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*Perché il buon libro è indigesto al cinema

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leggere, rileggere di Cesare Cavalleri
Tratto da Avvenire del 18 agosto 2010

Una gentile lettrice mi ha chiesto di precisare meglio che cosa intendevo con la frase conclusiva della ru­brica della scorsa settima­na, dedicata al libro di Pierre Boulle, La faccia, pubblicato da Liberilibri.

La frase è questa: «Dal ro­manzo di Pierre Boulle è praticamente impossibile trarre un film, giocato com’è sulle sottigliezze psicologiche di una vicen­da con molte sfaccettatu­re. È dunque un caso di letteratura autentica».

Perché, sosteneva garba­tamente la lettrice, da un romanzo non trarre un film? Raggiungerebbe molta più gente. Non po­terne ricavare un film, sembrerebbe piuttosto un limite, non un pregio di autenticità per un roman­zo.

Tocchiamo qui un proble­ma molto interessante, che è quello della specifi­cità dei generi artistici. Dallo stesso soggetto, per esempio un paesaggio, si può ottenere un bel qua­dro, o una poesia, o anche una musica, ma pittura, poesia e musica hanno ciascuna un linguaggio proprio, non intercambia­bile.

Un film tratto da un ro­manzo è un film, non più un romanzo, anche per­ché il passaggio dal ro­manzo alla sceneggiatura cinematografica richiede rimaneggiamenti talora cervellotici. Per esempio, anni fa la Lux Vide acqui­stò i diritti cinematografi­ci del romanzo Il cavallo rosso di Eugenio Corti, e ne parlò con Sandro Bolchi, il grande regista dei telero­manzi, dal Mulino del Po ai Promessi sposi, ai Fratelli Karamazov. Ebbene, San­dro Bolchi disse che il ro­manzo era molto interes­sante, ma il film sarebbe stato meglio ambientarlo in Romagna, anziché in Brianza. Ma come, se Cor­ti ha scritto proprio l’epo­pea della Brianza, e i per­sonaggi non si capirebbe­ro sradicati dal proprio humus? Per fortuna non se ne fece niente, e chissà che il progetto un giorno o l’al­tro venga affidato a un più coerente regista. In ogni caso, altro sarebbe Il ca­vallo rosso letterario, altro sarebbe l’eventuale film.

Analogamente, un film vi­sto in televisione, non è più cinema, è televisione. A parte la dimensione del­lo schermo (anche se oggi vengono offerti schermi televisivi giganteschi, co­munque sempre inferiori allo schermo delle sale ci­nematografiche), diversa è la fruizione da parte del­lo spettatore: andare al ci­nema richiede un certo ri­tuale di abbigliamento, di compagnia, di cena fuori casa, e comunque è sem­pre un 'andar fuori'; il film in televisione, magari in­terrotto dalla pubblicità, lo si vede rilassati sul divano, ogni tanto allontanandosi per prendere qualcosa da bere o per andare in ba­gno, si fanno commenti ad alta voce con i famigliari... insomma, è un program­ma televisivo. E qual è, dunque, la speci­ficità del romanzo auten­ticamente letterario? La competizione con altri ge­neri ha imposto nuovi mo­di di scrittura. Per esem­pio, sono obsolete le lun­ghe descrizioni, soppian­tate dalla fotografia e dal cinema: non si può più de­scrivere il salotto della contessa, perché il lettore è abituato al colpo d’oc­chio dell’immagine cine­matografica. Al più, il ro­manziere darà qualche tocco con valore più sim­bolico che descrittivo.

Oggigiorno, al romanzo sono aperte fondamental­mente due strade: il ro­manzo storico, perché of­fre un’interpretazione del­la storia, appunto come Il cavallo rosso che non per caso è stato paragonato a Guerra e pace dalla critica francese. Oppure il ro­manzo che descrive situa­zioni, stati d’animo, psi­cologie talmente compli­cate che non possono es­sere rese in immagini. Ap­punto come il romanzo di Pierre Boulle, «giocato sul­le sottigliezze psicologiche di una vicenda con molte sfaccettature». La lettera­tura 'autentica' non è tra­sferibile.

Quanto al cinema, esso sta tornando alle origini, quando era un fenomeno da baraccone come gli e­sperimenti dei fratelli Lu­mière che facevano sob­balzare gli spettatori nelle fiere con L’arrivo di un tre­no alla stazione di La Cio­tat, quando sembrava che la locomotiva uscisse dal­lo schermo e travolgesse la platea. Non diversi, nella sostanza, sono gli effetti speciali ipertecnologici di un film come Avatar, sprovvisto di una mini­mamente plausibile tra­ma.




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