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Dieci dei 15 Paesi con il «gap» più ampio tra ricchi e poveri sono nel continente: Bolivia, Haiti, Ecuador e Brasile ai vertici. La crescita non riduce le disparità Forbice maggiore rispetto ad Asia e Africa
di Lucia Capuzzi
Tratto da Avvenire del 25 luglio 2010
La buona notizia è che l’economia latinoamericana è in crescita. Nonostante la crisi mondiale. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha previsto un biennio positivo, con un incremento del 4, 8 per cento per il 2010 e di quasi lo stesso tanto per il 2011. Lo stesso afferma la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal). Secondo il suo ultimo studio, la regione aumentarà il suo potenziale produttivo di un 5, 2 per cento entro l’anno. La notizia cattiva, anzi drammatica, è che l’espansione del sistema finanziario non riesce a risolvere la piaga storica del Continente: la diseguaglianza. Il rapporto del Programma Onu per lo Sviluppo (Undp) – il primo specifico sull’area sudamericana – lo dimostra con sconfortante precisione. Attraverso oltre duecento pagine di cifre e grafici, gli esperti delle Nazioni Unite arrivano a una inconfutabile conclusione: l’America Latina è la regione più diseguale al mondo. Qui l’indice di Gini – coefficiente statistico classico per misurare la disparità di redditi che varia da 0 (minimo) a 1 (massimo) – è in media dello 0, 6. Il 65 per cento più alto rispetto ai Paesi occidentali.
Non solo. Nelle società latinoamericane, il divario tra ricchi e poveri è maggiore anche in confronto all’Asia e all’Africa, rispettivamente di un 36 e di un 18 per cento. «Un esempio può aiutare a comprendere la gravità della questione – spiega ad Avvenire
Luis Felipe Lopez Calva, economista e responsabile per l’America Latina dell’Undp –. L’Uruguay, che è lo Stato del Continente dove la breccia è minore e l’indice di Gini è del 0, 44, ha un tasso di diseguaglianza maggiore a quello del Portogallo, la nazione con più disparità dell’Occidente». Dei 15 Paesi più ineguali del mondo. ben dieci si trovano in Sud America». Al primo posto, spicca la Bolivia, seguita a pochissima distanza da Haiti, Ecuador, Brasile, Colombia e Honduras. All’estremo opposto, prima dell’Uruguay, si collocano Venezuela, Argentina e Costa Rica.
Le cause della diseguaglianza latinoamericana sono strutturali. «La prima è la politica fiscale. Il sistema retributivo si basa in gran parte (il 9, 4 per cento) su imposte indirette al consumo, invece che sul reddito, come in Europa e negli Stati Uniti. In questo modo, grava con forza sulle classi più povere e favorisce i ricchi. Ecco perché la riforma fiscale è un nodo chiave per ridurre la disparità sociale. Finora solo l’Uruguay ha preso dei provvedimenti. Il Cile ne sta discutendo ma il resto del Continente non ha ancora affrontato la questione», aggiunge Lopez Calva. A questo, si aggiunge la difficoltà dei governi di «regolare» ovvero di fornire a chi non può pagare i servizi sociali di base: acqua, elettricità, alloggio e soprattutto istruzione di qualità. «Ampliare l’educazione e migliorarne gli standard è l’altro cardine per combattere la disuguaglianza. Il caso brasiliano è emblematico», prosegue l’economista. Negli ultimi otto anni, il governo Lula ha mandato a scuola quel 20 per cento di bambini che era escluso dal sistema. La disuguaglianza è caduta di quasi una soglia analoga, pur mantenendo livelli alti. Il Brasile è, inoltre, la nazione, insieme al Cile e Perù, che maggior progressi sta facendo nel ridurre le differenze di reddito. «A preoccupare è, invece, il caso del Costa Rica. È uno dei Paesi più “egualitari” della regione eppure le disparità stanno crescendo sempre più negli ultimi anni», sostiene Lopez Calva. Sulla stessa scia, anche l’Honduras. Se, da un lato, ricchi e poveri in America Latina continuano ad essere universi separati, dall’altro si nota come questi due mondi si stiano lentamente avvicinando.
Nell’ultimo decennio, la disparità è ridotta di un 1 per cento all’anno. Un ritmo lento. Ma è comunque un primo passo nella giusta direzione. «Parte del merito è dell’espansione della spesa sociale. Dal 1999, oltre 100 milioni di persone sono state inserite in programmi di assistenza», conclude l’esperto.