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L’«indomito» Buscaroli rilegge la nostra storia

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leggere, rileggere di Cesare Cavalleri
Tratto da Avvenire del 12 maggio 2010

La lingua italiana ha la paro­la giusta per ogni cosa, per­sona o situazione, e l’agget­tivo appropriato per designare Piero Buscaroli è 'indisponen­te', désobligeant per i francesi, annoying per gli inglesi.

'Indi­sponente', recita il Devoto-Oli, è chi «provoca reazioni o atteggia­menti dichiaratamente sfavore­voli od ostili». Camillo Langone, che ha dedicato al nuovo libro di Buscaroli, Dalla parte dei vinti (Mondadori, pp. 528, euro 24), un’intera pagina sul Foglio dell’11 febbraio scorso, ricorda che «siccome stavo elaborando un lungo articolo laudatorio, a­vente l’obiettivo dichiarato di aiutarlo a riemergere dal pozzo di silenzio in cui era stato precipi­tato per motivi politici e caratte­riali, pensò bene di minacciarmi di querela». Nel libro, infatti, Lan­gone è ricordato come «un gio­vane giornalista che poi scom­parve dal mio orizzonte».

Se però si ha la forza di superare l’istintiva antipatia di una scrit­tura peraltro adamantina, non­ché il fastidio per il disprezzo (che non è sprezzatura) che Buscaro­li dispensa a destra e a manca, ci si rende conto di avere in mano un libro interessantissimo, im­portantissimo, indispensabile. Piero Buscaroli, fascista non mussoliniano, collaboratore del 'Borghese' di Leo Longanesi (u­no dei pochi a cui non ha revo­cato la stima), direttore del quo­tidiano 'Roma' di Napoli, musi­cista e musicologo (sue le mo­numentali biografie di Mozart, Bach, Beethoven), collaboratore del 'Giornale' di Montanelli (trattato con la disistima che me­rita) anche con lo pseudonimo Piero Santerno, da ragazzo fu te­stimone degli assassinii perpe­trati dai comunisti in Emilia e dintorni, ed è evidente che per lui la Resistenza (almeno quella che ha visto) è solo sadica car­neficina.

Di famiglia illustre, figlio di un apprezzato latinista, imparenta­to per via indiretta con il 'comu­nistino' Massimo Cacciari, Bu­scaroli espone la verità del 'suo' Novecento, denunciando le re­sponsabilità comuniste nella strage di via Rasella, ricordando che la rappresaglia contro i par­tigiani ricordati nel monumento di Piazzale Loreto, a Milano, era motivata dall’agguato partigiano contro i tedeschi che distribui­vano il latte alla popolazione, e così via in controstoria.

La parte più importante del libro è quella dedicata al 25 Luglio 1943, quando Mussolini venne fatto arrestare dal Re, dopo che, in nottata, il Gran Consiglio ave­va approvato l’ordine del giorno stilato da Dino Grandi che esau­torava il Duce. Buscaroli è fero­ce contro Grandi, con il quale eb­be incontri e contatti epistolari e che era stato compagno di studi di suo padre: leccapiedi di Mus­solini fin da quando Grandi era ambasciatore a Londra, per va­nità e doppiezza dichiarò che con quell’ordine del giorno rite­neva di«salvare il salvabile», e in­vece compromise quello che si poteva salvare: infatti, non ba­stava fare di Mussolini il capro e­spiatorio, di fronte a una guerra perduta da tutto il popolo italia­no. A loro volta, i gerarchi furono giocati dai militari di Badoglio e dal Re, che consegnarono l’Italia agli anglo-americani. Inoltre, an­che attraverso interviste con Shinrokuro Hidaka, l’ambascia­tore giapponese a Roma che eb­be con Mussolini l’ultimo collo­quio politico proprio nella mat­tina del 25 luglio, Buscaroli ha a­vuto conferma che Mussolini, d’intesa col Giappone, stava ten­tando di ottenere un armistizio separato con la Russia, che a­vrebbe dato un corso del tutto di­verso alla storia italiana. L’im­provvido ordine del giorno Gran­di mandò a monte il progetto: Mussolini non poté inviare a Hi­tler la lettera di dissociazione, di cui il Re era informato, e che a­vrebbe risparmiato tanti lutti al Paese.

Bastano questi cenni per segna­lare l’importanza di questo volu­me, che contiene anche due bel­lissimi capitoli su Ezra Pound. Per quella sorta di masochismo che caratterizza certi esponenti della destra, Buscaroli si mette «dalla parte dei vinti». Ma, pur sconfitti dalla storia politica, Bu­scaroli e quelli come lui, non so­no vinti: sono, propriamente, «indomiti».




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