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di Paolo Guiducci
Tratto da Avvenire del 12 agosto 2010
Secondo Pier Paolo Pasolini «i romagnoli sono come gli italiani ma all’eccesso». Gente caratterizzata da grande energia, da spirito di volontà e da una certa visionarietà: Andrea Costa nella politica, Giovanni Pascoli nella poesia, Federico Fellini nel cinema sono alcuni esempi.
Di questi «padri», delle radici di una terra in grado di «trasformare un territorio malarica in una capitale europea del turismo» (Eraldo Baldini) cosa è rimasto oggi?
L’interrogativo ha alimentato il tradizionale «Processo» svoltosi a San Mauro Pascoli il 10 agosto.
Giunto alla decima edizione, quest’anno alla sbarra ha portato non un personaggio storico, bensì un’intera categoria: il Romagnolo. Erede del Passator Cortese e di Mussolini oppure figlio di Pascoli e Fellini?
Il rischio, in operazioni del genere, è di cadere nello stereotipo che sconfina nella banalità. L’immagine del romagnolo, creatasi negli ultimi duecento anni, facilmente alimenta i luoghi comuni.
Focosi, passionali e prepotenti per l’immaginario collettivo, secondo antropologi e criminologi positivisti, i romagnoli diventano «scientificamente» teste calde, violenti, ribelli, mangiapreti e stupratori. Gente dalla quale tenersi alla larga. Eppure altri tratti della vulgata comune rendono questa categoria ben più simpatica. La fama di impavidi mangiatori, ad esempio. Estroverso, votato alla politica e poco propenso a sottostare alla legge, il romagnolo donnaiolo, vitellone secondo la rappresentazione di Fellini, è tutto sommato una figura rassicurante.
Come la luna, però ha una faccia in ombra, una vena malinconica, romantica e noir evidenziata dallo scrittore Eraldo Baldini, avvocato difensore al Processo: «Agli inverni freddi e nebbiosi corrispondono estati luminose e calde, piene di turisti. Qui convivono realtà rurali e capitali del turismo, discoteche trendy e tivù locali dalla romagnolità più deteriore».
I romagnoli (ma non solo loro) in fondo offrono narrazioni consolatrici di sé stessi. Non sono così anche le immagini caustiche con cui comici come Giuseppe Giacobazzi e Paolo Cevoli dipingono i conterranei mettendoli alla berlina?
L’autoassoluzione non è però prerogativa dei soli comici: invece di guardare alle tradizioni come risorse da investire di fronte alle sfide della modernità, la Romagna ha preferito costruirsi postumi miti sociali (il Passatore «brigante buono» rispetto alla difficile integrazione nello Stato unitario), politici (la «terra del Duce» rispetto alla demonizzazione dell’avversario politico) e letterari (la poesia del Pascoli idealizzazione della «piccola patria»).
La giuria popolare ha mostrato clemenza: con 315 voti a favore e 90 contrari (e tanti astenuti), il pubblico accorso in massa alla Torre pascoliana ha assolto il Romagnolo. Forse non più all’altezza della tradizione che ha alle spalle, incapace di immaginare, come ha fatto notare lo storico Roberto Balzani che guidava l’accusa, povero di idee collettive e malato di enfasi localistica e campanilistica, ha rincarato la dose il collega Maurizio Ridolfi (Università della Tuscia) ma in fondo «brava gente». Che se ha una colpa, non è di poco conto per la verità, è quella di non essere più sicuro delle sue radici, né forse è così interessato a conoscerle davvero. Le cita, le evoca, troppo spesso le scambia per fantasmi che si dissolvono alla prima folata di garbinO.