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*Montserrat - La Regina sugli abissi che dispensa grazie

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Oltre due milioni di persone ogni anno salgono al santuario catalano della Vergine col Bambino in braccio e il mondo in mano. I pellegrini sfilano pregando e chiedendo aiuto
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 21 luglio 2010

Da Monistrol la strada sale in stretti tornanti. È un’appari­zione improvvisa, a una cur­va, il massiccio di Montserrat: splen­dido, tanto che accosti, ti fermi, per restare a guardare. Una schiera di gu­glie color oro, una accanto all’altra come sorelle; le forme più bizzarre – bambole, frati, teschi. Ma tutte arro­tondate, limate da milioni d’anni di vento; da quando, qui, le acque del mare si ritirarono, e lasciarono in­dietro questo conglomerato di roc­cia, come un immenso trono. Come se si aspettasse una regina. In cima, il santuario. La facciata degli anni Quaranta, dura, d’impronta littoria, fa pensare a una fortezza. Ma in fon­do alla navata centrale, in alto, c’è la cappella della Vergine. È nera e bel­la, austera; vestita d’oro, il Bambino in braccio. Nella mano destra regge il cosmo. Senza alcuno sforzo; come se naturalmente le appartenesse.

I pellegrini dalle prime ore del mat­tino si incolonnano. Quanti, pensi stupita, e sì che è un giorno feriale. Ragazzi, bambini, settantenni e fan­ciulle in short. Non t’aspettavi, nella Spagna di Zapatero, un’ora di coda, un lunedì mattina, per la Vergine di Montserrat. La messa delle undici, poi il Salve Regina delle voci bian­che della antica Escholania. Ora la grande chiesa è stracolma. La limpi­dezza vertiginosa delle voci infanti­li nella penombra lucente di ori; poi, i cinquanta bambini in veste nera la- sciano l’altare, ordinati, in fila – le braccia nascoste sotto la cotta bian­ca, come ali riposte. La processione dei pellegrini riprende: dalla navata li vedi lassù davanti alla Vergine, che sfilano, e la accarezzano con una ma­no. C’è chi, soprattutto i ragazzi, si ferma solo un istante, e chi indugia, come non volendo andar via, come volendo spiegarsi, e insistere. Forse, ti viene il pensiero, quell’attardarsi è il segno di un dolore, è l’implorare ostinato una grazia.

Grazie, ne fa questa Madonna cata­lana, venerata dall’880. Quando dei pastori videro una sera una luce so­pra a una grotta. Tornarono insieme ad altri, e anche gli altri videro la lu­ce. Dentro a un antro ostruito dai de­triti trovarono una immagine della Vergine. Oltre mille anni fa. Le leg­gende affondano nel buio del tem­po, si intrecciano, si sovrappongo­no. Era, quella Madonna, la icona che secondo un’altra tradizione i cri­stiani di Barcellona avevano nasco­sto 170 anni prima, per salvarla al­l’avvicinarsi dei Turchi? Quelli che nascosero quella Madonna, narra la leggenda, furono tutti uccisi in un’imboscata dell’invasore. Chi in­dicò allora ai pastori, quasi due se­coli dopo, la grotta? Era da sempre, il massiccio svettan­te sulla aspra dolcezza della Catalo­gna, un posto singolare. Un posto da eremiti, che amavano il silenzio e le rocce del Montserrat. Così lunari, in alto, verso Saint Jeroni; così diverse ciascuna dall’altra, tanto che un mo­naco solitario poteva bene affezio­narsi a ognuna, e chiamarla, ti im­magini, per nome, nel gran silenzio rot­to solo dal vento nel­le gole. Fu anzi da u­no di quegli eremi che nacque il mona­stero di Montserrat, nell’undicesimo se­colo, generato dal­l’abbazia di Ripoll. Il filo della fede qui non si è mai inter­rotto. Quando l’e­sercito napoleonico salì fin qui e in­cendiò e rase al suolo ogni muro, la storia forse sembrò finita. Ma i mo­naci sono tornati. Ancora oggi qui ci sono i benedettini. Sono in settanta. Il più vecchio ha 96 anni e a settem­bre arriverà un novizio ventenne. La storia continua.

E il respiro di Montserrat ha i ritmi della preghiera benedettina. Alle 7 e trenta le lodi, poi la messa, il rosario, i vespri. Guardi i monaci seduti nel coro della chiesa. Cantano. «Luminis fons, lux et origo lucis», recita l’inno questa sera, mentre fuori il sole tra­monta.

Come un cerchio, la pre­ghiera monastica compie l’arco del giorno, e at­tende l’alba. Non ci sono più invece, sulle cime, gli ere­miti. Ma il visitato­re che sale a Saint Joan e più oltre, fra le rocce spoglie e i lecceti, si imbat­te ancora in piccole cappelle, o in grotte o rovine, dove per secoli uno dopo l’altro dei monaci hanno vis­suto. Restano, di quelle capanne, quattro mura davanti all’abisso. È e­state, eppure fa quasi freddo. Com’e­ra l’inverno degli eremiti, quando la nebbia attorno cancellava ogni co­sa? Te li immagini magri e ischele­triti come il san Ge­ronimo di Caravag­gio esposto al mu­seo dell’abbazia. Di cosa vivevano que­gli uomini? Di pre­ghiera, radici e del­l’eco delle campane, come una voce ami­ca che arriva fin quassù.

Strano posto, davve­ro, consideri fra te, mentre contempli queste cime mi­steriose come Dolomiti, ma più do­mate, soggiogate dal tempo. Da qui in alto Montserrat pare il luogo di un confronto titanico fra la roccia, la materia opaca e gibbosa lasciata dal­la Creazione, e il nulla, davanti; il luo­go della lotta fra la materia e il nul­la. Un uomo normale, qui, prova un po’ di paura; ha l’istinto di tornare a valle, fra i suoi simili, nel caldo delle case degli uomini. Ma in questo in­crocio di abissi una Madonna si è in­sediata, domina e regina; di quella mole di pietra ha fatto un trono. E in una storia infinita di lotte, distruzio­ni, cacciate, guerre, gli uomini con­tinuano a tornare dalla regina di Montserrat. Tornano, a domandare. Fuori dal santuario e anche accanto alla Santa Cova, la grotta del ritrovamento, c’è il libro dei pellegrini: pagine e pagine di parole scritte fitte. Ci sono gli ex voto: noti nel cesto un ciuccio, e la fotocopia di un compito di trigonometria, e de­gli scarponi da montagna, lisi.

Che grazie fa la Madonna di Montserrat? Sorride padre Jo­sep- Enric Parrellada, ex rettore del santuario: «Prima di tutto, la grande grazia di andare avanti nella fatica quotidiana. Noi benedettini siamo chiamati ad accogliere i pellegrini come accoglieremmo Cristo. Poi la gente torna a casa, e racconta cosa ha visto; e c’è una rete di fede che si allarga da qui, una rete che non si vede, ma opera». Oltre due milioni di persone ogni anno. Pellegrini o turi­sti? Padre Parellada crede poco alla distinzione: chi può sapere, rispon­de, che cos’ha nel cuore il visitatore apparentemente più distratto?

Già, la questione è il cuore. Cosa do­manderà il giovane padre che allun­ga la sua bambina di due anni più vicina che può, proprio addosso al­la Vergine? E la vecchia signora sola, ultima a andarsene questa sera, do­po i vespri? E cosa dice in realtà il grande organo della basilica, sotto le mani nervose di un organista sco­nosciuto? Nella navata buia e semi­vuota prima del rosario, in quelle no­te avverti inquietudine e domanda; sembra un discorso, e vorresti resta­re lì fino a notte a ascoltare, e forse, pensi, capiresti allora la lingua di Montserrat. Fuori ora la notte va riempiendo lo strapiombo, i pelle­grini se ne sono andati, e resta solo il vento. Fa freddo. L’unico tepore vie­ne dai mille ceri accesi accanto alla chiesa, come un esercito schierato e implorante. Là in fondo, in alto so­pra all’altare, sola, scintilla d’oro la Vergine nera. È così regale e in pace, col mondo in una mano e il Bambi­no nell’altra; di ogni cosa, fra la ma­teria e l’abisso, regina.




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