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Il Kenya sbaglia costituzione e anche referendum

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Civiltà )( BarbariePassaggio delicato e rischioso
di Giulio Albanese

Tratto da Avvenire del 4 agosto 2010

Non è la prima volta che si tenta di met­tere mano alla Costituzione in Kenya, un Paese che dall’indipendenza a oggi ha go­duto di una relativa stabilità. Ma questa vol­ta pare proprio che, stando ai sondaggi, la bozza della legge suprema, approvata dal Par­lamento di Nairobi il primo aprile scorso, verrà confermata dalla maggioranza del cor­po elettorale. Purtroppo, come già è avvenuto in passato – ad esempio nel corso delle elezioni del 2007 – questo appuntamento è caratterizzato da forti contrapposizioni interne che potrebbe­ro destabilizzare il già debole governo di u­nità nazionale. Se da una parte è vero che il testo sottoposto al giudizio popolare preve­de dei principi estremamente innovativi ri­spetto al passato – limitazioni ai poteri del presidente, la devoluzione di diverse attri­buzioni dello Stato centrale verso i poteri re­gionali, gettando le basi per l’agognata rifor­ma fondiaria –, dall’altra la bozza costituzio­nale ha trovato l’opposizione delle Chiese cristiane. In particolare della Chiesa cattoli­ca che fino ad alcuni mesi fa era in prima fi­la nel promuovere la revisione del dettato co­stituzionale e, poi, è stata indotta a mutare av­viso. Per due serissimi motivi.

Il primo riguarda la clausola che sposta l’ini­zio della vita dal concepimento alla nascita. Questa proposta viene vista dai cattolici – ma anche da altre confessioni cristiane e dai mu­sulmani – come propedeutica alla legalizza­zione dell’aborto, nel contesto di una cre­scente cultura negazionista rispetto ai dirit­ti del nascituro. Basti pensare che sarebbero circa 800 gli aborti praticati ogni giorno in Kenya. La seconda obiezione, condivisa da tutte le Chiese, riguarda invece il riconosci­mento delle corti civili islamiche, le cosid­dette Kadhi Courts, che sarebbe contrastan­te con il sistema giurisprudenziale di uno sta­to positivamente laico. A questo proposito c’è da considerare che le popolazioni costie­re del Kenya, di tradizione islamica, hanno da sempre goduto di un particolare status cui non vogliono rinunciare.

Il caso scatenato dalle Kadhi Courts potreb­be rappresentare comunque un fattore de­stabilizzante. Il problema di fondo, come ha rilevato l’arcivescovo di Nairobi, il cardinale John Njue, è di ordine metodologico nel sen­so che ridurre il giudizio sulla Legge Supre­ma dello Stato a un 'sì' o a un 'no' è fuor­viante. Secondo il porporato, «vi sono stati dei miglioramenti della bozza costituziona­le, ma il buono è stato mischiato con alcuni paragrafi cattivi che incidono sulla vita mo­rale e i diritti della persona». Sarebbe stato più logico affidare la redazione del testo costitu­zionale a un’assemblea costituente (come in un primo momento s’era pensato di fare), nella quale fossero incluse non solo le forze politiche, ma anche le espressioni più signi­ficative della società civile, ponendo al vaglio degli elettori le questioni controverse in for­ma di specifici quesiti, nell’ambito di un re­ferendum più articolato.

Tutto il dibattito s’è risolto, invece, nel recin­to del Parlamento, che ha approvato una boz­za redatta da un’apposita commissione. E mentre il presidente Mwai Kibaki e il primo ministro Raila Odinga si sono espressi favo­revolmente nei confronti del nuovo testo (con l’appoggio del governo di Washington, che avrebbe promesso aiuti finanziari in cambio dell’approvazione), a dire 'no' alla bozza, ol­tre alle confessioni cristiane, sono stati per­sonaggi alquanto controversi, come l’ex pre­sidente Daniel arap Moi e il ministro dell’U­niversità, William Ruto. Ovviamente, per mo­tivi diversi da quelli delle Chiese cristiane. Ma il pasticcio è ormai fatto, indipendente­mente dall’esito finale della consultazione.

Il timore di rivolte popolari la dice lunga sul­le incognite di questo importante passaggio politico.




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