- Home
- Miradouro.it
- Ambiti
- Sezioni
- Argomenti
- Serie di articoli
- Contenuti speciali
- Links

Verso la rielezione di kagame in Ruanda • Omicidi, arresti di oppositori... ombre inquietanti si allungano sul governo
di Giulio Albanese
Tratto da Avvenire dell'11 agosto 2010
Se il Ruanda non fosse stato il teatro di una delle più orrende mattanze della storia umana, forse le elezioni presidenziali nel Paese delle Mille Colline passerebbero in sordina. Questo lembo di terra d’Africa, nel cuore della Regione dei Grandi Laghi, era sconosciuto alla gran parte dell’opinione pubblica mondiale quando, nell’aprile del 1994, iniziarono i feroci massacri a seguito dell’abbattimento dell’aereo del presidente Juvénal Habyarimana.
Sono trascorsi oltre sedici lunghi anni d’allora, eppure il peso di quel genocidio continua a gravare sulla vita della popolazione locale, lacerata da profonde divisioni. Soprattutto perché, contrariamente a quanto si pensa, il genocidio è andato avanti ben oltre la soglia degli anni 90.
Primi a morire furono centinaia di migliaia di tutsi, l’etnia minoritaria vessata impunemente dalle milizie Interahamwe, oltre a un numero non indifferente di moderati hutu (il gruppo etnico demograficamente maggioritario e fino ad allora dominante). Successivamente, si passò alla rivincita e alla vendetta dei tutsi che passarono all’arma bianca non solo i miliziani hutu, loro acerrimi nemici, ma anche tantissimi profughi civili, perpetrando una vera e propria pulizia etnica, soprattutto nelle foreste dell’ex Zaire, da Shabunda a Walikale, fino a Tingi-Tingi.
Anche l’attuale classe dirigente ruandese ha, dunque, le sue grandi responsabilità, a partire da Paul Kagame presidente uscente e avviato a una scontata riconferma nella competizione elettorale.
Fu proprio lui, è bene rammentarlo, a condurre vittoriose le truppe del Fronte patriottico ruandese (Fpr) a Kigali, dando vita al nuovo corso politico che certamente non ha brillato in termini di democrazia. Non è un caso se il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non ha rinnovato nel 2003 l’incarico a Carla Del Ponte, che guidava la procura del Tribunale penale per i crimini in Ruanda.
L’ipotesi di aprire inchieste anche sul Fpr preannunciata dal magistrato elvetico - suscitò infatti le ire di Kagame che fece pesare le sue influenti amicizie internazionali.
Ma per comprendere le malefatte del regime di Kigali, basta dare un’occhiata a quanto denunciato nei giorni scorsi da Reporter Sans Frontières (Rsf).
Si parla di assassinii, condanne e detenzioni dei giornalisti, chiusura dei mezzi di comunicazione.
Un bavaglio che ha stretto la sua morsa con l’approssimarsi del voto. E naturalmente a pagare il prezzi più alto sono soprattutto gli avversari politici di Kagame, come nel caso di un elemento di spicco del Partito verde democratico del Ruanda, André Kagawa Rwisereka rinvenuto senza vita la mattina del 14 luglio scorso, poco lontano dalla propria auto. Gli omicidi negli ultimi mesi sono stati diversi, oltre a svariati arresti di membri delle opposizioni. Si allungano così ombre su Kagame e sul suo governo. Eppure sul presidente uscente incombe un plebiscito annunciato. E lo si può capire bene se si considera che la popolazione ruandese conta circa 10 milioni di abitanti, ma e che gli elettori iscritti sono poco più di 5 milioni.
Per di più lo scenario geopolitico è profondamente mutato nella Regione dei Grandi Laghi, rispetto a due decenni fa, con l’ingresso in scena dei cinesi che condizionano non poco il quadro locale e l’iniziativa occidentale, sia americana che europea. E Kagame, che ha l’esercito dalla sua parte, sa bene come giostrarsi tra le grandi potenze. In fondo, si sente con le carte in regola: ha attuato una politica di sviluppo incentrata sui servizi e le nuove tecnologie, ma anche sulla modernizzazione delle attività agricole. Peccato che l’indispensabile riconciliazione nazionale rimanga ancora un miraggio.