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Il lusso dell’ambientalismo secondo una ricerca americana
Tratto da Il Foglio del 17 agosto 2010

Roma. L’ambiente sarà anche un diritto, ma l’ambientalismo è un lusso che non tutti e non sempre possono permettersi. Non al tempo della recessione, almeno.

Lo rivela un’indagine di Matthew Kahn e Matthew Kotchen del National bureau of economic analysis, che hanno cercato di capire in che modo la sensibilità ecologica del pubblico sia influenzata dal ciclo economico. Negli anni di vacche grasse, la gente scende in piazza per il pianeta (o per quello che gli dicono essere il bene del pianeta). Quando però il vento cambia, preoccupazioni più urgenti e concrete soppiantano le domande su che tempo farà tra cent’anni. Kahn e Kotchen hanno incrociato i dati sulla disoccupazione – intesa come indicatore indiretto della situazione economica in generale – con una serie di possibili misurazioni dell’attenzione per l’ambiente. Nella prima parte dello studio, hanno verificato che le ricerche su Google (divise per stati), all’aumentare del livello di disoccupazione, vedono salire la frequenza di termini come “disoccupazione” e diminuire quella di “riscaldamento globale”. Nella seconda parte, anch’essa disaggregata per stati, hanno confrontato l’andamento dell’occupazione coi risultati di due sondaggi dello Yale project on climate change nel 2008 e nel 2010: “Un aumento nella disoccupazione in uno stato è associato alla riduzione dei timori per il riscaldamento globale”. Infine, hanno analizzato i sondaggi mensili del Public policy institute of California trovando che “i residenti nelle contee con più disoccupazione tendono ad assegnare all’ambiente una priorità inferiore”. Gli autori spiegano che “durante una recessione, le famiglie tendono a focalizzarsi sul benessere quotidiano anziché su minacce più astratte, incerte e di lungo termine”. E’ del tutto razionale, ed è – in fondo – lo stesso meccanismo per cui i paesi in via di sviluppo sono meno attenti dell’impatto ambientale dei paesi industrializzati. Per dirla brutalmente, “scodella piena un solo problema, scodella vuota molti problemi”. Questi dati indicano un impedimento oggettivo sulla strada dell’ambientalismo politico: se l’ecologia viene trattata come una variabile indipendente, finisce per scontrarsi da un lato con l’obiettivo della crescita economica, dall’altro con l’effetto positivo che uno sviluppo più sostenuto può avere sull’atteggiamento nei confronti dell’ambiente. Sicché, l’estremismo verde può danneggiare l’economia senza beneficiare l’ambiente: la gente se ne rende conto e, più o meno consapevolmente, persegue in modo razionale sia il proprio interesse individuale (“stare meglio”), sia l’interesse collettivo.

Questi argomenti sono coerenti con altre evidenze sul rapporto tra crisi economiche e politiche ambientali. L’anno scorso, Pablo del Río dell’Institute for public policies and goods e Xavier Labandeira della Fundación de estudios de economía aplicada hanno mostrato che la recessione deprime gli investimenti verdi, e che “rafforza la necessità di un attento disegno delle politiche climatiche che conduca a riduzioni delle emissioni economicamente efficienti in una prospettiva intertemporale”. Proprio il contrario del modo in cui la Commissione europea e gran parte del mondo ecologista ha affrontato la questione: prima scommettendo sul “green deal” e fissando obiettivi iperbolici, e poi addirittura celebrando le virtù ecologiche della crisi perché l’arretramento del pil ha fatto, nel breve termine, crollare le emissioni. Con loro, però, si sono abbattuti anche gli investimenti. La lezione è che, senza crescita, non c’è né benessere, né sostenibilità. E l’opinione pubblica lo sa.




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