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Giustizia e la pace alla luce della "Caritas in veritate"
di Mario Toso
Tratto da L'Osservatore Romano dell'11 aprile 2010

Pubblichiamo stralci della lectio magistralis del vescovo segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace tenuta in occasione del dies academicus presso la Scuola Superiore Internazionale di Scienze della Formazione, a Venezia-Mestre, sabato 10 aprile 2010.

La giustizia e la pace non si ottengono solo mettendo a disposizione di tutti beni materiali o opportunità di scelta, quanto piuttosto rendendo accessibile ciò che consente la realizzazione di una vita virtuosa, la "vita buona" di tutti i popoli, ossia il bene umano universale, che è il bene comune della famiglia umana. L'educazione non può ignorare questa verità basilare, perché la stessa giustizia e la stessa pace rimarrebbero prive della loro anima etica. L'odierno impegno a favore della giustizia e della pace spesso si avvale di etiche neoutilitaristiche e relativistiche, a causa di quelle dicotomie che la Caritas in veritate censisce con precisione e con lucida consapevolezza della posta in gioco. Al riguardo giova ricordare che il bene comune universale, la giustizia e la pace non possono affermarsi quando l'azione sociale è dominata e pervasa da orientamenti consumistici e nihilisti che inducono atteggiamenti e stili di vita egoistici e predatori. Proprio su questo fronte, la Caritas in veritate offre alla cultura odierna e alla responsabilità pedagogica un apporto sapienziale e umanistico decisivo.

La svolta storica, che Benedetto XVI intende avviare all'inizio del terzo millennio, pone Dio alla base della morale e della pedagogia, contrariamente al progetto groziano che mirava all'elaborazione di un'etica etsi Deus non daretur. L'ordine morale viene dapprima scoperto nei suoi elementi basici - si pensi alle regole d'oro: "fa il bene ed evita il male"; "non fare a nessuno ciò che non vuoi sia fatto a te" - presenti nella coscienza di ogni uomo e, poi, viene "costruito" finalizzandolo al Sommo Bene e al Sommo Vero. Su queste premesse teorico-pratiche, la politica e l'educazione sociale sono ripensate e riconfigurate anzitutto nei termini propri di un umanesimo teocentrico, che viene incluso, pervaso e posseduto dall'alto di una pienezza d'amore e di verità, quella del Figlio di Dio, che ama sino alla follia della Croce e che inaugura l'umanesimo cristiano.

Secondo l'articolazione di uno schema culturale teo-antropocentrico, la politica e l'impegno per la giustizia e la pace sono orientati da una coscienza ove Dio è considerato come bene e fine ultimo; e l'unione del cuore e della mente con Dio è il criterio del vero ordine dei fini nell'azione costruttrice di una società giusta e pacifica e nell'azione formatrice delle coscienze.

Per la Caritas in veritate, l'assenza di fraternità è causa di sottosviluppo prima ancora della carenza di pensiero (20). Lo stesso può dirsi con riferimento alla giustizia, alla pace e all'azione educativa corrispondente. Proprio per questo, Benedetto XVI assegna alla fraternità universale un ruolo imprescindibile nel conseguimento dello sviluppo integrale della famiglia umana, nella realizzazione della giustizia, del bene comune e della pace, nel compimento umano dei singoli e dei gruppi. La ragione di questo orientamento morale non è arbitraria o aprioristica. La fraternità non va perseguita come qualcosa che si aggiunge dall'esterno all'impegno della crescita umana, alla ricerca di relazioni eque, di un ordine sociale pacifico. Essa, infatti, segna e caratterizza intimamente le persone nel loro dinamismo relazionale di autotrascendimento.

La fraternità, assunta e vissuta con responsabilità, alimenta una vita di comunione e di condivisione, sostiene la dedizione di sé agli altri, al loro bene, al bene di tutti. E questo, mentre sono svolte le normali attività del quotidiano.

Detto altrimenti, la fraternità a cui fa riferimento la Caritas in veritate non è un vago sentimento o una prospettiva etica che alimenta forme di solidarietà di tipo breve, meramente assistenzialistiche, ispirate dalla compassione. Si tratta, invece, di un comportamento virtuoso, che anima e informa di sé ogni attività, sia caritativa che istituzionale, mediante il quale si persegue il bene comune della comunità politica nazionale e mondiale. La fraternità, pertanto, entra a qualificare moralmente sia l'offerta di un'elemosina al povero sia lo scambio di beni e di servizi, sia il business, sia l'equa distribuzione del reddito.

L'odierno fenomeno della globalizzazione, nonché i grandi flussi migratori, popolano le nostre società di molteplici culture e religioni che proclamano fratellanza e pace, beni strettamente interdipendenti con lo sviluppo integrale. E così, le accresciute possibilità di interazioni tra culture e religioni danno spazio a nuove prospettive di dialogo interculturale e interreligioso, in vista della giustizia e della pace. Per Benedetto XVI, specie da parte di chi educa, va tuttavia esercitato un prudente e costante discernimento sia nei confronti di quell'"eclettismo culturale" che accosta semplicemente e acriticamente le religioni e le culture, considerandole sostanzialmente equivalenti e intercambiabili tra di loro (26), sia rispetto a quelle religioni e a quegli atteggiamenti religiosi e culturali che non assumono pienamente il principio dell'amore e della verità. "Il mondo di oggi - puntualizza il Pontefice - è attraversato da alcune culture a sfondo religioso, che non impegnano l'uomo alla comunione, ma lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne le attese psicologiche. Anche una certa proliferazione di percorsi religiosi di piccoli gruppi o addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso possono essere fattori di dispersione e di disimpegno. (...) Contemporaneamente, permangono talora retaggi culturali e religiosi che ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche irrispettose della dignità delle persone, in atteggiamenti di soggezione a forze occulte" (55).

Il criterio per valutare e per purificare le culture e le religioni da relativismi, fanatismi e fondamentalismi, dannosi per l'autentico sviluppo è, a giudizio di Benedetto XVI, "tutto l'uomo e tutti gli uomini". Un tale criterio - ciò non deve sfuggire agli educatori - prende forma entro l'orizzonte sapienziale della "carità nella verità", ove si svolge un dialogo fecondo tra fede e ragione. Proprio il contesto sapienziale della carità nella verità, che nel suo grembo fa crescere una sintesi ordinata tra saperi naturali e saperi sovrannaturali, è garanzia della reciproca e proficua purificazione tra ragione e religione, a vantaggio della giustizia e della pace.

In una società che accoglie molteplici culture e religioni, in vista della loro convivialità e del loro convergente apporto al bene comune, colui che educa a una socialità equa e ordinata può far leva non solo sull'opera di purificazione di cui sopra, ma principalmente sul fatto che in tutti i cittadini, a qualsiasi religione appartengano, è insita una comune capacità di vero, di bene e di Dio. È su tale base che si possono incentivare la comunione in un bene umano universale, la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell'umanità (57). È grazie a tale comune struttura antropologica ed etica che si può riconoscere ciò che unisce tutti in una piattaforma di beni-valori compartecipati, e si possono "vagliare e valorizzare le differenze come ricchezza espressiva di una medesima natura umana". La Caritas in veritate è fiduciosa nella capacità conoscitiva e di bene degli uomini e delle donne, soprattutto quando essa usufruisce dell'apporto della carità e della fede.




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