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Così tratterà da posizioni di forza con Fini e l’opposizione
di Massimo Franco
Tratto da Il Corriere della Sera del 21 marzo 2010
Sul palco di piazza San Giovanni, a Roma, ieri è spuntata una coalizione che almeno fino alle regionali prefigura una diarchia fra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Gianfranco Fini non c’è più. La sua assenza per «motivi istituzionali» è diventata qualcosa di diverso.
Il Pdl la vive quasi alla stregua di una diserzione. Il premier non ha mai citato il presidente della Camera: come se ormai toccasse a Fini chiarire se si sente ancora parte di quella piazza, e cofondatore del partito. Il successo numerico ed il segnale di vitalità offerti dalla manifestazione sono indiscutibili; ma per gli effetti politici occorrerà aspettare le elezioni del 28 e 29 marzo. Gli organizzatori parlano di un milione di persone: 150 mila per la Questura. Se però l’obiettivo era quello di correggere l’immagine sfuocata della maggioranza negli ultimi mesi, l'operazione sembrerebbe riuscita. Rimane un margine di ambiguità inevitabile. Nella decisione di dare una prova di forza è sempre insito il pericolo di rivelare una debolezza inconsapevole. Né basta la volontà di «reagire a due mesi di attacchi della sinistra e dei suoi giudici», come ha detto Silvio Berlusconi nel suo discorso, per compensare il paradosso di un governo in piazza: una scelta che l’opposizione definisce contraddittoria, additando un populismo del premier. Ma si tratta di un populismo studiato. Il capo del governo ha presentato Bossi come «uomo del popolo». E Pdl e Carroccio sono presentati come simboli di un potere che vuole dimostrare di essere ancora intatto. Si tratta di un’alleanza fra uguali, perché Bossi ha rivendicato la propria indipendenza da Berlusconi: al punto da ricordare alla piazza di essere «l’unico a non avere mai chiesto una lira» al Cavaliere. Non solo. Mentre Berlusconi attaccava «la sinistra ammanettata a Di Pietro», da Vedano Olona, vicino Varese, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha confermato la strategia della Lega: essere «la forza di riferimento di tutte le regioni del nord». La divisione dei compiti è abbozzata, dunque. Se i risultati di domenica e lunedì prossimi daranno davvero un’ulteriore spinta ai «lumbard», il premier dovrà tenere ancora più conto dell’«asse del Nord»; ed in parallelo cercare di non perdere il consenso nel resto del Paese. Insomma, la sensazione è che i rapporti nel centrodestra si stiano ridisegnando perfino in anticipo rispetto alle elezioni. Si tratta di un processo in apparenza inesorabile. Eppure, saranno le regioni vinte o perse fra una settimana ed il computo nazionale dei voti a confermare o modificare non tanto l’istantanea della folla in piazza San Giovanni, ma l’uso che Berlusconi ne potrà fare; e probabilmente la stessa configurazione del centrodestra emersa ieri pomeriggio. Solo un responso delle urne pari alle ambizioni espresse ieri dal centrodestra dimostrerà l’efficacia dell’iniezione di energia tentata dal premier. E gli permetterà di trattare da posizioni di forza con Fini, con l’opposizione, e con quanti pensano o si illudono che la sua stella sia declinante. Altrimenti, le ambizioni di riforma presidenziale e della giustizia possono diventare frustrazioni; e complicare il «mandato pieno» chiesto per i prossimi tre anni. La «piazza dei moderati» finirebbe per apparire il palcoscenico di una prova muscolare possente ma politicamente sterile. L’ultimo «no» del Consiglio di Stato alla lista del Pdl a Roma, e la conferma che anche nel Lazio si voterà il 28, in fondo è un richiamo agli errori commessi.