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Più e meno tasse

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Per passare “dalle persone alle cose” Tremonti deve aumentare oggi il gettito per ridurlo domani
Diario di due economisti di Ernesto Felli e Giovanni Tria
Tratto da Il Foglio del 30 luglio 2010

La manovra di bilancio è stata varata e si può riprendere a parlare di riforme. Anche perché i tagli alla spesa pubblica decisi con la manovra non sono di per sé risolutivi. Innanzitutto perché essendo concepiti in gran parte nella logica del blocco della spesa e meno in quella del mutamento dei meccanismi di spesa, essi incidono solo parzialmente nella sua dinamica di medio-lungo periodo. D’altra parte non era questa la finalità della manovra. Sono infatti le riforme che dovrebbero incidere sulla dinamica di lungo periodo, sia della spesa sia delle entrate. E poiché queste ultime dipendono congiuntamente dalla politica di bilancio e dalla crescita economica, con la prima che è uno dei fattori che incidono sulla seconda, rimane aperto il nodo della riforma fiscale. Se ne è già parlato molto, tanto che la necessità di ridurre la pressione fiscale per rilanciare la crescita è diventata un’ovvietà. Il fatto è che allo stato attuale ciò non è all’ordine del giorno. Ma una riforma fiscale non è (solo) una riduzione della pressione fiscale, è innanzitutto un mutamento della struttura del sistema fiscale con una ricomposizione del gettito. In parte ciò dovrebbe avvenire attraverso il federalismo fiscale, ma non si sa come verrà attuato. In tema di riforma fiscale, su queste colonne abbiamo da tempo enunciato la proposta di uno spostamento del peso della tassazione dalla imposizione diretta a quella indiretta. Studi empirici dimostrano che, a parità di gettito, una ricomposizione del gettito fiscale in questa direzione determina un aumento permanente del tasso di crescita. Lo stesso ministro dell’Economia si è più volte espresso in favore della necessità di questa modifica. Ma allora cosa ostacola questa possibile e necessaria riforma? Un motivo non trascurabile è quello legato al controllo di breve periodo del deficit. La compensazione di una riduzione del gettito delle imposte dirette, conseguente a una riduzione delle aliquote, con un aumento delle imposte indirette si può certamente simulare con un certo grado di attendibilità ma in un orizzonte di medio periodo. Vi è, tuttavia, un problema di consistenza temporale, esaltato dal fatto che il grado di sensibilità dei mercati finanziari sconsiglia peggioramenti anche transitori del deficit pubblico. Una riduzione delle aliquote dell’Irpef provoca un immediato calo del gettito. Che dovrebbe essere compensato in parte dalla maggiore crescita, i cui tempi però non sono certi essendo in gioco una molteplicità di fattori, e in parte dal maggior gettito delle imposte indirette. Nel breve periodo, tutta la compensazione necessaria a mantenere la parità ex ante del gettito, potrebbe essere programmata attraverso l’aumento dell’imposizione indiretta, senza cioè prendere in considerazione gli effetti sulla crescita, per evitare contraccolpi transitori sulle entrate. Tuttavia, anche in tal modo il problema della transizione non sarebbe pienamente risolto. Quando ci si sposta da una base imponibile a un’altra non è esattamente determinabile nel breve periodo la reazione del gettito alla variazione delle aliquote. Anche perché è differente il tasso di evasione tra i vari tipi di tasse e la reattività al mutamento del prelievo.

L’immobilismo non è tra le opzioni
La prudenza, anzi la riluttanza del ministro dell’Economia a procedere a una riforma fiscale di questo tipo in un periodo come l’attuale potrebbe essere motivata da queste considerazioni non del tutto ingiustificate. La conclusione sconfortante è che dovremmo attendere un periodo di vacche grasse, che non si vede molto all’orizzonte, soprattutto in assenza di riforme, per poter avviare una riforma sperimentandone gli effetti.

L’alternativa paradossale sarebbe quella di procedere in questa riforma congegnandola in modo tale da prevedere nel breve periodo un aumento prudenziale del gettito, nella previsione di ridurlo successivamente una volta acquisita almeno la sua invarianza. Si tratterebbe di un aggiustamento progressivo partendo prudenzialmente dall’alto. Abbiamo sostenuto più volte la tesi che per ridurre la spesa pubblica sia necessario “affamare la bestia”, cioè porre dei vincoli sulle entrate in modo da costringere alla riduzione della spesa. La manovra appena approvata in un certo senso dimostra che la tesi è giusta, anche se la bestia si è affamata da sola, non è stata cioè affamata con una riduzione della pressione fiscale. Pensare quindi a una riforma fiscale che parta con un aumento di “cibo”, per poi passare progressivamente a una dieta sempre più stretta, appare paradossale. Tuttavia, poiché pensiamo che non sia solo il livello del prelievo fiscale a contare per la crescita ma anche la sua composizione, crediamo che l’immobilismo sarebbe la scelta peggiore.


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