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La fede e le frontiere dell'umano

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La lezione di Nicola Cabibbo
di Davide Rondoni
Tratto da Avvenire del 18 agosto 2010

La notizia della morte di Nicola Cabibbo ha fatto risuonare in me il verso di un grande poeta italiano: «Ciò che occorre è un uomo». Dice così l’inizio di una splendida poesia di Carlo Betocchi. Occorre un uomo, e Cabibbo era un uomo in cui gli infiniti dibattiti intorno al rapporto tra fede e scienza trovavano una composizione non teorica o ideologica, ma nel vivo di una esperienza. Aveva studiato e dato il suo nome a elementi e passaggi legati alle indagini sui movimenti primari della materia, aveva scrutato quel misterioso passaggio in cui il vivente esiste invece di rimanere catturato nel nulla. Si era aggirato insomma su quelle frontiere estreme, complesse e affascinanti dove, secondo il parere di alcuni è più facile se non addirittura necessario perdere la fede per essere un buono scienziato. E lui invece era un ottimo scienziato e un uomo di fede.

Quanti infiniti dibattiti su questi temi, quanta pubblicistica banale, quanto sensazionalismo stolto e furbo. Lui, che mai ho conosciuto di persona ma ho stimato da lontano, semplicemente esisteva come uomo di fede e grande scienziato. E l’esistenza di un uomo così è più forte, più chiara, più eloquente di mille dibattiti o di mille strepiti. Ciò che occorre è un uomo, diceva il poeta in quella sua preghiera e supplica. Come a dire ancora una volta che la fede non è una faccenda di teorie o di discorsi che tornano, non è una faccenda che si deve innanzitutto dimostrare nei convegni, ma trova la sua gloria – diciamola questa parola, sì, che non contraddice nel suo grande e umile significato lo stile riservato di Cabibbo – in esperienze come la sua.

Un uomo così ha mostrato anche nel patire ingiuste discriminazioni, come quella plateale, grottesca, dal premio Nobel – sempre attento a non valorizzare posizioni cattoliche – che quel che conta è l’esperienza. La gloria della fede è un uomo come Cabibbo. E ce ne sono molti come lui, non al suo pari livello scientifico ancora, ma di pari esemplarità. Sono questi scienziati –molti ancora giovani, impegnati in ardue carriere di studio nelle nostre università o all’estero – che smascherano con la loro stessa sola esistenza la pretesa che taluni idolatri della scienza propagandano con grandi mezzi e grandi assitenze dei media in questi decenni.

Ogni Padre Nostro recitato da uno di questi ragazzi, da uno di questi scienziati vale più di mille convegni ed è più forte di mille articoli contro il nesso tra fede e scienza.

Occorre un uomo, basta un uomo perché la prosopopea di chi vuole eliminare Dio in nome della conoscenza sia annullata e rivelata per quel che i salmi chiamavano già anticamente con un nome duro: una scemenza, una perdita di senno. La presenza di uomini e scienziati così, naturalmente, non obbliga nessuno a credere. Ma invita tutti a usare la ragione con più larghezza, considerano la fede non più una ipotesi consolatoria a uso di uomini spaventati dal mondo e dall’ignoto. No, proprio questi amanti e indagatori dell’ignoto che ogni giorno lavorano e che – come Cabibbo – si sono addormentati con il nome del Padre sulle labbra sono un invito a considerare la scienza e la fede alleate nell’avventura della conoscenza della vita.

La gloria della fede, la sua manifestazione umile e splendida, ha sempre avuto bisogno di uomini così, e Dio li ha fatti sorgere in ogni tempo e anche nel nostro, così violato e rischioso. Per questo, stranamente, al dolore per la perdita si aggiunge in questi casi una gratitudine al cielo, una commozione immensa perché il nome di Gesù brucia nei cuori e nella mente di uomini che sorgono, come segni e testimoni, lungo il nostro duro cammino, rendendolo chiaro.




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