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di Carlo Panella
Tratto da Libero del 16 maggio 2010
Tramite il blog di Carlo Panella
Il massacro delle camicie rosse a Bangkok evidenzia non la forza –ma tutta da veificare- del premier Abhisit Vejjajiva, che ha deciso per la mano di ferro nelle certezza di una sostanziale fedeltà dell’esercito.
Nei giorni scorsi non solo l’Occidente, ma anche e soprattutto la Cina, cruciale paese leader nell’area, avevano chiesto l’apertura di una trattativa politica tra il regime e le Camicie Rosse seguaci di Thaksin Shinawatra, il “Berlusconi thailandese”, tycoon delle televisioni e dei media deposto da un golpe militare nel 2006 e da allora in esilio a Singapore. Pochi giorni fa, infatti, il ministro degli esteri di Pechinio Jiang Yu, aveva espresso la profonda preoccupazione del governo cinese per ciò che sta accadendo a Bangkok e auspicato una ricomposizione. La Cina, da “buona vicina”, aveva detto Jiang, spera che l’”ordine sociale” sia rapidamente ristabilito in Thailandia. Inoltre, ha aggiunto, è desiderio di Pechino che la “Thailandia possa ritrovare la sua stabilità politica”. Pochi giorni dopo le stesse dichiarazioni del generale thailandese Anupong Paojinda (che aveva affermato di voler evitare, fin quando possibile, qualsiasi atto di forza), parevano preludere all’apertura di uno spazio alla trattativa, ma così non è stato. La svolta repressiva è apparsa chiara giovedì scorso, quando il leader delle Camicie Rosse l'ex maggiore Khattiya Sawasdipol, è stato colpito alla testa, ma non casualmente, bensì dal tiro ben mirato di un cecchino, segno della volontà dei generali (i soli che possono avere disposto questa vera e propria esecuzione) di chiudere la partita con la forza, come sta avvenendo. Va detto che desta comunque non poco sconcerto la strategia seguita dalle Camicie Rosse che hanno scelto di occupare militarmente il 3 aprile un quartiere strategico della capitale, la zona dello shopping attorno alla Ratchaprasong, con una sorta di “quadrato protetto da barricate, in cui hanno fatto confluire armi convenzionali ed improvvisate, fronteggiando i militari che si sono disposti a protezione del contiguo quartiere finanziario di Silom, cuore della City di Bangkok. Una scelta estrema, una provocazione armata aperta, che aveva un senso politico solo se avesse acuito le contraddizioni interne al vertice militare e tra questi e il premier Abhisit Vejjajiva. Contraddizioni in pura ipotesi possibili, e marcate non solo da opzioni politiche divergenti, ma anche dalle forti tensioni etniche di un paese in cui i vari partiti, quello “rosso” (Alleanza Popolare per la Democrazia, PAD) di Taksin, quello “giallo” (il Partito Potere Popolare, PPP). di Vejjajiva e anche quello “blu”, rappresentano (ma ovviamente non in modo rigido), etnie diverse. Taksin è ben impiantato tra gli Isan, i Thai nord orientali e ha ottenuto solo in occasione delle elezioni del 2005, per perderlo disastrosamente nell’anno successivo, il consenso dei fondamentali Thai centrali che tradizionalmente, e da secoli, controllano da Bangkok il regno e costituiscono la base di consenso dell’attuale regime. Ma il massacro in corso pare indicare che queste tensioni interne ai vertici militari in realtà non si sono verificate e che quindi la strategia delle Camicie Rosse è stata se non suicida, molto vicina al suicidio. Anche perché il premier Abhisit Vejjajiva pare- il condizionale è d’obbligo- godere tuttora di un solido sostegno da parte del re Bhumibol Adulyadej Rama IX, che è sul trono dal 1946 (il più lungo regno del pianeta) e gode di uno straordinaria fama sia sul piano interno che su quello internazionale.