate.

Quanto pubblicato in queste pagine e che non competa il nostro ingegno, è dichiarato nella voce "tratto da" o "fonte" presente in testa al contributo proposto o al piede.

Seguite il Miradouro su Twitter

Premium Drupal Themes by Adaptivethemes