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di Carlo Panella
Tratto da Libero del 26 maggio 2010
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Chi è convinto che “il comunismo ormai non c’è più” (e sono tanti, e lo dicono, e sfottono chi ancora oggi mette in guardia contro il comunismo) guardi alla Corea del Nord e faccia atto di contrizione.
Guardi il dittatore Kim Jong Il, il “caro leader”, guardi le divise dei suoi generali e prenda finalmente atto che quella follia, quel regime che massacra con carestie continue il suo stesso popolo, è un regime comunista in tutto e per tutto, con una storia di 65 anni alle spalle. Un regime che oggi minaccia la guerra in Asia e che può permettersi queste infamie solo per una ragione: il più grande paese comunista del mondo, la Cina, lo appoggia con cinismo tipicamente leninista, ovviamente modernizzato. Ieri, dunque, Pyongyang ha annunciato che ormai “tutte le questioni che sorgono nelle relazioni intercoreane saranno trattate ai sensi delle leggi in tempo di guerra”. Quasi una dichiarazione di guerra. L’agenzia ufficiale Pyongyang ha fatto inoltre fatto sapere che tutto il personale sudcoreano impiegato nella regione industriale di Kaesong sarà espulso così come verranno bandite la navi e gli aerei di Seul dalle acque e dai cieli territoriali e verrà abrogato l’accordo di non aggressione. Le relazioni tra le due Coree d’ora in poi verranno gestite dalla legge marziale. Va detto, nonostante la drammaticità delle decisioni adottate dal Nord Corea e il tono da bollettino di guerra di tutte le sue dichiarazioni e gesti ufficiali, che ancora non è agevole capire se Kim Jong Il stia fingendo o facendo sul serio, se abbia realmente intenzione di arrivare a incidenti di frontiera, alla “guerra calda” sia pure su scenari limitati, o se solo faccia il viso dell’arme per obbligare poi gli Usa e la Corea del Sud a trattare da posizioni di debolezza. La ferocia del gruppo dirigente comunista coreano, la storia dispotica del suo fondatore Kim il Sung e quella altrettanto dispotica, ma ben più vicina alla follia di suo figlio hanno degli aspetti di impenetrabilità che rendono difficile l’analisi e purtroppo lasciano aperta la porta anche agli scenari peggiori. L’unica cosa certa, di cui il mondo occidentale è costretto a prendere atto è che la Cina non intende affatto schierarsi contro la Corea del Nord e che anzi in questi giorni ne favorisce provocatoriamente l’escalation e che Barack Obama ha lasciato incancrenire anche questa crisi e che ora non sa che fare. Sollecitata a intervenire da Hillary Clinton che è in visita a Pechino, la dirigenza comunista cinese ha infatti sfiorato la presa in giro nei confronti dell’ospite affidando al portavoce del Ministero degli Esteri un “appello alla moderazione rivolto a tutte le parti”. Un esplicito semaforo verde alla Corea del Nord perché faccia quel che le pare, senza dovere temere pressioni da una Cina che pure controlla interamente sia l’economia che l’agibilità delle Forze Armate nordcoreane. La riprova infine, della ineffabile incapacità di Obama di analizzare le crisi –da mesi è inerte a fronte delle provocazioni nordcoreane- e soprattutto di porvi rimedio. L’unica speranza di Obama è che la Cina tiri le redini a Kim Iong Il e lo costringa al dialogo. Ma se invece Pechino e Pyongyang volessero dimostrare al mondo che gli Usa di Obama sono armai impotenti, che qualsiasi Stato Canaglia può fare quel che vuole, senza che Washington sappia neanche che fare, lo possono fare impuniti. Obama, a fronte di una guerra non ha semplicemente idea di che fare. Questo è il drammatico quadro del trionfo del politically correct su scala planetaria.