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Un errore punire gli anziani (meritevoli)

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di Piaro Ostellino
Tratto da Il Corriere della Sera del 29 luglio 2010

Nella nostra Pubblica amministrazione, l’anzianità fa titolo (normativamente) per l’avanzamento e, (di fatto) persino per l’ingresso in carriera, troppo spesso indipendentemente dalle qualità e dai meriti professionali.

La cultura burocratica prevalente — con il proposito di fondare le decisioni su un dato «oggettivo», quale è, appunto, quello anagrafico — ha indotto il legislatore a evitare che siano i giudizi di merito il fattore costitutivo delle carriere nel pubblico impiego, nel timore che essi pecchino di eccessiva discrezionalità e, quindi, siano arbitrari. Preoccupazione legittima, se non fosse che, in tal modo, lo Stato non si fida né di se stesso né del mercato e — nel dubbio — preferisce lavarsi le mani.

Che, poi, qualità e meriti professionali finiscano con essere non solo ignorati, ma addirittura mortificati, al politico-burocrate non importa. La sola cosa che conta per lui è — rifugiandosi nel metodo e ignorando il merito — eludere i problemi. Un caso di incompetenza formalizzata.

Non è così in altri Ordinamenti, dove si va avanti se lo si merita e il pensionamento — come, ad esempio, negli Stati Uniti, per i docenti universitari — non è neppure obbligatorio. Il giudizio di merito è affidato al mercato, cioè ai cittadini fruitori del servizio.

Ora, il nostro ministro dell’Istruzione dice che, per i professori ordinari, «un’età media di sessant’anni» è eccessiva e annuncia di voler chiedere il pensionamento a sessantacinque per realizzare «un ricambio generazionale». Apparentemente, l’intenzione ha una sua coerenza. Se si avanza per anzianità sarebbe anche conseguente si andasse in pensione per anzianità. Ma, secondo logica e realtà, siamo — per dirla con il giurista — alla reiterazione dell’incompetenza. Le qualità e il merito professionali sono ignorati due volte: sia per far carriera sia con l’obbligo di uscirne. Il dato, poi, che molti docenti arrivino all’ordinariato oltre i sessant’anni prova, se mai, che l’affermazione «avanti i giovani» della signora Gelmini è smentita dai fatti; che il solo modo di far avanzare in carriera giovani e anziani dovrebbero essere le qualità professionali e i meriti; che il pensionamento dei più anziani dovrebbe essere regolato anch’esso dagli stessi criteri.

Un gruppo di docenti — Enrico Colombatto (Torino), Giulio Giorello (Milano), Lorenzo Infantino e Luciano Pellicani (Luiss, Roma), Gianfranco Pasquino (Bologna), Silvano Tagliagambe (Sassari) — in una lettera a questo giornale scrive: «Tenendo conto che la sua (della Gelmini, ndr) richiesta non fa altro che sostituire il dato anagrafico a quello di merito, ciò viene a significare non solo uno spreco di risorse intellettuali — che dire, infatti, degli "ultrasessantenni" che producono eccellenti lavori e dimostrano grandi capacità organizzative e di lavoro altrui — ma una mossa intempestiva in un contesto dove non si affronta mai il nodo del problema, e cioè il burocratico e farraginoso sistema dei concorsi». Al riguardo, i sei ricordano che «in Italia il posto di ricercatore viene vinto di solito da persone che hanno superato largamente i quarant’anni e che iniziano la carriera con uno stipendio tipicamente inadeguato non solo rispetto agli standard europei o internazionali, ma anche rispetto al mercato del lavoro di casa nostra». È evidente, a questo punto, che se il legislatore concretasse le intenzioni del ministro dell’Istruzione l’Università italiana ne uscirebbe decapitata. «Spieghi il ministro — concludono i firmatari della lettera — che cosa ci sarebbe di ragionevole nel suo progetto».

Personalmente, ho il sospetto che l’esigenza di realizzare «un cambio generazionale» sia il pretesto — oltre tutto logicamente ed empiricamente poco sostenibile — al riparo del quale si tenta di giustificare razionalmente i tagli di spesa all’Università. E qui, ancora una volta, la cultura burocratico-redistributiva, nonché dirigista, della manovra economica rivela tutta la sua insensatezza. Innanzi tutto, perché vincolare i diritti soggettivi del personale del pubblico impiego alle variabili disponibilità finanziarie del Tesoro è un abominio giuridico. In secondo luogo, perché condizionare la stessa efficienza di settori della Pubblica amministrazione delicati e decisivi per il futuro del Paese, come l’Istruzione, a quello stesso criterio è autolesionistico. In terzo luogo, perché qualità e meriti professionali non sono riducibile al dato economico: se con lo stipendio di un ultrasessantenne si possono assumere, e retribuire, due giovani non è detto che qualità professionali e meriti scientifici dei due giovani siano equivalenti a quelli dell’anziano mandato in pensione. Spesso è il contrario. Infine, perché il (supposto) risparmio diventa, in realtà, una partita di giro, al termine della quale si rischia sia di creare più posti-paga retribuiti meno, ma con un costo complessivo come prima, se non superiore, e di non avere neppure più i soldi per retribuire una marea di pensionati. Cioè l’implosione del sistema. Si introducano, piuttosto, parametri di spesa legati alla produttività degli atenei e di valutazione delle carriere dei docenti al grado di soddisfacimento delle loro prestazioni e dei loro lavori scientifici, cioè al mercato. C’è bisogno — a livello politico — di competenze, di «visione» prospettica, di capacità decisionale, ancorché di responsabilità finanziaria, non di miopia ragionieristica.




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