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La piazza, l’eterna piazza, non si emoziona mai per i “fatti concreti”

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Ci vuole l’urlo e l’invettiva, come a teatro
di Giuliano Zincone
Tratto da Il Foglio del 20 marzo 2010

Con una decisione temeraria, il Cav. si gioca la faccia nelle elezioni regionali. E oggi il suo popolo è in piazza San Giovanni. Con tanto amore, secondo La Russa. Con tantissima gente, secondo Verdini. Sull’amore non sono competente, sulla quantità vorrei essere informato meglio. Perché ormai è diventato intollerabile il mostruoso gap tra le valutazioni degli organizzatori e quelle dei poliziotti. A piazza del Popolo i manifestanti rossoviola erano duecentomila o venticinquemila? Le spie elettroniche fotografano pure il basilico sul mio balconcino. Le adunate politiche, invece, si scrutano secondo i gusti. La sinistra insinua che i questurini sottovalutino malignamente le folle antagoniste. Stasera avremo la controprova. I numeri, in piazza, sono elastici e pesano fino a un certo punto. Al celebre raduno di Sergio Cofferati (2002) si contarono tre milioni di entusiasti, come se il Circo Massimo potesse contenere l’intera città di Roma. Però questo incredibile trionfo non premiò il suo protagonista.

Comunque vada, San Giovanni non vuole inganni. Anche in questa piazza, come in quella del Popolo, si manifesterà il logorìo di uno strumento democratico sempre meno adeguato ad allargare i consensi. Da ogni parte d’Italia accorrono persone già convinte e già fedeli (i lanciatori di souvenir sono infime minoranze).

Perché lo fanno? Per stare insieme, per dimostrare che sono tanti, per affermare i propri valori, per protestare in coro contro l’avversario e contro la solitudine dell’individualismo di massa. Tutto giusto, ma la nostra (malgrado la crisi) è la civiltà dello shopping, delle settimane bianche e delle gite fuori porta. Gli ingorghi di traffico, le ambulanze bloccate che stridono invano, gli accumuli di monnezza e le saracinesche chiuse, incontrano (forse) la tolleranza degli adepti e (certamente) l’ostilità degli avversari. Ma accendono, soprattutto, il rigetto degli indecisi, che tradizionalmente sono i più brontoloni. Vale la pena di sbattersi in pullman da Vigevano o da Pescosolido per centrare un simile bersaglio? Obiezione: ma allora vogliamo cancellare la democrazia partecipata? No, ci mancherebbe altro. Ma, se è per stare insieme, ci si può incontrare in un bel prato di periferia. La visibilità nei centri cittadini, ormai, è modesta, di fronte all’impatto delle televisioni. Con un’avvertenza. Le tv non sono neutrali: quelle ostili filmeranno i radi capannelli, quelle amiche le compatte schiere.

Pazienza. Se la manifestazione di San Giovanni avrà successo, gli avversari diranno che il Cav. ha pagato le sue truppe cammellate, oppure che anche Mussolini organizzava adunate oceaniche. Questa è la regola del gioco, ed è futile scandalizzarsene. Sono buffe, piuttosto, le giaculatorie dei mass media, quando ripetono che in campagna elettorale (soprattutto nelle consultazioni locali), la gente vuole ascoltare i dibattiti sui “fatti concreti”, tipo lavoro, scuola, sicurezza, sanità, trasporti, case, tasse, sostegno alle famiglie, energie più o meno rinnovabili, traffico, spazzatura, eccetera. Questo è vero tra le pareti domestiche, e soltanto per chi ritiene (beato lui) che il candidato manterrà le promesse. Ma in piazza i “fatti concreti” non accendono autentiche emozioni. Nei miei anni verdi si partiva dal diritto allo studio (applausi tiepidi) e si finiva con Fanfani e con il Vietnam (ovazioni). Oggi Berlusconi esalterà i formidabili successi del suo governo e gli batteranno le mani. Ma l’entusiasmo sarà incandescente soltanto quando denuncerà le intercettazioni vigliacche, le iniziative ostili di “certa magistratura” comunista, gli sgambetti nella presentazione delle liste, le inchieste a orologeria, le minacce contro la libertà perpetrate da qualche giornalista fazioso, promosso a “fantoccio polemico” (immagine einaudiana) ed elevato al rango di avversario politico. Altro che “fatti concreti”. Se parli di asili nido, San Giovanni s’appisola. Ci vuole l’urlo, il fuoco, l’invettiva, per il grande teatro della piazza, anche se sai che ciò non sposta un voto. Ci vuole la metafora geniale. A proposito, come mai l’ambasciatore dello Zimbabwe non ha ancora protestato formalmente? Il suo paese viene sempre tirato in ballo come modello d’infime virtù. Ma facciamo attenzione, lo Zimbabwe è indipendente solo da trent’anni. Ha molto tempo, prima d’arrivare ai traguardi dei nostri Tarantini.


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