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La decisione di percorrere la strada di una nuova società (newco) porta in un cul di sacco • Il ddl bipartisan di Ichino risolverebbe tutto alla radice
di Sergio Luciano
Tratto da Italia Oggi il 29 luglio 2010

Sul futuro di Mirafiori l' opzione Serbia non rappresenta una minaccia mortale perchè (come anticipato ieri l'altro da Italia Oggi e confermato ieri da Marchionne) l'impianto torinese è destinato a produrre auto di alta gamma; ma su Pomigliano lo scontro tra Fiat e sindacati, con vari condimenti politici, non potrebbe essere più acceso.

E la colpa di questo scontro (anche se finora nessuna delle parti in causa l'ha ricordato) è tutta del governo e, segnatamente, del pur volenteroso ministro del welfare, Maurizio Sacconi, che, più o meno un anno fa, rinviò l'approvazione di un disegno di legge preparato in Commissione Lavoro nella primavera del 2009 dal professor Pietro Ichino, su mandato bipartisan, praticamente di tutti i gruppi politici (solo l'Idv non s'era pronunciata apertamente per il sì) che avrebbe risolto alla radice la questione, introducendo nuove norme di rappresentanza (e democrazia) sindacale, in base alle quali, sostanzialmente, anche sui contratti integrativi e di laboro vige il criterio della maggioranza che vince.

Cioè: che ciò che la maggioranza di una rappresentanza sindacale negozia e approva, vale poi per tutti.

Invece questa riforma fu bloccata dall'iniziativa di Sacconi (caldeggiata in verità per altre ragioni anche da Tremonti) di convocare per il successivo settembre un tavolo di trattativa con Confindustria e sindacati che poi, nel mese di dicembre, condusse ad un rinviò ulteriore, di un anno, «per l'asserita necessità di un monitoraggio delle forme di partecipazione effettivamente già praticate nel Paese».

«Sì, purtroppo è vero che in quel testo di legge, firmato da me e da molti altri, c'erano norme risolutive», conferma Ichino. «Il testo, insomma, garantiva l'efficacia dell'accordo aziendale approvato a maggioranza nonostante il dissenso tra confederazioni.

Oggi invece, in assenza di una regola, di un principio di democrazia sindacale», dice Ichino, «la deroga al contratto nazionale non è chiaro se è efficace o no e prevale anzi l'idea che non vincoli tutti i lavoratori, compresi quelli che non aderiscono ai sindacati firmatari. L'altro problema è la clausola di tregua: oggi prevale una regola giurisprudenziale secondo cui essa non vincola i singoli lavoratori, ma solo le organizzazioni firmatarie e quindi ciascun singolo lavoratore può per esempio aderire senza incorrere in sanzioni a uno sciopero indetto dai Cobas». E quindi: con tutti i partiti d'accordo, e la legge suscettibile di un'approvazione-flash, il testo venne bloccato. «Nel corso dell'estate», si legge al riguardo sul sito di Ichino, «a seguito di una presa di posizione del ministro Tremonti favorevole alla partecipazione dei lavoratori agli utili dell'impresa, il ministro Sacconi ha convocato imprenditori e sindacati (già peraltro ampiamente ascoltati dalla Commissione Lavoro del Senato) sollecitandone un avviso comune sulla materia.

Il 9 dicembre 2009, lo stesso ministro del lavoro, ha proposto e ottenuto (con una astensione della Cgil) un avviso comune nel senso del rinvio di 12 mesi dell'iter parlamentare della legge; motivazione: necessità di un monitoraggio delle forme di partecipazione effettivamente già praticate nel Paese».

In questo quadro fondamentalmente malinteso e legislativamente superato, Sergio Marchionne sta forzando la mano. Con la newco “Fabbrica italiana Pomigliano” ritiene di poter unilateralmente non applicare il contratto nazionale dei metalmeccanici (spiazzando in questo modo anche la Confindustria, che l'ha firmato!) e quindi, pur riassumendovi in blocco (per forza!) tutti i lavoratori dell'impianto campano, ritiene di poter applicare solo l'accordo del 15 giugno sottoscritto con Cisl, Uil, Fismic e Ugl e non con la Fiom-Cgil. Così, unilateralmente: in modo tale che anche gli eventuali comportamenti incoerenti dei singoli potrebbero essere sanzionati.

È chiaro che si tratta di una bella forzatura giuridica. L'unico precedente più volte evocato al riguardo, quello dell'Alitalia, è del tutto incongruo perché, in quel caso, la compagnia di bandiera è sostanzialmente fallita, ed è stata commissariata, per cui ai soci della nuova azienda che ne ha rilevato parte degli asset è stato possibile riassumere solo alcuni dei dipendenti, non tutti, e con nuove regole.

Ma nel caso della Fip di Pomigliano, la continuità proprietaria con Fiat Auto è assoluta e, se Dio vuole, la società-madre è tutt'altro che fallita: facile immaginare che, di fronte a un quadro del genere, qualunque causa civile intentata anche dai singoli, per non dire dalla Fiom, troverebbe facile ascolto in tribunale.

«Sulla strada della newco ci sarebbero sicuramente delle trappole giuridiche», osserva Franco Debenedetti, che ha costantemente seguito e commentato su vari giornali la vicenda di Pomigliano, «ma da parte della Fiat la newco è l'unica strada percorribile oggi per tentare di ottenere quella certezza dell'efficienza organizzativa che le occorre per rilanciare la sfida sull'impianto».


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