Versione adatta alla stampaDibattiti. Ferdinando Castelli, padre gesuita, in un saggio sui classici moderni indaga la dimensione della nostalgia del sacro
La ricerca di Ibsen, il paradiso perduto di Tolkien, la terra senza cielo di Gor’kij e la solitudine di Buzzati
di
Paolo Grieco
Tratto da

del 18 aprile 2006
«Il maggior esploratore su questa terra non fa viaggi più lunghi di colui che scende in fondo al proprio cuore e si china sugli abissi dove il volto di Dio si specchia tra le stelle».
Le riflessioni – su se stesso, sulla cronaca, sugli amici – che troviamo nel Journal di Julien Green commuovono per l’intensa spiritualità e l’autenticità di confessioni spesso sofferte, che richiamano le più profonde ragioni del cuore. Una concezione della vita ben diversa da quella che si svolge quotidianamente sotto i nostri occhi. Opera tra le più suggestive del Novecento, il Journal dello scrittore cattolico americano - nato a Parigi nel 1900 dove è morto nel 1998 - ci fa conoscere una dimensione umana a cui siamo impreparati.
La luce che resta
Green osserva la realtà con lo spirito del credente che non è disposto a rassegnarsi alla rinuncia degli ideali cristiani, con occhi capaci di penetrare fino in fondo nelle debolezze morali, nei cedimenti e nei compromessi della volontà, nella confusione intellettuale e dei sentimenti, tipica della società in cui viviamo. Il suo diario ci offre l’opportunità di un arricchimento interiore, di effettuare un viaggio, lungo l’arco di un secolo, in compagnia di una guida che parla in maniera semplice e cordiale, come se fosse seduto accanto a noi, che indica prospettive nuove, conferendo alla nostra esistenza un significato che va oltre le apparenze. Bisogna cedere la parola allo scrittore, scegliere a caso tra i suoi appunti per rendersi conto del valore delle sue pagine. «Quello che fa la televisione », scrive «è uccidere la vita interiore. È l’occhio del mondo moderno esterno che si posa su di noi e vuole renderci simili a sé» Ancora: Continuata la lettura del Diario di Claudel. Una frase profonda e insieme spiritosa sul «Dio è morto» di Sartre, quel Dio che ha «la cattiva abitudine di resuscitare il terzo giorno.»
Nel vedere la Pietà Rondanini di Michelangelo a Milano trova che il volto di Cristo: «è quello dell’umanità intera, senza retorica, senza niente di teatrale, il più bello mai visto ». E poi il pensiero sulla “luce che resta” che lo accompagna un giorno in cui si trova solo nel suo studio: «Quante volte girare ancora questa maniglia, aprire e chiudere questi libri, accedere questa lampada prima di essere sdraiato sul letto di morte che mi attende da qualche parte?
Ci penso molto a quest’età in cui gli anni contano il doppio. Possa la fede non oscurarsi mai nel mio cuore e la carità farsi un posto più grande nella mia vita al tramonto». Le tematiche letterarie e religiose di Green – un autore poco conosciuto in Italia, se pensiamo che il Journal è assente dalle librerie – sono tra quelle analizzate nel saggio Nel grembo dell’ignoto. La letteratura moderna come ricerca dell’Assoluto - pubblicato dalla San Paolo (con la prefazione di Gianfranco Ravasi) di Ferdinando Castelli, un gesuita già docente di letteratura e cristianesimo nella Pontificia Università Gregoriana e redattore letterario di Civiltà cattolica. Castelli segue, passo dopo passo, il cammino esistenziale e il contenuto delle opere di scrittori, drammaturghi, poeti e critici nel loro rapporto con la fede, che hanno cercato una risposta al dolore, all’infelicità, di coloro che sono rimasti “nel grembo dell’ignoto” per usare le parole di Baudelare, cedendo alla disperazione, assieme a chi è invece approdato alla certezza cristiana.
La vana ricerca di Dio di Ibsen, l’inferno esistenziale di Strindberg, il Dio incontrato attraverso Cristo di Solov’ëv, la terra senza cielo di Gor’kij, l’ortodossia di Chesterton, il rapporto tra Gide e Mauriac, la spiritualità di Maritain e della moglie Raïssa, il paradiso perduto di Tolkien, il Messia di Singer, e la solitudine di Buzzati, Bo e Caproni, sono stati illustrati, in una prosa magistralmente illuminante e appassionata, che fa del libro una lettura indispensabile, come il primo volume, pubblicato nel 2001, e dedicato a Verlaine, Huysmans, Ionesco, Dürrnmatt, Flannry O’Connor. Nessuno può rimanere indifferente alle pagine di Castelli che fanno rivivere i dolorosi conflitti spirituali, le tensioni laceranti, i dubbi, le angosce di scrittori che nei loro libri si sono posti in posizione di continua sfida e d’ininterrotto confronto con il soprannaturale. Autori che hanno descritto l’anelito sofferto nella ricerca di Dio, un Dio che avrebbe potuto rispondere e dare un significato alla sofferenza o all’assurdità della vita, ma anche di autori approdati alla rasserenante emozione di trovare il Dio nascosto e silenzioso di Pascal, e che sono vissuti alla luce della croce di Cristo, della speranza e dell’amore.
Il tragico e il misterioso
Per tornare a Green, Castelli spiega come lo scrittore misurato e tranquillo del Journal, sia diverso dall’autore dei romanzi. L’autore di Moïra, di Ciascuno la sua notte, di L’Autre, di Leviathan, di Mont-Cinère, inquieta, richiede un lettore coraggioso.
Nei romanzi – sostiene l’autore del saggio - «l’assurdo, il mistero, il tragico della condizione umana appaiono in un risalto più violento di quanto abbiano fatto gli esistenzialisti. L’uomo fatto per l’infinito, è prigioniero del finito, composto di spirito affoga nella materia, anela all’eternità ma è risucchiato nel tempo. Il suo è uno spirito lacerato, tra ambiguità, menzogne, bassezze, ribellioni, noia, tenebre…». Come nelle parole di Pascal: «Com’è insondabile il cuore dell’uomo, come è pieno di lordure.» Il Journal invece, continua Castelli, rasserena. «Nei romanzi, Green mostra chi è l’uomo, nel Journal chi l’uomo può e deve essere; lì regna la maledizione, qui la redenzione; lì Dio è o assente o evanescente, o presenza malefica, qui lo s’incontra come padre di misericordia, forza che vince il male….”»
Non è una contraddizione. Green fa capire quanto sia impervio, difficile, pesante da pagare per la nostra miseria il prezzo della fede. A questo proposito va ricordata una sua annotazione: «Nel Vangelo non è detto in nessun punto che sia divertente portare la Croce». Ma sull’autenticità della fede dello scrittore non possono esserci dubbi. «Se dovessi partire» – ha scritto sempre nel Diario – «questa sera e mi si chiedesse che cosa mi commuove più al mondo, direi forse che è il passaggio di Dio nel cuore degli uomini…». Il saggio di Castelli è un invito a confrontarci con la grande letteratura, la letteratura che ci costringe ad un confronto con la vita, ad affrontare le domande di sempre, a cominciare dal mistero della sofferenza.
Una letteratura ben diversa da quella di oggi: vuota, sterile, monotona, allo sbando, confusa, soffocata da un’orgia di sesso e di nascosta disperazione, dove non è solo assente Dio, ma anche l’uomo. Un uomo inerme, sconfitto, rassegnato.
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