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Shoah, troppa memoria «anestetizza»?

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di Anna Foa
Tratto da Avvenire del 13 agosto 2010

La recensione di Vito Punzi al nuovo libro della scrittrice tedesca Iris Hanika, «Ciò che è proprio», pubblicata ieri su queste pagine, punta il dito su un problema molto reale e che diventa di anno in anno più urgente: quello del business della memoria della Shoah o direi meglio, per un senso forse irrazionale di fastidio che mi deriva dall’uso di questo termine, dalla sua istituzionalizzazione e mercificazione. È un problema che, come giustamente sottolinea Punzi, non ha nulla a che vedere con il negazionismo e nemmeno con la banalizzazione della Shoah, ma piuttosto con l’uso di questa memoria, con le sue modalità. È un problema che tanto le istituzioni ebraiche che gli storici si sono posti già da molti anni, in Italia direi già poco dopo l’istituzione nel 2000 della Giornata della memoria, senza però riuscire a trovare la strada per sfuggire ai rischi di questa istituzionalizzazione. Nella problematica del romanzo di Iris Hanika c’è qualcosa di più: da una parte l’introiezione dell’esperienza dei campi come qualcosa con cui confrontarsi intimamente, il senso di colpa di essere sfuggito ad Auschwitz, che il protago­nista Frambach vive con tutto se stesso, fino alla liberazione finale, quando rifiuta di percorrere tutto il cammino dei deportati ad Auschwiz e esce fuori dal campo. Dall’altra, il senso di colpa di Graziela, figlia di un soldato tedesco che porta il peso delle colpe, vere o presunte, del padre.

Un problema questo che da noi non è a dire il vero molto sentito, forse grazie al mito che gli italiani, parliamo naturalmente dei ragazzi di Salò, non abbiano avuto un ruolo nella deportazione degli ebrei, un mito che più viene sfatato dagli storici più si radica nell’immaginario comune. Se non abbiamo figli e nipoti di responsabili in ambasce, però, abbiamo da una parte un lutto elaborato con grande difficoltà anche nel passaggio delle generazioni dai discendenti delle vittime e dall’altra una fatica del mondo esterno a vivere in maniera equilibrata, mi si consenta il termine, il peso della memoria della Shoah. Un composto esplosivo, che porta o ad assillanti tentativi di identificazione con le vittime o a noncuranti rifiuti di confrontarsi con una memoria che si vive come imposta e dovuta. Il confine tra questi due abissi è stretto. Il rischio della sovrabbondanza della memoria è quello di precipitare o da una parte o dall’altra. E siccome non possiamo fare come Frambach e Graziela, innamorarci, dobbiamo continuare a percorrere questa strada stretta. C’è un altro punto però che Punzi non tocca: quello che il tema è affrontato qui in un romanzo, non in un saggio.

Molte sono ovunque le polemiche sulla possibilità o meno di scrivere romanzi sulla Shoah. Resto convinta che la libertà che la narrativa offre possa talvolta permettere al lettore di affrontare senza costrizioni questi temi tanto gravi. C’è un rischio anche qui, naturalmente, ed è quello del messaggio che filtra al lettore. E nel caso del romanzo, i pericoli di fraintendimento sono più forti. Ma se non fosse così? Se la strada per percorrere questa via stretta fosse anche quella di allontanarsene, senza cadere da una parte o dall’altra, magari librandovisi sopra come in un quadro di Chagall?




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