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Pechino chiama Bangkok

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di Vincenzo Faccioli Pintozzi
Tratto da cronache di Liberal del 20 maggio 2010

Non è mai un buon segno, quando un governo censura internet. Il segno è tanto più inquietante se avviene in Thailandia, Paese storicamente liberale persino con i movimenti di protesta.

Perché la sparizione improvvisa di Twitter e Facebook dalla Rete è quasi una prassi per Cina, Myanmar e tutte le altre nazioni autocratiche dell'area asiatica: ma vedere la schermata nera per i contatti thailandesi dimostra che gli scontri fra esercito e camicie rosse sono ben lontani dall'essere finiti. Tutti puntano l'attenzione sulla resa dei rossi nella capitale dopo una giornata campale: ma nessuno si prende il disturbo di notare che nel nord-est della Thailandia, la "terra elettorale" dell'ex premier Thaksin Shinawatra, i manifestanti hanno dato fuoco a un municipio. E l'esercito, nonostante la resa, autorizza i propri uomini a sparare a vista contro chi appicca incendi e «compie altri atti di terrorismo". Ma andiamo con ordine. In Thailandia è in atto una vera e propria rivolta sociale che va oltre la lotta politica: si tratta di conflitti radicati nel passato e mai risolti, che vedono la contrapposizione di classi sociali diverse, mai del tutto omologate fra di loro.

Nella giornata di ieri, la terza di guerriglia urbana fra esercito e manifestanti anti-governativi, si sono verificate decine di nuovi morti, che si aggiungono alle 16 vittime (oltre 140 i feriti) registrate nelle precedenti ventiquattro ore. Si parla di decine perché, dai vari roghi appiccati in giro per Bangkok, ancora non è uscito nessuno. Gli scontri fra militari e sostenitori del partito di opposizione "rosso" United Front for Democracy against Dictatorship (Udd) sono ripresi ieri in mattinata. L'esercito, dopo un iniziale momento di sbandamento, ha individuato una "live firing zone" in cui è stato autorizzato a operare in uno stato di guerra. Il Centre for the Resolution of the Emergency Situation ha dato il via libera ai soldati per «sparare proiettili veri ad altezza d'uomo». La prima offensiva dei militari è scattata nel tardo pomeriggio del 13 maggio scorso, allo scadere dell'ultimatum lanciato dal governo alle "cami- cie rosse". L'esecutivo aveva proposto elezioni anticipate per il 14 novembre prossimo e lo scioglimento del Parlamento entro fine settembre.

I leader della rivolta hanno chiesto (invano) la messa in stato di accusa del vice-premier, presunto responsabile delle violenze del 10 aprile. Un appello alla pace arriva dal segretario generale Onu Ban Kimoon, che ha «incoraggiato con forza [governo e camicie rosse] a ritornare al tavolo del dialogo». Intanto si fa sempre più grave il bilancio della crisi, divampata a metà marzo con le proteste di piazza dei manifestanti antigovernativi. In due mesi sono morte 46 persone, di cui una ventina negli ultimi tre giorni; oltre 1400 i feriti. L'ex premier in esilio Thaksin si è rivolto al governo perché riprenda i colloqui di pace. L'esecutivo intende proseguire nella linea dura e annuncia che «nei prossimi giorni la situazione tornerà alla normalità». Sul fronte delle "camicie rosse" emergono le prime spaccature: una parte dei leader intende continuare a oltranza la lotta; un secondo fronte, di pari consistenza, auspica la fine delle violenze e il ritorno alla legalità. Kokaew Pikulthong parla di «divisione 50 e 50» e aggiunge: «Fosse per me, preferirei fermarmi». Un altro leader "rosso", Kwanchai Praipana, annuncia «lotta a oltranza fino a che il governo non si assume le proprie responsabilità». Nel frattempo si fanno sempre più critiche le condizioni delll'ex ufficiale dell'esercito Khattiya Sawasdipol, soprannominato il "Comandante rosso". Alleatosi con i manifestanti anti-governativi, è considerato il capo operativo dell'ala "militare"delle "camicie rosse" e portavoce della lotta a oltranza contro il governo. Le sue condizioni sono critiche e, secondo i medici, «potrebbe morire in qualsiasi momento». Tutto questo cam- bia nel pomeriggio, quando il fronte dei rossi si ricompatta e decide a favore della resa. Ma questo non basta al governo, che sembra volersi vendicare: in serata emana ordini estremamente restrittivi, oscura i mezzi di comunicazione online e autorizza i militari a sparare a vista contro chi appicca il fuoco o compie «altri gesti di terrorismo». La mano dura era prevedibile, ma pericolosa. Come già detto, quello in corso in Thailandia non è più uno scontro di tipo politico, ma una vera e propria rivolta sociale. I conflitti, le divisioni, le ingiustizie del passato sono nodi che oggi vengono al pettine, perché nessuno le ha mai affrontate in modo serio. A questo si aggiunge una interferenza culturale di personalità che hanno studiato all'estero e che vogliono proseguire la battaglia per un cambiamento radicale della società. L'attentato al generale rosso è nei fatti un attacco mirato contro il leader dell'ala militare dei ribelli, che conosce le tecniche di guerra e ha curato la costruzione delle barricate: la sua morte indebolirebbe moralmente la resistenza. Il teatro della rivolta, inoltre, è concentrato in una zona limitata di Bangkok, mentre il resto della capitale e il Paese è sotto uno stretto controllo di polizia e militari. Per varcare i confini di una provincia è necessario superare i blocchi delle forze dell'ordine. Ma questo impedisce una diffusione a macchia d'olio della rivolta, tanto che sempre ieri i primi scontri si sono verificati persino nel nord del Paese. In tutto questo va sottolineato il silenzio di re Bhumibol, noto anche come Rama IX, che non è mai intervenuto in questi due mesi di crisi e che nessuno dei due fronti in lotta vuole coinvolgere nella guerriglia.

Questo silenzio, tuttavia, contribuisce ad alimentare la confusione: il monarca era riuscito con la sua sola "moral suasion" a scongiurare almeno tre colpi di Stato, negli anni scorsi. Il regno di Bhumibol è noto per essere il più longevo del mondo. Il re è amato in modo sincero dalla popolazione: il sovrano si è infatti adoperato per migliorare le condizioni della popolazione, in modo particolare nelle aree rurali, e di sovente il suo intervento è stato fondamentale per risolvere crisi poli- tiche. Per la stragrande maggioranza dei thailandesi il re è la vera anima del Paese. Nato negli Stati Uniti a Cambridge, in una stanza d'ospedale che era stata temporaneamente dichiarata territorio thailandese, il re è salito al trono nel 1946 a 19 anni. In quegli anni l'istituto monarchico era in crisi e rischiava di essere eliminato. Il legittimo erede al trono era il fratello maggiore di re Bhumibol, che però è deceduto in circostanze mai chiarite. Re Bhumibol ha pochi poteri personali, ma ha superato 17 colpi di Stato, mai del tutto pacifici.

Ha visto 20 primi ministri e ben 15 costituzioni. A 78 anni comincia a mostrare dei segni di stanchezza, e questo preoccupa la popolazione. E la sua debolezza rischia di aprire la porta di servizio alla Cina, che non vede l'ora di approfittare della confusione per inserire propri uomini nelle infrastrutture del Paese. D'altra parte, il confinante Myanmar è già di fatto protettorato di Pechino. E un grosso territorio fa ancora più gola all'Impero di Mezzo.




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