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*L ’embrione che chiede giustizia al giudice. Un Guareschi censurato nel 1967

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaBAFFO RACCONTA di Emanuele Boffi

Tratto da Il Foglio dell'1 dicembre 2004

Sul calendario di casa quel diotifulmini di Giovannino Guareschi alla data 23 marzo lascia appuntato: “Racconto per il settimanale Oggi: no!”. E’ il 1967, l’aborto è un reato per don Camillo ma anche per Peppone, il divorzio una chimera, “ootide” è una parola che non si trova nemmeno nella fantasia di Amato, il delitto d’onore è legge di Stato.

Quando quel diotifulmini di Giovannino Guareschi invia il racconto all’attenzione del direttore di Oggi, Vittorio Buttafava, quello lo legge e gli scrive: Giovannino questo no, proprio non si può, tu mi vuoi inguaiare con la magistratura. Il direttore risponde al suo collaboratore: “Mi spiace usarti una scortesia proprio a Pasqua (quell’anno si celebrò il 26 marzo, ndr), mentre dovrei mandarti centomila auguri e ringraziamenti, ma come posso rischiare così? Il settimanale è sotto milioni di occhi spesso malevoli; i più malevoli (detto tra noi) sono all’interno della stessa Rizzoli”. E così un cassetto nella soffitta dell’Incompiuta, la casa nella Bassa nebbiosa del curioso scrittore anarco-resurre-zionalista, ha conservato il racconto censurato. Solo adesso, passati trentasette anni, dopo che Avvenire l’ha per primo pubblicato nel 1997, Rizzoli espia la colpa e lo presenta, inedito in volume, assieme ad altri nella raccolta “Baffo racconta”.

Quel diotifulmini di Giovannino in vita sua ne ha pestati di piedi, s’è fatto i campi di concentramento in Germania e in Polonia, se l’è presa con il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e con quello del Consiglio Alcide De Gasperi, s’è mangiato le arance in galera evitando di ricorrere in appello perché “per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”. Le ha date e le ha prese, sempre rivendicando la libertà di dire la sua, perché, amava dire, “tanto non muoio neanche se mi ammazzano”. Ma stavolta no, l’amico Buttafava lo ammonisce a malincuore in quella stessa missiva: “Caro Guareschi, al momento di impaginare il tuo ultimo pezzo mi è mancato il coraggio. Figurati se non condivido le tue opinioni, ma come posso pubblicare su questo giornaletto per famiglie un attacco così provocatorio verso i magistrati?”.

Giovannino, tu mi vuoi mandare al camposanto dei giornalisti. Manco nel 2004 si troverà un direttore che pubblica un racconto che s’intitola “L’embrione”.

Quel diotifulmini di Giovannino riporta nel racconto un episodio scovato tra la nera dei giornali, lo presenta come “un caso di normale amministrazione”. Tale Esterina con l’amico di lenzuola Salvatore ha messo le corna al marito Nazzareno Spillino. Questi, sospettoso, s’è acquattato in solaio attendendo i fedifraghi. Li coglie in fallo nell’oltraggiato talamo nuziale e poi svuota loro nelle budella i colpi della sua pistola. Il Nazareno, mentre manda al Creatore la peccatrice, sa che lei aspetta un bambino non suo e, al fumo delle pallottole, accompagna l’imprecazione: “Crepa anche tu, figlio di malafemmina”. Poi, quieto quieto, va dai carabinieri e si costituisce. Il giudice istruttore, accorgendosi che si tratta di una regolare e legalissima azione ispirata da nobili “motivi d’onore”, fa scarcerare il buon Nazzareno.

Passano tre anni, lo Spillino si rifà una vita e una fidanzata che gli regala un “florido bambino la cui foto viene pubblicata sui giornali assieme alla solenne dichiarazione della madre: ‘Sono orgogliosa di avere per fidanzato un uomo che ha saputo sì virilmente tutelare il suo onore ammazzando la moglie traditrice’”. Il Nazzareno è condannato a due anni, ma dopo l’appello “uscì liberamente dall’aula con un sorriso trionfante e fu accolto nel corridoio con applausi dal pubblico numeroso che aveva seguito il processo”.

Fin qui il racconto riporta la cronaca. Poi inizia quella che Flannery O’Connor chiamerebbe “la profezia del vedere le cose in tutta l’estensione del loro significato e quindi nel vedere in primo piano le cose lontane.

Il profeta è un realista delle distanze, ed è questo tipo di realismo che si trova nei migliori esempi di grottesco”. Guareschi immagina che quel frutto del peccato mai nato, dopo la scarcerazione del padre, chieda ragione all’unico uomo in toga che trova ancora in tribunale. Gli tira l’orlo del vestito e quello, scomodato, si volta e vede “un bambino piccolo piccolo, che pareva fatto d’aria”. “Che cerchi?”. “Cerco giustizia”. “E vieni a cercare giustizia proprio qui? – ridacchia quello – tu devi davvero essere piovuto giù da un altro mondo”. “Io sono il figlio dell’Esterina. Ammazzando mia madre, mio padre ha ammazzato anche me. E di questo si doveva pure tenere conto!”. “No, ragazzino. Non si può uccidere chi non è nato. Se un individuo non è nato, legalmente non esiste. Il codice parla chiaro: ‘La capacità giuridica si acquista nel momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito, sono subordinati all’evento della nascita’”. Il piccolino sfoglia i codici, prova ad obiettare. Ma l’uomo controbatte: “Tu non hai nessun diritto da accampare perché non sei una persona fisica. Tant’è vero che non sei nato!”. “Però sono morto!”. “E come può morire chi non è nato? D’altra parte se non volevi grane, dovevi sceglierti una madre più onesta”. “O magari un padre meno cornuto!” replica rosso il piccolino. Il vecchio togato perde la calma, Nazzareno non è un becco, anzi è un galantuomo che ha ucciso per difendere il suo onore. “Lo dicono – spiega – gli articoli 551, 578, 587 eccetera del codice penale che sono stati creati per consentire a tutti i galantuomini offesi nell’onore di ammazzare la moglie infedele!”. L’embrione non ne può più, “ma signor giudice!” sbotta. “Io non sono un giudice”, l’uomo in toga rivela di non essere un magistrato ma un semplice usciere del tribunale appartatosi per studiare gli ambi ritardati del lotto. La toga sulle spalle se l’è messa per respingere il freddo. E conclude: “Comunque anche un giudice non avrebbe potuto risponderti diversamente. Credi, non c’è niente da fare: dura lex sed lex. Oltre al resto, io non capisco come tu ce l’abbia tanto con quel bravo giovanotto di tuo padre. Alla fine, che t’ha fatto di male?”.

Imbronciato l’embrione “si infilò in una fessura del pavimento e scomparve”. “Il vecchio scosse il capo: ‘Che gioventù, non sono ancora nati e già accampano dei diritti! E si erigono a giudici del padre!’”.

L’Unità e lo scrittore morto ma mai sorto Così il racconto. Trascorso poco più di un anno, il 22 luglio 1968, anche l’anima di quel diotifulmini di Giovannino si infilò in qualche fessura della terra della sua Bassa. L’Unità se ne uscì con un editoriale non firmato così titolato: “E’ morto Giovanni Guareschi. Aveva sessant’anni”. L’anonimo corsivista, forse Fortebraccio, scriveva “Scompare, con Guareschi, un personaggio tipico di certa provincia italiana, incapace di camminare coi tempi e, di conseguenza, sterile e amareggiata. Pure Guareschi non mancava di quel certo ingegnaccio né di fantasia” ma finì per lanciarsi “a testa bassa in una battaglia che, sotto la veste dell’anticomunismo, era una autentica lotta antidemocratica. E tanto vi affondò che, aggiungendo anello ad anello, ossessionato dal comunismo, dal paracomunismo, dal criptocomunismo e via dicendo, finì per trovarsi, forse suo malgrado, schierato tra la destra fascista”. L’anonimo concludeva dunque l’epitaffio con la tombale affermazione che questa sua dipartita altro non poteva essere se non “il melanconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto”. Come il suo omino d’aria, anche l’ex embrione coi baffi Giovannino non era mai vissuto, anche se era sicuramente morto.



Baffo racconta
di Giovannino Guareschi

Introduzione di Alessandro Gnocchi,

Rizzoli, Milano 2004


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